Nel 2025 accertati 35.735 reati ambientali, in diminuzione del 12%, mentre il giro d’affari riconducibile all’economia illegale ambientale raggiunge 11,5 miliardi di euro. Campania, Sicilia, Puglia e Calabria concentrano il 44,3% delle violazioni penali. Rifiuti, abusivismo, incendi negli impianti e agroalimentare restano alcuni dei fronti più delicati.
Meno reati ambientali accertati, ma un’economia illegale che continua a muovere miliardi di euro. È il paradosso che emerge dal rapporto Ecomafia sui dati del 2025: il business riconducibile alle attività illegali legate all’ambiente raggiunge 11,5 miliardi di euro, mentre i reati ambientali censiti in Italia scendono a 35.735, con una flessione del 12%.
Numeri che mostrano come la criminalità ambientale non possa essere considerata soltanto un problema di ordine pubblico.
Dietro discariche abusive, traffici di rifiuti, cemento illegale e infiltrazioni nelle filiere agroalimentari esiste infatti un’economia parallela che sottrae risorse alle imprese regolari, altera la concorrenza e trasferisce sulla collettività enormi costi ambientali e sociali.
Quattro regioni concentrano quasi la metà dei reati
Il fenomeno continua a presentare una forte concentrazione territoriale.
Campania, Sicilia, Puglia e Calabria raccolgono complessivamente il 44,3% dei reati ambientali accertati in Italia.
La Campania rimane la regione con il numero più elevato: 5.636 reati, equivalenti al 15,8% del totale nazionale.
Anche la graduatoria provinciale mostra una forte concentrazione nel Mezzogiorno. Napoli registra 2.512 illeciti penali, mentre Bari ne conta 985.
Ma considerare le ecomafie un fenomeno esclusivamente meridionale sarebbe un errore.
Illegalità ambientali e traffici attraversano l’intero Paese e possono coinvolgere territori del Centro-Nord. La presenza della provincia di Latina tra le venti realtà maggiormente interessate ne rappresenta un esempio.
Il grande affare dei rifiuti
Uno dei settori più delicati resta quello dei rifiuti.
Nel 2025 sono stati accertati 10.914 illeciti nella loro gestione.
Il motivo economico è evidente: smaltire correttamente un rifiuto comporta costi. Eludere le regole può quindi produrre margini elevati per chi opera illegalmente.
Il danno, però, viene trasferito agli altri.
Pagano le imprese che rispettano la normativa e devono competere con operatori che abbattono illegalmente i costi. Pagano i territori contaminati. Pagano le amministrazioni chiamate successivamente a intervenire con bonifiche e ripristini.
Particolarmente significativo è inoltre il dato relativo agli incendi negli impianti di trattamento: 76 episodi, con un incremento del 24,7%.
Un fenomeno che richiede attenzione non soltanto investigativa ma anche economica, perché la gestione dei rifiuti rappresenta ormai una delle grandi infrastrutture industriali del Paese.
Cemento illegale: 8.034 reati
Il secondo grande fronte è quello del ciclo del cemento.
I reati accertati sono scesi a 8.034, ma la dimensione del fenomeno rimane significativa.
Abusivismo edilizio, violazioni urbanistiche e interventi illegali sul territorio hanno conseguenze che possono durare decenni.
Anche qui esiste una dimensione economica spesso sottovalutata.
Un edificio abusivo non rappresenta soltanto una violazione urbanistica. Può significare consumo illegale del territorio, concorrenza sleale verso l’edilizia regolare, mancati introiti pubblici e successivi costi amministrativi per demolizioni, contenziosi e messa in sicurezza.
Il Lazio e il caso Roma
Nel Lazio sono stati rilevati 2.358 ecoreati.
Tra questi figurano 859 casi collegati allo smaltimento abusivo. Nella provincia di Roma sono stati inoltre censiti 155 illeciti edilizi.
Numeri che confermano la diffusione nazionale del fenomeno e dimostrano come l’economia criminale ambientale sappia adattarsi alle caratteristiche dei diversi territori.
Cresce l’attenzione sull’agroalimentare
C’è poi un altro settore particolarmente sensibile: il cibo.
Le attività di controllo dei Nuclei antisofisticazioni e sanità dei Carabinieri hanno portato alla chiusura o al sequestro di 1.311 strutture e quantitativi di alimenti, per un valore complessivo superiore a 34 milioni di euro, in un contesto segnato dalla crescita delle illegalità agroalimentari.
La questione riguarda direttamente uno dei patrimoni economici più importanti dell’Italia.
Contraffazioni, frodi, produzioni irregolari e violazioni sanitarie non danneggiano soltanto i consumatori: possono compromettere la reputazione di intere filiere e penalizzare migliaia di imprese agricole e alimentari che rispettano le regole.
Gli 11,5 miliardi sottratti all’economia legale
È però il valore economico complessivo delle ecomafie a rendere evidente la dimensione del problema.
Undici miliardi e mezzo di euro rappresentano un’economia criminale di dimensioni industriali.
Il punto non è soltanto quanto guadagnano le organizzazioni illegali.
Occorre considerare anche quanto perde l’economia sana.
Ogni attività illegale può sottrarre mercato a un’impresa regolare. Ogni smaltimento clandestino può sostituire un servizio che avrebbe dovuto essere effettuato legalmente. Ogni costruzione abusiva può sottrarre lavoro all’edilizia che paga tasse, contributi e autorizzazioni.
La lotta alle ecomafie diventa quindi anche politica economica e tutela della concorrenza.
Legalità significa anche mercato
Il 1° ottobre Legambiente ha presentato al Governo dieci proposte per rafforzare il contrasto alle illegalità ambientali.
Il tema merita di essere affrontato anche da una prospettiva spesso trascurata.
Combattere le ecomafie non significa soltanto arrestare chi commette reati o sequestrare beni.
Significa rendere economicamente sconveniente l’illegalità, aumentare la capacità di controllo, tracciare meglio i flussi dei rifiuti, accelerare le bonifiche e proteggere le imprese che operano rispettando le regole.
Perché dove l’impresa illegale può risparmiare violando la legge, l’impresa onesta parte con uno svantaggio competitivo.
Ed è forse questo il dato economico più importante del rapporto Ecomafia 2025.
Dietro i 35.735 reati ambientali non esiste soltanto un problema di legalità. Esiste un mercato criminale da 11,5 miliardi di euro che sottrae spazio all’economia regolare.
Difendere l’ambiente, quindi, significa anche difendere imprese, occupazione, concorrenza e sviluppo.
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