Il rapporto Allianz quantifica l’impatto delle ondate di calore del 2026: l’Italia è il Paese europeo con la perdita economica assoluta più elevata. Germania a 25 miliardi e Francia a 20. Il cambiamento climatico diventa una questione di produttività, inflazione, imprese e finanza pubblica
ROMA, 26 settembre 2026 – Ventotto miliardi di euro.
È il conto economico lasciato dalle ondate di calore dell’estate 2026 all’Italia.
Una cifra delle dimensioni di una consistente manovra finanziaria, evaporata non attraverso una singola calamità ma attraverso migliaia di piccoli e grandi effetti: ore di lavoro perse, produttività ridotta, maggiore necessità di pause, assenze, difficoltà nelle attività all’aperto, consumi energetici, problemi agricoli e interruzioni delle normali attività economiche.
A quantificarlo è il nuovo Allianz Climate Economics Report 2026, pubblicato il 24 settembre.
Secondo Allianz, le ondate di calore dell’estate hanno determinato nei 30 Paesi europei analizzati una perdita complessiva di produzione economica stimata in 113 miliardi di euro, pari a circa lo 0,46% del loro PIL complessivo previsto. (Allianz.com)
E il Paese che paga il conto assoluto più pesante è proprio l’Italia.
ITALIA PRIMA IN EUROPA: 27,8 MILIARDI
La stima per il nostro Paese raggiunge 27,8 miliardi di euro.
Seguono la Germania, con circa 25 miliardi, e la Francia, con poco più di 20 miliardi.
Italia, Germania e Francia rappresentano da sole quasi due terzi delle perdite economiche stimate per i Paesi europei considerati nello studio. (Allianz Trade Corporate)
Ma per l’Italia c’è un secondo numero ancora più significativo.
Allianz associa alle ondate di calore un impatto equivalente a circa 1,19 punti percentuali sulla crescita economica.
Non significa che 28 miliardi siano stati materialmente prelevati dalle casse dello Stato.
È una distinzione fondamentale.
Si tratta di una stima della produzione economica che sarebbe stata generata in assenza dello shock climatico, elaborata attraverso un modello che considera esposizione della popolazione, temperatura, umidità e conseguenze macroeconomiche.
Il caldo, insomma, ha prodotto meno PIL.
E meno PIL significa meno reddito, meno valore aggiunto e potenzialmente meno entrate fiscali.
PERCHÉ IL CALDO COSTA COSÌ TANTO?
A prima vista può sembrare difficile comprendere come qualche settimana di temperature eccezionali possa produrre un danno economico di queste dimensioni.
Il meccanismo diventa però più comprensibile osservando cosa accade concretamente alle imprese.
Un operaio che lavora in un cantiere a temperature estreme deve effettuare più pause.
Un addetto alla logistica rallenta.
Un agricoltore vede diminuire la produttività delle coltivazioni.
Un’impresa utilizza più energia per raffreddare stabilimenti e uffici.
Alcune attività devono modificare gli orari.
Aumentano le assenze.
La produttività diminuisce.
E milioni di piccole perdite, sommate su un’intera economia, diventano miliardi.
Allianz individua proprio nella riduzione della produttività del lavoro, nell’aumento delle pause e nelle assenze alcuni dei principali canali attraverso cui il caldo si trasforma in perdita economica. (Germany)
NON È SOLO UNA QUESTIONE DI TEMPERATURE
Il rapporto introduce inoltre un elemento particolarmente interessante: non basta guardare il termometro.
Conta anche l’umidità.
Per il corpo umano lavorare con temperature elevate in un ambiente molto umido è più difficile perché diminuisce la capacità di disperdere il calore attraverso la sudorazione.
Questo contribuisce a spiegare perché, secondo Allianz, l’Italia abbia subito un impatto economico maggiore rispetto ad alcuni Paesi che hanno registrato temperature assolute persino superiori.
Il rapporto cita esplicitamente il confronto con l’Ungheria: il picco termico ungherese è stato superiore, ma l’episodio italiano, più umido, è associato a una perdita economica maggiore. (Allianz Trade Corporate)
Il cambiamento climatico entra quindi direttamente nell’organizzazione del lavoro.
IL CALDO DIVENTA UN PROBLEMA PER LE IMPRESE
Questa è probabilmente la conclusione economicamente più importante dello studio.
Per molto tempo il cambiamento climatico è stato trattato soprattutto come una questione ambientale.
Non lo è più.
È ormai una questione di competitività industriale.
Se un’impresa perde ore lavorate durante l’estate, aumentano i costi per unità prodotta.
Se deve raffreddare maggiormente stabilimenti, magazzini e uffici, cresce la bolletta energetica.
Se deve modificare turni e organizzazione produttiva, aumentano i costi gestionali.
Se le infrastrutture di trasporto vengono rallentate, aumenta il costo della logistica.
Se l’agricoltura produce meno, aumentano i prezzi delle materie prime alimentari.
Il rischio climatico entra quindi nel conto economico dell’impresa.
AGRICOLTURA E ALIMENTARI, IL SECONDO FRONTE
Uno dei canali più delicati riguarda proprio il settore agroalimentare.
Temperature estreme, siccità e scarsità d’acqua possono ridurre le rese agricole e aumentare i costi di produzione.
Il risultato arriva successivamente nei supermercati.
Secondo le simulazioni contenute nel rapporto Allianz, gli shock climatici possono esercitare una pressione significativa anche sull’inflazione. Per l’UE-27 lo scenario analizzato indica effetti potenziali nell’ordine di +0,31 punti percentuali sull’inflazione complessiva e +0,50 punti sull’inflazione alimentare. (Allianz.com)
Il cambiamento climatico rischia quindi di diventare anche una questione di potere d’acquisto.
IL PROBLEMA DEL GETTITO FISCALE
C’è poi un effetto meno visibile.
Quando l’economia produce meno, anche lo Stato incassa meno.
Una precedente analisi Allianz sull’economia del caldo stimava che, negli scenari considerati, le perdite annuali di gettito associate alla minore produzione potrebbero raggiungere circa l’1,3% in Italia e Spagna, mentre contemporaneamente aumentano alcune esigenze di spesa pubblica: sanità, emergenze e riparazione delle infrastrutture. (Allianz.com)
È un doppio effetto.
Meno entrate e maggiori spese.
Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un debito pubblico molto elevato, questa dinamica assume un’importanza particolare.
IL PARADOSSO: PAGHIAMO DOPO INVECE DI INVESTIRE PRIMA
Ed è proprio qui che Allianz formula una delle conclusioni più nette del rapporto.
La prevenzione costa meno della ricostruzione.
I Paesi dotati di sistemi di prevenzione, finanziamenti predisposti in anticipo e meccanismi di risposta chiari hanno dimostrato una capacità superiore di contenere le conseguenze economiche degli eventi estremi.
La raccomandazione è quindi cambiare la logica della politica climatica:
spendere prima per la resilienza invece di pagare dopo per i danni. (Allianz.com)
Significa investire nell’adattamento degli edifici.
Nella climatizzazione efficiente.
Nella gestione delle risorse idriche.
Nelle infrastrutture resistenti alle temperature estreme.
Nella prevenzione degli incendi.
Nei sistemi di allerta.
Nella protezione dei lavoratori.
Nell’agricoltura tecnologicamente più resistente.
ANCHE LE CITTÀ DEVONO CAMBIARE
Il problema non riguarda soltanto le aziende.
Le città italiane dovranno progressivamente adattarsi a estati più calde.
Verde urbano, alberature, superfici permeabili, gestione dell’acqua, materiali utilizzati per strade ed edifici, trasporto pubblico climatizzato e riqualificazione energetica degli immobili diventeranno sempre più elementi di politica economica.
Perché una città incapace di funzionare normalmente durante le settimane più calde produce un costo economico.
E quel costo viene pagato dalle famiglie, dalle imprese e dallo Stato.
UN CONTO DA 113 MILIARDI PER L’EUROPA
La dimensione europea permette di comprendere meglio la portata del fenomeno.
113 miliardi di euro di produzione persa in una sola estate e per una sola tipologia di evento climatico.
Il rapporto Allianz sottolinea infatti che la cifra riguarda specificamente le ondate di calore del 2026.
Il quadro completo delle perdite economiche provocate durante l’anno dagli eventi climatici estremi sarà disponibile successivamente e comprenderà anche altri fenomeni. (Allianz.com)
Questo significa che 113 miliardi non rappresentano necessariamente il conto climatico definitivo del 2026.
IL CLIMA ENTRA NELLA POLITICA ECONOMICA
Ed è questa forse la conclusione più importante.
Il cambiamento climatico non può più essere considerato soltanto una voce della politica ambientale.
È politica industriale.
È politica agricola.
È politica energetica.
È sanità.
È organizzazione del lavoro.
È infrastruttura.
È inflazione.
Ed è finanza pubblica.
Quando un’estate particolarmente calda può determinare per l’Italia una perdita stimata vicina ai 28 miliardi di euro, la questione climatica entra direttamente nella discussione sulla crescita economica del Paese.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costa intervenire contro gli effetti del cambiamento climatico.
Bisognerebbe iniziare a chiedersi anche:
quanto ci costa non intervenire?
L’estate 2026 offre una prima risposta.
Per l’Italia, secondo Allianz, quasi 28 miliardi di euro.
Una cifra paragonabile alle dimensioni di una manovra economica.
Ma con una differenza fondamentale: una manovra può finanziare investimenti, servizi o riduzioni fiscali.
Questi 28 miliardi rappresentano invece ricchezza che, secondo la stima, il Paese avrebbe potuto produrre e non ha prodotto.
Ed è forse questo il dato che più di ogni altro trasforma il caldo estremo da emergenza meteorologica a grande questione economica nazionale.
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