In mezzo al solito coro di allarmi, fascismi di ritorno, nazismi dietro l’angolo e democrazie perennemente sull’orlo dell’abisso, Massimo Cacciari sembra essere rimasto uno dei pochi a dire una cosa terribilmente semplice: prima di dare del fascista a un elettore, provate a chiedervi perché vota così.
Ed è precisamente questa domanda che dà fastidio.
Perché mentre una parte della politica europea continua a spiegare l’avanzata di AfD con la scorciatoia più comoda — estremisti, fascisti, nostalgici, populisti — Cacciari guarda altrove. Guarda nelle tasche. Guarda gli stipendi. Guarda i servizi. Guarda l’energia. Guarda quello che una famiglia poteva permettersi quindici anni fa e quello che può permettersi oggi. E pronuncia tre frasi che, messe insieme, valgono più di cento convegni sulla crisi della democrazia: «C’è un ceto medio impoverito», «la democrazia è ascensore sociale e si è totalmente inceppata», «non è che siano diventati tutti fascisti o nazisti».
Eccolo, il punto. L’ascensore sociale. Per decenni la democrazia occidentale non ha promesso soltanto il diritto di votare ogni quattro o cinque anni. Ha promesso qualcosa di molto più concreto: che studiando, lavorando e facendo sacrifici avresti potuto migliorare la tua condizione; che tuo figlio avrebbe avuto più opportunità di te; che uno stipendio avrebbe consentito di comprare casa, mettere su famiglia, andare in vacanza, curarsi, mandare un figlio all’università. Non era scritto in Costituzione, ma era il patto sociale. Oggi quel patto scricchiola e in molti casi è saltato. Il ceto medio non guarda più soltanto verso l’alto sperando di salirci: guarda verso il basso con la paura di finirci.
Nel frattempo gli si spiega che il problema principale è il fascismo.
Cacciari invece guarda anche alla politica estera europea, che definisce sciagurata, e collega direttamente le scelte geopolitiche al prezzo pagato dai cittadini. Qui conviene aggiungere qualche numero, perché dietro lo sfogo c’è un cambiamento gigantesco. Nel 2021 la Russia forniva il 25,8 per cento del petrolio importato dall’Unione europea; nel 2025 quella quota era precipitata al 2,2 per cento. Il vuoto è stato colmato soprattutto aumentando gli acquisti da Stati Uniti, Norvegia e Kazakhstan. Nel 2025 gli Usa sono diventati il primo fornitore europeo di petrolio con circa il 15 per cento delle importazioni e hanno fornito addirittura il 56 per cento del gas naturale liquefatto acquistato dall’Unione.
Naturalmente tutto questo nasce dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dalle successive sanzioni decise dall’Occidente. Si può ritenere quella scelta inevitabile, giusta, necessaria per ragioni strategiche e morali. Ma non si può far finta che sia stata economicamente neutra. Il gas russo arrivava in larga parte attraverso gasdotti; il GNL americano deve essere liquefatto, caricato su una nave, attraversare l’Atlantico, essere rigassificato e immesso nella rete europea. Nel 2025 il 26 per cento di tutto il gas importato dall’Unione arrivava dagli Stati Uniti, mentre la dipendenza dal gas russo, che nel 2021 rappresentava il 45 per cento delle importazioni, era scesa al 12 per cento.
Cacciari la mette giù senza diplomazia: abbiamo costruito una politica che, a suo giudizio, finisce per sanzionare anche noi stessi e ci porta a pagare l’energia molto più di quanto sarebbe possibile. E qui non serve nemmeno sposare integralmente la sua tesi per capire il problema politico. Se chiedi a un cittadino di pagare di più l’energia in nome di una strategia geopolitica, devi almeno essere consapevole che quel cittadino presenterà il conto alle elezioni. Non puoi incassare per anni gli effetti sociali delle tue decisioni e poi stupirti quando qualcuno vota contro chi le ha prese.
Poi c’è la guerra in Ucraina. Dal febbraio 2022 l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno destinato oltre 220 miliardi di euro al sostegno dell’Ucraina tra aiuti finanziari, militari, umanitari e assistenza ai rifugiati. Per il biennio 2026-2027 l’Europa ha deciso un nuovo prestito da 90 miliardi, di cui 60 miliardi destinati alle necessità militari e all’industria della difesa ucraina. Anche qui: si può sostenere che ogni euro sia necessario perché Kiev sta resistendo a un’aggressione russa. È una posizione politica perfettamente legittima. Ma allora bisogna avere il coraggio di discuterne anche il costo, le priorità e la durata, senza trasformare automaticamente in putiniano chi pone una domanda.
Soprattutto perché nello stesso momento l’Europa ha imboccato una strada di riarmo gigantesca. I 27 Paesi dell’Unione hanno speso 418 miliardi di euro per la difesa nel 2025, il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nel 2026 si prevede di arrivare a 454 miliardi. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro e la Nato ha fissato per il 2035 un obiettivo complessivo pari al 5 per cento del Pil, di cui almeno il 3,5 per cento per le spese militari in senso stretto.
Di nuovo: magari è indispensabile. Magari Putin rende necessario tutto questo. Magari l’Europa avrebbe dovuto farlo vent’anni fa. Ma una politica seria dovrebbe almeno spiegare dove verranno presi quei soldi e che cosa non verrà fatto con gli stessi soldi. Perché un euro può essere speso una volta sola. E mentre l’Europa programma centinaia di miliardi per carri armati, missili, droni e munizioni, Cacciari ti ricorda che l’ascensore sociale è fermo, il ceto medio si impoverisce e i servizi non crescono. È davvero così incomprensibile che qualcuno, entrando nella cabina elettorale, mandi tutti al diavolo?
Poi c’è l’altra grande passione della politica: le tasse. Ogni volta che manca denaro rispuntano la patrimoniale, gli extraprofitti, il contributo straordinario, il prelievo eccezionale. Qui bisogna essere precisi: le proposte di patrimoniale presentate dalla sinistra italiana non colpiscono la normale famiglia con l’appartamento e qualche risparmio in banca. Una proposta firmata da parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra, per esempio, parte da patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro. Chiamarla tassa sul ceto medio sarebbe quindi una forzatura.
Ma resta una questione politica enorme: davanti a un Paese che non cresce, la prima domanda continua a essere come redistribuire la ricchezza che esiste anziché come produrne di nuova. Puoi tassare il milionario. Puoi aumentare l’imposta di successione. Puoi tassare la seconda, terza o ventesima casa. Puoi farlo per ragioni redistributive perfettamente argomentabili. Ma nessuna patrimoniale rimette in moto, da sola, l’ascensore sociale. Se un ragazzo guadagna 1.300 euro, non trova casa e pensa che non avrà mai la pensione, sapere che qualcuno con sei milioni di patrimonio pagherà più tasse può soddisfare un principio di equità. Non gli aumenta lo stipendio.
Infine sugli extraprofitti, parola meravigliosa perché sembra presupporre l’esistenza di un’autorità capace di stabilire quale profitto sia giusto e da quale euro in poi diventi invece moralmente sospetto. Anche qui non è necessario fare ideologia: basta leggere quello che scrisse la Banca centrale europea a proposito dell’imposta straordinaria sulle banche italiane.”Tasse retroattive di quel tipo possono aumentare l’incertezza normativa, rendere più costoso raccogliere capitale, diminuire l’interesse degli investitori e, attraverso una riduzione del credito o un aumento dei suoi costi, pesare sulla crescita economica…”.
Non significa, naturalmente, che una tassa sugli extraprofitti provochi matematicamente mai più investimenti. Significa una cosa più banale: il capitale guarda anche alle regole del gioco. Se investi cento, rischi cento e quando perdi sono fatti tuoi, mentre quando guadagni molto arriva lo Stato a spiegarti retroattivamente che hai guadagnato troppo, la prossima volta potresti investire quei cento altrove.
Insomma, come tagliarsi gli zebedei…
Ed è precisamente qui che il ragionamento di Cacciari diventa politicamente devastante. Perché AfD non cresce nel vuoto. Cresce dentro un’Europa che chiede sacrifici energetici per la geopolitica, mette sul tavolo centinaia di miliardi per la difesa, sostiene una guerra che dura dal 2022, discute nuove tasse, fatica a far crescere salari e produttività e contemporaneamente assicura ai cittadini che il problema principale è impedire l’arrivo dei fascisti.
Poi arrivano le elezioni. E gli elettori sbagliano. Naturalmente.
Cacciari già nel 2024 aveva liquidato l’eterna emergenza con una frase che non lasciava molto spazio alle interpretazioni: «non esiste alcun pericolo fascista». Non sosteneva che non esistano estremisti, autoritari o nostalgici. Sosteneva che il fascismo storico sia un fenomeno preciso e che usare quella parola per qualunque movimento antisistema contemporaneo sia soprattutto un modo per non discutere delle cause che lo alimentano.
E oggi, parlando di AfD, completa il ragionamento. L’Europa, dice, è «in briciole». I partiti tradizionali hanno inseguito politiche che hanno aperto lo spazio alla destra radicale e, quando provano a copiarla nella speranza di neutralizzarla, scoprono una legge vecchia come il commercio: «È sempre meglio l’originale della mala copia».
Può piacere o non piacere. Si può contestare Cacciari sulla Russia, sull’energia, sulle sanzioni, sulla Nato e su metà delle cose che dice. Ma almeno pone la domanda che quasi tutti gli altri preferiscono evitare.
Perché un operaio, un impiegato, un artigiano, un giovane che non riesce a comprarsi casa, una famiglia che ha visto aumentare bollette, mutuo e spesa dovrebbero continuare a votare quelli che hanno governato mentre la loro condizione peggiorava? Rispondere «perché gli altri sono fascisti» è facilissimo.
Convincerli a tornare nell’ascensore, invece, richiederebbe prima di tutto che l’ascensore ricominciasse a salire.
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