Doppio presidio davanti allo stabilimento di via San Sossio e al Comune. Dal 1° novembre rischia di fermarsi la produzione dopo la perdita delle commesse Schaeffler. I dipendenti chiedono un piano industriale e nuovi clienti per salvare una fabbrica che continua a credere nel proprio futuro.
Somma Vesuviana, 18 Settembre – Cinquantanove lavoratori, altrettante famiglie e un patrimonio di competenze industriali che rischia di andare perduto. La crisi della Mibex di Somma Vesuviana entra nella sua fase più drammatica, con la prospettiva di un imminente arresto della produzione e un futuro occupazionale sempre più incerto. Questa mattina, venerdì 18 settembre, i dipendenti hanno deciso di far sentire la propria voce attraverso una mobilitazione articolata in due momenti: prima il presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di via San Sossio, poi il trasferimento davanti alla Casa Comunale, dove la protesta è proseguita con un’assemblea dei lavoratori.
Una mobilitazione che porta al centro dell’attenzione non soltanto il destino di un’azienda, ma anche quello di decine di famiglie e di un territorio che rischia di perdere un’altra importante realtà produttiva. Al fianco dei dipendenti sono scesi anche i rappresentanti dell’amministrazione comunale, con la partecipazione della sindaca Silvia Svanera, del vicesindaco e dell’assessore al Lavoro.
L’obiettivo è individuare una soluzione che consenta di scongiurare la chiusura, salvaguardare i livelli occupazionali e costruire nuove prospettive industriali. Al centro della vertenza c’è la progressiva perdita delle commesse della multinazionale tedesca Schaeffler, principale cliente della Mibex. Secondo le informazioni emerse dalla vertenza, il rapporto commerciale con il gruppo tedesco rappresentava circa il 95% del fatturato annuo dell’azienda vesuviana. Una dipendenza che ha reso lo stabilimento particolarmente vulnerabile alle decisioni produttive del suo principale committente.
Da diversi mesi, Schaeffler avrebbe progressivamente trasferito parte delle lavorazioni verso Paesi caratterizzati da costi di produzione inferiori, tra cui India e Cina. Una riorganizzazione che, secondo la ricostruzione dei lavoratori, avrebbe determinato una drastica riduzione degli ordinativi destinati alla Mibex.
La comunicazione più difficile sarebbe arrivata durante un recente incontro tra la direzione aziendale e le rappresentanze dei dipendenti. Dal prossimo 1° novembre, secondo quanto comunicato ai lavoratori, non sarebbero più previste ore di lavoro per il personale dello stabilimento. Una prospettiva che mette a rischio il futuro di 59 dipendenti e delle rispettive famiglie, senza che sia stata finora individuata una soluzione industriale in grado di garantire la continuità produttiva.
La preoccupazione è aggravata dal fatto che, secondo le rappresentanze dei lavoratori, la necessità di diversificare il portafoglio clienti era stata segnalata ripetutamente negli anni, senza che si arrivasse a un cambiamento strutturale del modello produttivo.
La Mibex non è uno stabilimento privo di competenze o di prospettive tecnologiche. L’azienda è specializzata nella produzione di cuscinetti meccanici di precisione e cuscinetti volventi destinati, in particolare, al settore ferroviario. Una realtà industriale che ha sviluppato negli anni competenze specifiche nella lavorazione e nel controllo di componenti ad alto contenuto tecnico. La sua storia è legata allo stabilimento ex FAG Cuscinetti di Somma Vesuviana, dove già in passato si erano verificate importanti crisi occupazionali. La vertenza era arrivata anche all’attenzione del Parlamento, con un’interrogazione presentata al Senato nel giugno 2017.
Oggi, nonostante le difficoltà, la Mibex conserva un patrimonio di professionalità che permette di seguire l’intero ciclo produttivo: dall’ingresso delle materie prime fino alla realizzazione, al confezionamento e alla spedizione dei prodotti finiti. Una capacità manifatturiera costruita nel tempo, con lavorazioni destinate prevalentemente ai mercati esteri e rapporti commerciali che, in passato, avrebbero coinvolto anche importanti gruppi internazionali come SKF. Il rischio, dunque, non riguarda soltanto la perdita di posti di lavoro. Una chiusura comporterebbe anche la dispersione di conoscenze tecniche, professionalità specializzate ed esperienze difficilmente ricostruibili.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che rendono la vertenza particolarmente delicata: mentre il futuro dell’azienda resta incerto, al suo interno continuano a esserci lavoratori impegnati a dimostrare che la Mibex può ancora produrre, competere e trovare nuovi sbocchi commerciali.
Tra gli aspetti più significativi della vicenda emerge l’impegno dei dipendenti che, pur vivendo nell’incertezza, hanno continuato a lavorare per aprire nuove prospettive all’azienda. In particolare, i lavoratori dei reparti rettifica e qualità hanno intensificato le attività produttive, arrivando a effettuare doppi turni per completare una campionatura destinata a potenziali clienti francesi. Un lavoro delicato, da eseguire nel rispetto degli standard di precisione richiesti e delle scadenze concordate, nella speranza che la qualità del prodotto possa trasformarsi in nuovi ordinativi. Questa possibile opportunità commerciale rappresenta uno spiraglio, sebbene non vi siano ancora certezze sull’acquisizione delle nuove commesse.
È anche il simbolo di una contraddizione difficile da ignorare: mentre si avvicina la prospettiva di un arresto della produzione, i lavoratori continuano a investire energie e competenze per dimostrare il valore della fabbrica. Dietro quei turni di lavoro, infatti, ci sono persone che devono mantenere alta la concentrazione e garantire la qualità delle lavorazioni, pur convivendo quotidianamente con la preoccupazione di perdere il proprio impiego.
Un’incertezza che pesa sulla serenità personale, sulle famiglie e sulla possibilità di programmare il futuro. La vicenda assume così una dimensione che va oltre i numeri della crisi aziendale: quella di uomini e donne che continuano a svolgere il proprio lavoro con professionalità, mentre cercano di difendere la propria occupazione.
La prospettiva di nuovi clienti francesi non è l’unica possibilità indicata dalle rappresentanze dei lavoratori. Da tempo, infatti, il sindacato e le maestranze sostengono la necessità di ampliare il mercato della Mibex, superando la dipendenza quasi esclusiva da Schaeffler. Tra le realtà industriali con cui viene auspicata l’apertura di un confronto figurano Hitachi, Umbra Cuscinetti e Leonardo: gruppi che operano in comparti nei quali le competenze tecniche e manifatturiere dello stabilimento potrebbero rappresentare una risorsa.
Si tratta, al momento, di possibili interlocutori e non di accordi commerciali già raggiunti. La richiesta dei lavoratori è quella di avviare una ricerca concreta di nuovi partner, verificando la possibilità di acquisire commesse e valorizzare le professionalità presenti nella fabbrica. In questo percorso potrebbe assumere un ruolo importante anche il Comune di Somma Vesuviana, attraverso un’attività di mediazione con la direzione aziendale e il coinvolgimento delle istituzioni territoriali e regionali.
La diversificazione produttiva viene considerata dalle rappresentanze dei dipendenti una condizione essenziale per ridurre il rischio che le decisioni di un unico committente possano compromettere nuovamente il futuro dello stabilimento. Resta però da capire se esistano le condizioni economiche, commerciali e organizzative per costruire un progetto di rilancio in tempi compatibili con la scadenza del 1° novembre.
Il presidio davanti al Comune rappresenta un passaggio importante della mobilitazione. I lavoratori chiedono che la vertenza esca dai confini dello stabilimento e diventi una questione affrontata con il coinvolgimento delle istituzioni competenti. La partecipazione dell’amministrazione comunale costituisce un primo segnale di attenzione, ma il nodo centrale resta l’individuazione di un percorso concreto per garantire la continuità produttiva.
Tra le priorità emergono la necessità di un confronto con i vertici aziendali, la verifica delle prospettive commerciali, la ricerca di nuovi committenti e il coinvolgimento della Regione Campania e delle altre istituzioni competenti. L’eventuale attivazione degli strumenti di tutela occupazionale dovrà essere valutata in relazione all’evoluzione della crisi e alle decisioni dell’azienda.
La posta in gioco è rilevante anche per l’economia locale. La perdita di 59 posti di lavoro avrebbe conseguenze che non si esaurirebbero all’interno dei cancelli della fabbrica, ma coinvolgerebbero famiglie, consumi e tessuto economico del territorio. Per questo, la vicenda Mibex richiama il tema più ampio della fragilità del sistema industriale vesuviano e della necessità di preservare le attività produttive ancora presenti.
Il messaggio emerso dalla mobilitazione del 18 settembre è chiaro: i lavoratori non vogliono assistere passivamente alla possibile chiusura della Mibex. Chiedono risposte, un confronto industriale credibile e la possibilità di continuare a mettere le proprie competenze al servizio di un’attività produttiva che ha ancora capacità tecniche da offrire al mercato. La campionatura realizzata per i potenziali clienti francesi dimostra quanto sia forte, all’interno dello stabilimento, la volontà di cercare nuove opportunità. Ma la determinazione delle maestranze, da sola, non può sostituire un piano industriale. Servono decisioni, interlocutori e tempi certi. Il 1° novembre si avvicina e, per i 59 dipendenti della Mibex, ogni giorno senza una prospettiva concreta aumenta il peso dell’incertezza.
Dai cancelli di via San Sossio alle porte del Municipio, la richiesta è la stessa: non disperdere il lavoro, le competenze e la storia industriale di Somma Vesuviana. Perché dietro una fabbrica che rischia di fermarsi non ci sono soltanto macchinari e commesse perdute. Ci sono persone che continuano a lavorare, famiglie che attendono risposte e un territorio che chiede di non perdere un altro pezzo del proprio futuro.
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