Riceviamo e pubblichiamo. Cittadine e cittadini, rappresentanti delle istituzioni, forze sociali e sindacali.
Ho deciso di prendere la parola con la fermezza e la responsabilità che la mia storia e il mio impegno per questa città mi impongono.
Parlare oggi di Civitavecchia Servizi Pubblici (CSP) non significa fare una mera polemica politica; significa denunciare un collasso annunciato, analizzare un disastro gestionale e, soprattutto, difendere il lavoro di oltre trecento persone e il diritto di una comunità ad avere servizi degni di questo nome.
Credo nelle partecipare: 1999 Etruria servizi nasceva con me sindaco. 47 persone. Oggi sono 320. Credo nelle partecipate Sane: nel 2024 come sindaco ricevevo persone a cui avevano regalato la tuta HCS come pegno di assunzione. Di fronte ad una azienda inefficiente e “covo” di privilegi, proposi la liquidazione di HCS per una Nuova Municipalizzata.
I numeri di oggj ancora una volta non mentono e raccontano il fallimento di chi oggi governa l’azienda. Guardiamo i fatti: un Piano di Risanamento e Aziendale (PRA) approvato a dicembre e letteralmente sgranellato, polverizzato dopo appena tre mesi. Come si può parlare di programmazione quando un piano strategico non dura neanche il tempo di un trimestre? Questa non è gestione aziendale, è navigazione a vista nel buio più totale.
Ci troviamo di fronte a un debito attuale che sfiora i 3,9 milioni di euro, lontani dai 3,2 previsti dal piano (sbriciolato dopo tre mesi) attraverso manovre d’emergenza e frenate d’arresto solo promesse e mai attuate provocando un deficit strutturale e spaventoso. Con il Comune che dopo 9 milioni di ricapitalizzazioni negli ultimi anni, ha le mani legate dalla Corte dei Conti.
Ma quello che è ancora più grave non è solo il dato contabile: è che nessuno sa come uscire da questo buco nero. Non c’è una certezza, non c’è una visione, non c’è uno straccio di strategia per il futuro. Non c’è verità nella promessa di stabilizzare gli stagionali illusi da un concorso oggi, guarda caso, sospeso sul baratro di un deficit di 411 mila euro in sei mesi.
Non si tratta semplicemente di “conti in rosso” o di numeri da far quadrare su un foglio di calcolo. La continuità aziendale è messa in serio pericolo. Per 320 lavoratori e per le loro famiglie il rischio occupazionale è concreto, imminente, reale.
L’occupazione a Civitavecchia è minacciata come non mai. Chi gestisce oggi la macchina pubblica sembra dimenticare che dietro ogni cifra, dietro ogni capitolo di bilancio in passivo, ci sono madri e padri di famiglia che non sanno se domani avranno ancora un posto di lavoro e uno stipendio sicuro.
E a fronte di questo dramma, qual è il servizio erogato ai cittadini? Rispondete voi: Civitavecchia sta sfiorando livelli intollerabili di servizi scadenti e indecorosi. La nettezza urbana e l’igiene pubblica sono sotto gli occhi di tutti; i servizi cimiteriali lasciati all’abbandono; la gestione dei parcheggi e della sosta tariffata priva di qualsiasi logica di mobilità moderna. La Tari aumenterà di 1,2 milioni e oggi pagano al comune l’addizionale Irpef anche i redditi minimi sotto i 10 mila euro.
Paghiamo di più per avere di meno. Un’azienda pubblica nata per erogare servizi essenziali è diventata un zavorra che rischia di affondare le casse comunali e di travolgere gli stessi dipendenti.
Un’amministrazione seria e responsabile, di fronte all’evidenza di un PRA fallito a novanta giorni dalla sua adozione e di un debito fuori controllo, prende atto del fallimento gestionale. Tocca a lei anche se i mali della CSP come detto partono da lontano.
Non si può chiedere ai lavoratori di fare sacrifici, né si possono chiedere ulteriori tasse e disservizi ai cittadini, se chi guida la nave l’ha incagliata sulle secche dell’incompetenza.
Serve e chiedo urgentemente un radicale, immediato e perentorio cambio di management alla guida di CSP.
La dirigenza e il vertice aziendale attuale hanno dimostrato l’assoluta incapacità di governare la complessità dei servizi pubblici locali. Non servono più burocrati d’area, né nomine frutto della lottizzazione politica o dell’appartenenza di fazione.
Servono manager di comprovata capacità industriale e finanziaria, esperti di pianificazione strategica in grado di presentare un piano di ristrutturazione del debito reale, credibile e sostenibile, negoziato con trasparenza con i creditori e con l’Amministrazione Comunale.
Serve Blindare e tutelare la clausola sociale e i livelli occupazionali dei 320 lavoratori, valorizzando le competenze interne e riorganizzando l’azienda senza macelleria sociale.
Serve ripensare e riorganizzare i servizi di base (raccolta rifiuti, manutenzione del verde, cimitero, trasporti) attraverso standard qualitativi verificabili quotidianamente dai cittadini.
Se non si cambia subito la testa dell’azienda, qualsiasi iniezione di liquidità dalle casse comunali mascherata da revisione dei contratti di servizio sarà soltanto un inutile tampone, un’agonia prolungata che prosciugherà sia le tasche dei cittadini che il bilancio del Comune senza salvare né i servizi né i posti di lavoro.
Proviamo ad allargare lo sguardo. La crisi di CSP non è un incidente isolato: è la spia luminosa di un male oscuro, di una paralisi politica e programmatica che sta soffocando la nostra città.
Siamo di fronte alla MANCANZA ASSOLUTA di un piano di sviluppo comunale e territoriale. Ci troviamo immersi in un quadro economico e industriale in profonda trasformazione — dalla fine dell’era del carbone alle trasformazioni della logistica e della portualità — ma la politica locale assiste inerme, priva di bussola e di prospettiva.
Guardiamo la realtà demografica e sociale che ci attende nel futuro. Anzitutto l’invecchiamento e lo spopolamento perché Civitavecchia rischia di trasformarsi progressivamente in una “città sfiorita”, un paese per soli anziani. I dati sono impietosi: la popolazione diminuisce, la denatalità avanza e la quota di residenti over 65 passerà dal 25% a oltre il 34%. Oggi un cittadino su quattro è anziano. Nei prossimi 20 anni un cittadino su tre sarà over 65.
A questo si aggiunge l’emorragia dei giovani: La fascia in età da lavoro (15-64 anni) subirà un crollo vertiginoso di quasi 7.500 unità. I nostri giovani migliori, i nostri ragazzi laureati e qualificati, sono costretti ad andarsene perché qui non trovano opportunità, non trovano futuro, non trovano un tessuto aziendale capace di accoglierli.
Aumenteranno le nuove povertà mentre già aumentano le disuguaglianze e le nuove forme di fragilità sociale. Le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese, la classe media si assottiglia e il reddito medio locale rischia di polarizzarsi drammaticamente.
Avremo sempre più imprenditori senza coraggio e politica asservita. Purtroppo dobbiamo constatare che gli imprenditori non hanno più il coraggio di investire in questo territorio. E perché dovrebbero farlo, se non trovano una pubblica amministrazione in grado di garantire tempi certi, infrastrutture adeguate e una visione di sviluppo?
La politica locale è retrocessa, diventando spesso un’”ancella o mandante” dei propri debiti, schiacciata o subalterna ai poteri economici forti, incapace di far valere l’interesse pubblico.
Vengono sbandierati milioni di investimenti, ma senza che il potere di promozione e d’indirizzo dei cittadini possa incidere davvero.
Si parla di transizione energetica, ma senza un piano industriale d’area il risultato è solo la perdita dei posti di lavoro dell’indotto tradizionale senza una reale e diffusa occupazione sostitutiva.
Siamo di fronte a sfide epocali alle quali, se continuiamo di questo passo, “sopravviveranno solo i più forti”, mentre la parte più debole della nostra comunità affonderà.
Questo non è il nostro modello di società. Non il mio, almeno. Non possiamo accettare che la risposta al cambiamento sia la rassegnazione.
Nonostante questo quadro critico, io rifiuto l’idea che il destino di Civitavecchia sia segnato o che si debba assistere passivamente a questa lenta catastrofe.
Civitavecchia possiede risorse, energie, posizioni strategiche e intelligenze straordinarie per rialzare la testa e tornare a correre.
Ma per farlo serve un’inversione di rotta immediata su quattro assi strategici:
1. Rilancio delle partecipate e salvaguardia del lavoro: CSP deve trasformarsi da problema in risorsa. Con il cambio di management, l’efficientamento operativo e l’integrazione di servizi a valore aggiunto (servizi alla portualità, gestione evoluta della sosta e della logistica urbana), l’azienda pubblica può tornare in attivo e garantire stabilità ai suoi 320 lavoratori.
2. Patto strategico per lo sviluppo e l’occupazione: Bisogna riannodare il filo della programmazione tra Comune, Autorità di Sistema Portuale, Regione e Ministeri. La posizione del nostro porto deve diventare il motore di un’economia circolare in un quadro di sviluppo sostenibile, della logistica retroportuale avanzata, del turismo stanziale e delle energie rinnovabili. Dobbiamo attrarre investimenti privati seri e vincolarli all’occupazione giovanile locale come valore di sostenibilità sociale e non come zavorra
3. Formare i nostri giovani alle professioni del futuro (digitale, sostenibilità, manutenzione avanzata, turismo di qualità). Dobbiamo dare ai nostri figli una ragione valida per restare e costruire il loro avvenire qui a Civitavecchia.
4. Nuovo Welfare e sostenibilità comunale: Alleggerire la pressione sulle casse comunali non significa tagliare i servizi ai più deboli, ma riorganizzare la spesa sociale per rispondere all’invecchiamento della popolazione con servizi domiciliari efficienti, RSA moderne e politiche di sostegno alle giovani famiglie per invertire il trend della denatalità.
Cittadine e cittadini,
Civitavecchia non è destinata alla rassegnazione né al declino irreversibile. La crisi della CSP e le difficoltà economiche che stiamo attraversando devono rappresentare il punto di svolta, la scossa necessaria per spazzare via la cattiva gestione, l’improvvisazione e la mancanza di visione.
I lavoratori di CSP non sono soli. La città non è sola. Esige risposte, esige competenza, esige un cambio di passo immediato. Pietro Tidei.
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