di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
“Prudenza sui conti, ma attenzione al debito e alla crescita”: la sintesi che gli osservatori internazionali attribuiscono in questi giorni alla lettura della finanza pubblica italiana racchiude bene la difficoltà del momento. Da un lato l’esigenza, dettata dagli impegni assunti in sede NATO, di aumentare in modo significativo la spesa per la difesa; dall’altro un debito pubblico che resta tra i più alti d’Europa e una crescita che, pur non essendo negativa, procede a ritmi insufficienti per assorbire il peso di nuovi impegni strutturali di spesa.
Le stime più recenti collocano il costo aggiuntivo del riarmo attorno ai venti miliardi di euro l’anno, pari a circa lo 0,9% del prodotto interno lordo. È una cifra che, sommata alla spesa già esistente per la sicurezza, comincia a incidere in modo tangibile sulla composizione del bilancio dello Stato, in un momento in cui altre voci, dalla sanità al sostegno alle imprese, chiedono anch’esse risorse crescenti. Il tema non è nuovo, essendo discusso da almeno un biennio, ma la sua concretezza sta ora diventando misurabile in modo puntuale, e questo cambia la natura del dibattito pubblico: si passa dalla discussione sui principi a quella, ben più scomoda, sulle coperture.
Per il mondo delle piccole e medie imprese, la questione ha una duplice faccia. Da un lato, l’aumento della spesa per la difesa rappresenta un’opportunità concreta per un comparto industriale, quello dell’aerospazio e della meccanica di precisione legata alla sicurezza, che in Italia conta un indotto significativo fatto anche di fornitori di piccola e media dimensione, spesso poco visibili ma tecnologicamente avanzati. Dall’altro, se l’aumento della spesa militare dovesse tradursi in un irrigidimento della politica fiscale generale, o in un aumento della pressione tributaria per finanziarlo, l’effetto complessivo sul tessuto produttivo diffuso rischierebbe di essere negativo, drenando risorse che altrimenti potrebbero essere destinate a investimenti, innovazione o riduzione del cuneo fiscale.
La vera sfida, in questo senso, non è tanto se aumentare la spesa per la sicurezza, questione ormai definita dagli impegni internazionali assunti, quanto come reperire le risorse senza compromettere la traiettoria di riduzione del debito e senza penalizzare ulteriormente la competitività delle imprese. Le opzioni sul tavolo, dalla revisione della spesa corrente a nuove forme di efficientamento della pubblica amministrazione, restano in gran parte da esplorare concretamente, mentre il tempo a disposizione si restringe: gli impegni di spesa concordati in sede internazionale hanno scadenze precise, che non lasciano margini per rinvii indefiniti.
Non va inoltre sottovalutato l’effetto reputazionale di questa partita sui mercati finanziari. Un Paese che riesce a conciliare l’aumento degli impegni di sicurezza con una gestione credibile del debito pubblico rafforza la propria affidabilità agli occhi degli investitori internazionali, con benefici diretti sullo spread e, di conseguenza, sul costo del credito per famiglie e imprese. Al contrario, un percorso che apparisse improvvisato o privo di coperture solide rischierebbe di vanificare i progressi faticosamente ottenuti negli ultimi anni sul fronte della fiducia dei mercati. È una prova di credibilità che l’Italia non può permettersi di affrontare con superficialità, proprio mentre il contesto geopolitico internazionale, dall’Ucraina al Medio Oriente, non lascia presagire un allentamento delle tensioni nel breve periodo.
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