Due Germanie e una grande crisi. Dizionario degli errori e delle paure


L’onda nera si è fermata a Berlino grazie all’onda rossa e a Elif Eralp, la Rosa Luxemburg con il Corano al posto del Capitale; in Pomerania ha incontrato Manuela Schwesig, leader di una socialdemocrazia ancora popolare; mentre la debolezza di Friedrich Merz è diventata stabilità: nessuno vuol prendere il suo posto. Ma non è finita, perché quel Grande Centro che ha tenuto in piedi il paese vacilla dalle fondamenta e scuote l’intera Europa. E’ tutta colpa della crisi dell’auto? Come no, è un terremoto. La crescita zero? Certo, anche se non è una novità, alla svolta del nuovo secolo ormai orfana di Helmut Kohl la Germania era etichettata come la malata d’Europa. La divisione tra est e ovest? Pure, con un divario di reddito del 30 per cento, l’unificazione non è mai avvenuta davvero. La campagna assedia la città? Nemmeno questo è nuovo, accade ovunque di qua e di là dall’Atlantico. Ma soprattutto c’è la questione delle questioni: davvero un nuovo Hitler bussa alla porta di Brandeburgo? Non dovremmo forse preoccuparci più della Francia, dove tra pochi mesi potrebbe vincere Marine Le Pen? Il profondo malessere tedesco ha tante ragioni, inutile cercare una sola chiave di lettura. Piuttosto bisogna scandagliare il modo in cui lo Zeitgeist è letto, interpretato e vissuto nel più grande, potente (ancor oggi), inquieto e inquietante paese europeo. Per farlo abbiamo scelto alcuni vocaboli e definizioni chiave, in tedesco, perché quella lingua ha più parole dell’italiano (400 mila contro 300 mila) spesso difficili se non impossibili da tradurre, parole semplici e parole composte, parole per esprimere le sfumature delle cose e cose che si esprimono con più parole.

Angst. Ansia e paura, inquietudine, angoscia esistenziale, per tradurla abbiamo bisogno di una frase, gli inglesi ci hanno rinunciato e usano l’originale. Ma A è anche la prima lettera di Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che culla l’Angst come fonte del consenso e come spettro che verrà esorcizzato solo quando si potrà di nuovo cantare Deutschland über alles. Un partito che si presenta come il vendicatore dei poveri, degli emarginati, degli operai e del Lumpenproletariat, fondato da un gruppo di professori universitari, predica contro il woke, la fluidità dei generi, la degenerazione degli autentici costumi germanici, anche sessuali, eppure è guidato da una lesbica. Un coacervo tenuto insieme da questo sentimento comune: l’ansia generata dalla paura.

“A” come Angst, l’ansia, la paura, il risentimento. E come Alternative für Deutschland, che culla l’Angst come fonte di consenso

Blut, il sangue. Lo ius sanguinis resta la regola, diventa tedesco fin dalla nascita il figlio di almeno un genitore tedesco, ma dal primo gennaio 2005 con il governo rosso-verde guidato da Gerhard Schröder, è entrata in vigore la nuova legge secondo la quale si può ottenere la cittadinanza per nascita, adozione, naturalizzazione e se per 12 anni si viene considerati dalla pubblica amministrazione cittadini della repubblica federale. Non è poi così permissiva come dicono i suoi avversari, ma questa riforma, insieme alla decisione presa da Angela Merkel di aprire le porte a 200 mila siriani in fuga dalla guerra civile, ha liberato il peggior sciovinismo. Un sentimento che si estende anche a quella parte di immigrati di prima fascia i quali, una volta varcato il confine, vogliono che venga chiuso a tutti gli altri. Nemmeno questa è una peculiarità tedesca, accade ovunque, però la Afd ha offerto un grido di guerra e una bandiera.

Cdu, l’Unione cristiano-democratica. Sta crollando il primo pilastro fondamentale della Germania democratica la quale pensava, una volta caduto il muro di Berlino, di assorbire rapidamente l’altra Germania, quella passata senza soluzione di continuità da Hitler a Stalin. Invece sembra avverarsi la profezia di Günter Grass, lo scrittore critico verso l’unificazione perché la parte “cattiva” avrebbe finito per infettare quella “buona”. La Cdu di Konrad Adenauer aveva trovato in Helmut Kohl il degno seguace. Angela Merkel era stata per molti versi una underdog. Friedrich Merz, figura per bene e competente, non suscita passioni. L’Economist, implacabile, ha scritto che è “un politico goffo, un cattivo manager e un terribile comunicatore”. Esagerato, ma il partito si trova senza un leader forte e con una base in fuga verso destra.

Deutschland. La Germania si chiama la terra dei tedeschi, deutsch deriva da un termine antico che voleva dire “la gente” e ha sempre indicato un popolo più che una forma politica. L’Italia non avrebbe mai potuto chiamarsi la terra degli italiani. Entrambi i paesi hanno costruito uno stato molto tardi, l’Italia per prima nel 1861, sotto l’egida del Piemonte, la Germania nel 1870 sotto la Prussia (l’esempio italiano aveva agito sia sui nazionalisti tedeschi sia sulla classe politica prussiana). La nazione tedesca è sempre stata divisa quasi come quella italiana, ma c’era comunque la consapevolezza di appartenere a una famiglia allargata che comprende tutte le terre in cui si parla la stessa lingua. Insomma, i tedeschi c’erano, bisognava fare la Germania, nello stivale bisognava fare anche gli italiani. Quella appartenenza è rimessa oggi in discussione, perché il linguaggio non coincide più con l’origine culturale, religiosa, etnica. Per un partito come l’AfD è un tradimento.

Europa. Veniva chiamato asse franco-tedesco ed era frutto dell’accordo maturato nel 1963 con il Trattato dell’Eliseo firmato da Charles de Gaulle, presidente della Repubblica francese, e Konrad Adenauer, cancelliere della Repubblica federale tedesca. Nato all’insegna di “mai più guerre” tra i due paesi che avevano insanguinato l’Europa almeno da Napoleone in poi, aveva dato la spinta che avrebbe portato all’Unione e all’euro. Oggi questo motore è in panne e non da adesso. La spiegazione più diffusa è economica: entrambi i modelli sono in crisi. Ma il fattore politico è decisivo, perché oggi si stanno dissolvendo i partiti pilastro dei due paesi: il gollista e il socialista in Francia, il cristiano democratico e il socialdemocratico in Germania. Anche l’integrazione europea è figlia loro e qui entra in gioco Bruxelles: lo scatto di reni della Ue in occasione della pandemia è durato poco, l’invasione russa dell’Ucraina formalmente ha creato unità, ma troppe sono le ambiguità di Parigi e Berlino verso Mosca. Ciò vale anche per altri paesi, si pensi all’Italia. Contraddizioni palesi riguardano i rapporti con Pechino e con Washington. Per non parlare di Putin, verso il quale Parigi e Berlino hanno lo stesso disegno, ma un approccio diverso.

Il motore franco-tedesco è in panne da tempo, come i partiti pilastro dei due paesi: gollisti e socialisti in Francia, Cdu e Spd in Germania

Führerprinzip. Non è nato con il nazismo, anche se Hitler ne ha fatto il proprio mantra. La Germania occidentale nel dopoguerra lo ha sfuggito come la peste, costruendo un sistema legale e politico basato sulla leadership collettiva, anche se il capo del governo è un cancelliere, non un primus inter pares come in Italia. In Germania est, così come in Unione sovietica, l’idea che il Führerprinzip si incarnasse nel partito comunista ha ceduto il passo al culto della personalità con Walter Ulbricht, un piccolo, ma non meno terribile Stalin. Tuttavia, come ha scritto Archie Brown, professore a Oxford e membro della British Academy, “il culto del capo forte e carismatico resta ben vivo anche nelle democrazie”, compresa quella americana con Donald Trump, ancor più nei sistemi a democrazia tardiva che uscivano dal fascismo e dal nazismo. L’approccio basato sui governi di coalizione, spesso multicolori fino alla Grosse Koalition, ha perso appeal dopo l’uscita di Angela Merkel – amata e odiata, ma comunque chiamata Mutti (mamma o meglio mammina). Il tentativo fatto da Merz è debole per la debolezza intrinseca dei partiti, oltre che per la percepita evanescenza del capo.

La Germania del Dopoguerra ha rifuggito il “Führerprinzip”, il culto del capo. Ma il modello della Grosse Koalition ha perso appeal dopo Merkel

Grünen. Che fine hanno fatto i Verdi? Cosa è successo al partito che aveva innovato la politica in Germania e in Europa? Joseph Martin Fischer, detto Joschka, già leader gauchiste poi ministro degli affari esteri della Germania e vice-cancelliere con Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, testa fine e grande visione, il leader che ha accompagnato il movimento verso la sua maturità politica, non ha trovato degni eredi. Dopo il disastro elettorale del 2024 si è dimesso l’intero gruppo dirigente, oggi sono personaggi in cerca d’autore.

Heimat. La casa, il proprio luogo di origine, un legame ancestrale, pre-razionale. La differenza con Vaterland, l’altra parola per “patria”, è profonda, quest’ultima indica l’appartenenza a uno stato, una dimensione politica frutto anche di una scelta, non solo del luogo di nascita. Heimat, come nella serie diretta da Edgar Reitz, è dove tornare, dove sentirsi davvero sicuri anche dalla storia. A questa nozione di patria non fa riferimento solo l’AfD, ma il partito di estrema destra ne ha fatto una bandiera.

Islamismus. La popolazione musulmana in Germania è poco più del 6 per cento, eppure è concepita come una minaccia non solo culturale, ma esistenziale. E’ così in molta parte d’Europa (si pensi alla Francia) e ormai anche negli Stati Uniti. “Freiheit statt Islamismus” (libertà invece che Islamismo) è scritto in un manifesto della Cdu a Berlino, dove ha vinto una musulmana di origine turca. Tra Islam e Islamismo c’è confusione e proprio questo ha alimentato le tensioni. Come ha scritto l’Economist, è quest’ultimo la minaccia, è l’ideologia che predica la jihad. Ma la mancata chiarezza ha favorito i peggiori istinti da entrambe le parti. Con esiti paradossali.

Jena. la città della Zeiss, culla del romanticismo e del nazionalismo tedesco, dove un gruppo di giovani pensatori e poeti ai primi del’800 ha cambiato il pensiero di una generazione in tutta Europa (i fratelli Schlegel, Novalis, Schleiermacher, Tieck, Hölderlin, Fichte, Schelling, Hegel), è oggi la nicchia del partito liberale guidato da Thomas Nitzsche (senza e), ma nemmeno lui può invertire la tendenza al declino, tanto meno il vecchio leone, il settantenne Wolfgang Kubicki. I liberali non sono più da tempo arbitri della politica tedesca, l’Fdp è presente in soli sei parlamenti regionali su 16. La sua crisi è lo specchio di una polarizzazione estrema, che non lascia nessuno spazio mediano.

Kaputt. La K è una consonante che abbonda nella lingua tedesca, potevamo scegliere Krieg per il ritorno della guerra e il nuovo riarmo, oppure Kultur nel paese europeo dove è nata la stampa e dove si legge di più (anche i giornali) per chiederci come mai la nuova Germania unita non ha prodotto gli intellettuali e gli artisti fioriti in quella divisa, persino nell’est comunista. Ma abbiano scelto Kaputt, cioè rovinato, distrutto, spacciato, un’espressione nata in ambiente militare già durante la guerra dei trent’anni (1618-1648). L’abbiamo presa in prestito dal giornalista del Financial Times di origine tedesca Wolfgang Münchau: è il titolo del suo libro uscito l’anno scorso, un’analisi brillante – ma impietosa – della crisi del modello tedesco brillante. Da troppo tempo la Germania cresce troppo poco, nonostante la nomea di locomotiva d’Europa. Il pil, dal 2000 a oggi, è aumentato in media dell’1,1 per cento. La disoccupazione è appena il 4 per cento, la metà di quella francese (l’Italia è al 6 per cento). Il debito pubblico al 65 per cento (Francia 117 per cento, Italia 138 per cento) il reddito pro capite s’aggira sui 44 mila euro l’anno, un po’ più di quello francese, quasi il doppio di quello italiano. Il governo ha stanziato 900 miliardi per le infrastrutture e la difesa, sperando che faccia da traino all’intero prodotto lordo. La Germania ha abbandonato il vincolo costituzionale al pareggio del bilancio pubblico e ha cominciato a spendere, tanto che il disavanzo è arrivato al 4 per cento. Ma per vederne gli effetti ci vuole tempo. La crisi non è congiunturale, perché riguarda le quattro gambe che hanno fatto avanzare il paese: esportazioni, gas russo a basso prezzo, Cina, manifattura tradizionale (come l’auto) protetta anche a costo di rallentare l’innovazione tecnologica. E una volta aperto il pentolone di Walpurga, ne sono usciti spettri che non vogliono più mercato, ma più stato, non un paese aperto, ma chiuso ai forestieri. Abyssus vocat abyssum?

La popolazione musulmana in Germania è poco più del 6 per cento, eppure è percepita come una minaccia non solo culturale, ma esistenziale

Linke. La sinistra è la variante rossa del populismo. Guidata dal socialista radicale Oskar Lafontaine e dall’ex comunista Gregor Gysi, ha compiuto la sua lunga marcia da est a ovest e dalla opposizione pura e dura alle anticamere del potere, per ora solo locale. Ma il cammino ha allontanato il sentore di muffa e carbone. La sua politica economica potrebbe essere definita keynesismo a oltranza. La politica estera è orientata a un pacifismo vecchio stile. Europeista, critica il “neoliberismo” della Commissione, sulla Russia il partito è diviso visto anche il peso dei nostalgici, ma appoggia l’indipendenza dell’Ucraina. Gysi, che aveva svolto un ruolo importante nella Sed (Partito socialista unificato) in Germania est, aveva già attaccato come illegale l’annessione della Crimea. Quello di Putin, ha detto, è un regime di “capitalismo di stato”. Al congresso di Bielefeld nel 2015 colpì tutti con il suo discorso: “Proprio perché ho vissuto in una dittatura posso consigliarvi di apprezzare e di difendere lo stato di diritto”. Per la nuova generazione quella di Elif Eralp, figlia di rifugiati politici turchi, laureata in legge, Pro-Pal (ça va sans dire), il brodo di coltura è la protesta sociale e Zohran Mamdani è il suo profeta.

Mitbestimmung. Cogestione, la grande conquista del sindacato è ormai una zavorra. Era stata un mito più che una bandiera anche in Italia negli anni Settanta. Introdotta nel 1951 nei settori del carbone, acciaio e miniere, stabiliva che nelle aziende con più di mille dipendenti spetta ai rappresentanti dei lavoratori lo stesso numero di seggi degli azionisti. Il responsabile delle risorse umane viene nominato dopo il voto vincolante dei sindacati. Nel 1976 il governo guidato dal socialdemocratico Helmut Schmidt, in coalizione con i liberali, introduce una nuova legge che estende la cogestione nell’ambito di una riforma della governance aziendale basata su due organismi: il consiglio di sorveglianza rappresenta per metà gli azionisti e per l’altra metà gli eletti dai lavoratori a scrutinio segreto ogni 4 anni; il consiglio esecutivo invece è composto di manager. Il sistema ha garantito a lungo la pace sociale e una regolazione della dinamica dei salari, ma alla svolta del nuovo secolo ha cominciato a vacillare, anche se resta ancora in piedi.

Nein. Quante volte la Germania ha detto no? Lo ha detto all’Italia quando aveva bisogno di sostegno finanziario (per un prestito nel 1977 pretese che casse di lingotti d’oro fossero portate nella Bundesbank, una volta restituiti c’era sopra il bollo dell’aquila). Lo ha detto persino alla Francia, sull’energia nucleare, sulla Nato, anche dopo che Mitterrand e Kohl passeggiarono mano nella mano a Verdun. La politica del No era la politica della banca centrale. E anche quando si sapeva che si sarebbe comunque cercato un compromesso, sembrava più utile cominciare con un bel Nein. Ora sarebbe quasi ovvio reagire con malcelata soddisfazione alla valanga di no che sale dagli antri più oscuri e profondi. Ma se la Germania è tornata malata d’Europa, il resto d’Europa dovrebbe darle la giusta medicina, quella della comprensione e del sostegno, ciò che l’AfD certo non si aspetta.

La Germania ha detto “Nein” tante volte. Ma se oggi è la malata d’Europa, dovrebbe ricevere comprensione e sostegno, ciò che l’AfD non si aspetta

Ossie. Sono chiamati così in modo dispregiativo gli abitanti dell’est, la ex repubblica comunista, i quali chiamano Wessie gli abitanti dell’Ovest. Il mondo dell’est non si è mai integrato non solo economicamente, ma culturalmente e socialmente. Basta andare pochi chilometri lontano dal centro di Berlino e i falansteri razionalisti ingrigiti e in disarmo sono ancora lì, il risanamento alla Renzo Piano è rimasto una splendida facciata. I Wessie lamentano i quattrini che hanno speso per aiutare l’unificazione, una tassa ad hoc, il marco alla pari anche se quello orientale era carta straccia e così via. Gli Ossie pensano che sia stata una colonizzazione come si diceva fino a poco tempo fa (e spesso si dice ancora) a proposito del Mezzogiorno italiano. Una forza lavoro ormai vecchia e difficile se non impossibile da riconvertire, ha guardato prima al nostalgico partito degli ex comunisti, la Linke. Dal momento in cui si è integrata nel sistema, il risentimento e la sfiducia si sono riversati sulla AfD, l’alternativa per la Germania di nome e di fatto. Più che lo scontro tra campagne e città, dunque, è la frattura est-ovest a determinare il futuro di un paese che, unito dalla lingua come abbiamo scritto, è diviso su tante, troppe cose. C’è da chiedersi se davvero i Wessie hanno fatto abbastanza non in termini economici, ma culturali, i quali si stanno rivelando ovunque i più importanti.

Partizan. In questa frattura si consuma la rivincita di Carl Schmitt e della sua teoria del partigiano. Il giurista e filosofo ha fatto da maestro alla versione più sofisticata del nazismo ed è stato rilanciato dai nuovi tecnocrati come Peter Thiel (tedesco, filosofo, imprenditore). Anche al di là della Germania, la teoria del partigiano è stata sdoganata da tempo fino a diventare la bibbia della politica nel primo quarto del XXI secolo, basata non solo sulla dialettica-amico nemico, ma sul rifiuto delle regole dettate dal diritto internazionale perché “contro i partigiani si combatte alla partigiana” ha scritto Schmitt. Sarà per colpa dell’11 settembre 2001, come sostiene lo stesso Thiel, ma è finita la ricerca del compromesso quale strumento di convivenza nella società pluralista. Oggi ovunque il vincitore vuol prendersi tutto e spesso lo fa nella stessa Germania che era stata il maggior laboratorio del compromesso.

Nella frattura tedesca si consuma la rivincita di Carl Schmitt e della sua teoria del “Partisan”, la bibbia della politica del XXI secolo

Quelle, la fonte. Ci riporta ad alcune delle voci precedenti, il sangue, la patria, il principio del capo, l’identità, l’appartenenza, tutto ciò che pezzo dopo pezzo sta formando una ideologia contrapposta a quella prevalsa dopo la Seconda guerra mondiale. La fonte che ha abbeverato la Repubblica federale tedesca si è inaridita. Dalle rive dell’Oder a quelle del Reno il paese principe per la filosofia (così come la Francia per la politica e l’Inghilterra per l’economia) diffonde, distorcendolo, il pensiero nato a Jena.

Russland. Odiata e combattuta, la Russia nella storia tedesca ha molto spesso rappresentato sul fronte est quel che la Francia è stata ad ovest. Lenin ha fatto la rivoluzione con i marchi del Kaiser. L’esercito della Repubblica di Weimar ha ricostruito l’esercito sovietico che poi Stalin ha decapitato, esponendolo così alla Operazione Barbarossa. Ma senza andare tanto lontano l’ambiguità tedesca verso Zar Vlad rimane un problema aperto. Non è solo questione del gas, è di più, e lo si è visto con Angela Merkel e il patto di Minsk del 2014. Si parlavano in tedesco, ma Mutti non ha capito quel che Putin gli stava dicendo, tanto meno quello che non voleva dirle.

Spd, il partito socialdemocratico, secondo pilastro del sistema, è anch’esso a terra. La svolta di Bad Godesberg nel 1959, con l’abbandono del marxismo, lo aveva reso adatto a governare. Willy Brandt, sindaco di Berlino con la sua Ostpolitik, Helmut Schmidt che chiede gli euromissili americani nel 1979 contro l’espansionismo sovietico, Gerhard Schröder con le sue riforme economiche delle quali usufruirà la cancelliera Merkel, poi il buio. Il povero Olaf Scholz aveva capito l’immenso compito che non solo lui, ma il paese aveva davanti, niente meno che cambiare il Modell Deutschland, ma non ha avuto né le doti, né il consenso per farlo. Adesso il partito fondato da Ferdinand Lassalle nel 1863 si dibatte tra parole d’ordine del passato e afonia sul futuro.

Tank. I carri armati sono tornati, non sono più i Panzern di una volta, sono piattaforme militar-tecnologiche, ma la guerra in Europa, se il nemico è di nuovo la Russia, si fa con i droni, con l’intelligenza artificiale e con i possenti mezzi cingolati. Sono un po’ l’emblema di un paese che ha abbandonato con fatica e dolore il pacifismo per imboccare una via senza prevedibile ritorno. Il cancelliere Merz non avrà carisma, ma è stato determinato nel lanciare un grande piano per la difesa e le infrastrutture, che sono fondamentali in caso di aggressione nemica. E ora paga anche questo, soprattutto tra gli Ossie. Il riarmo tedesco fa venire i brividi? Ma Berlino non sta facendo quel che dovrebbero fare tutti gli altri paesi europei? Si parla di difesa europea, eppure solo gli arzigogoli di una leadership prona alle mire di Giuseppi Conte può dire che non si fa potenziando gli eserciti dei singoli paesi. Di Leopard, Panther e come altro si chiamano non possiamo fare a meno.

Gli Ossie, gli abitanti dell’Est, si sentono vittime di una colonizzazione. Prima si sono rivolti, nostalgici, ai post comunisti. Ora guardano a destra

Unterweg, in viaggio, un’espressione che ben s’addice a una popolazione sempre in cammino. Il Wanderer il viandante è un’istituzione e anche un simbolo. In marcia, dunque, ma verso dove? La risposta con è facile. La crisi politica ed economica della Germania riporta al centro il vecchio dilemma: motore d’Europa o mini potenza solitaria?

Volkswagen – E’ stato scritto di tutto, anche su queste colonne. Quel che va male alla VW va male alla Germania, come si diceva un tempo della General Motors e della Fiat. Si è rovesciato il paradigma cinese e ora è Pechino a spazzare Wolfsburg. Il colosso tedesco ha puntato troppo sulla Cina? Forse, per trent’anni però ha fatto il pieno di utili. La Fiat non ci ha creduto e ha chiuso bottega molto prima. La VW sta dimagrendo e si riprenderà, ha un grosso problema sociale – oltre che industriale – ma soprattutto il nuovo Modell Deutschland non ruoterà più attorno alla “macchina del popolo”.

I tank sono l’emblema di un paese che ha abbandonato con fatica e dolore il pacifismo per imboccare una via senza prevedibile ritorno

Weidel, come Alice Elisabeth, è la figura politica sulla cresta dell’onda nera. Il nonno paterno Hans, è stato un membro delle SS, offertosi volontario come alto giudice militare hitleriano, sfuggito ai processi del dopoguerra. Nata nel 1979, ha fatto in tempo a vivere i suoi primi dieci anni sotto il comunismo, studentessa modello, lavora due anni all’Allianz (il colosso assicurativo tedesco), poi diventa consulente aziendale e se ne va in Svizzera nei cantoni di lingua tedesca dove può convivere in maggior tranquillità con Sarah Bossard, produttrice cinematografica di origine singalese. Ma quando viene folgorata dalla politica? Fin dal 2013, dalla fondazione dell’AfD che allora si presentava come partito euroscettico, conservatore, ma moderato rispetto a quel che è diventato. Quattro anni dopo Weidel è già in cima, candidata di punta alle elezioni per il Bundestag. Da allora nessuno l’ha più fermata, prima portavoce, poi presidente, lei è l’alternativa per la Germania; può sembrare un paradosso in una Germania che raccoglie la nostalgia del passato nazi-comunista, eppure è un paese moderno con tutte le sue contraddizioni ben incarnate dalla stessa Alice: filorussa, ma nazionalista; la sua compagna è una donna, però esalta la famiglia tradizionale; inneggia a legge e ordine poi paga in nero la colf siriana; vuole chiudere i confini e vive in riva al lago di Costanza a cavallo di tre confini; in poco tempo ha macinato tutti i suoi contendenti interni e c’è chi la chiama una Bismarck in sneaker, fatte in Svizzera naturalmente.

Zeitenwende, svolta epocale. Di Olaf Scholz la storia ricorderà forse solo questa espressione pronunciata subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La Germania sperava di non arrivarci mai, adesso non può sfuggirne. I suoi turbamenti, i suoi singulti, le sue fratture regionali, generazionali, ideologiche, ne fanno una democrazia normale e occidentale, il che ci rassicura. Ma guai a farsi prendere dall’umanissimo piacere per i mali altrui, guardiamoci dalla Schadenfreude, una delle tante parole per tradurre le quali dobbiamo spendere un’intera frase.


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