Il titolo Stellantis è sceso intorno a 3,84 euro, un livello che Torino Cronaca descrive come minimo storico dai tempi della fusione tra FCA e PSA. Nella seduta del 2 ottobre c’è stato un rimbalzo di circa il 4,7 per cento, con il prezzo risalito a 4,03 euro, ma la distanza rispetto ai valori di qualche anno fa resta enorme. A pagare il prezzo più visibile, sostiene il quotidiano, sono i dipendenti azionisti: operai, tecnici e impiegati che hanno aderito a Shares to Win, il piano di azionariato lanciato da Stellantis nel 2023 e arrivato nel 2025 alla terza edizione consecutiva.
I numeri del programma sono imponenti. Dal 2023 i dipendenti hanno sottoscritto 22 milioni di azioni, pari a 209 milioni di euro investiti, e oggi detengono il 2,8 per cento del capitale, in crescita di 1,1 punti rispetto a ottobre 2023. L’edizione 2025 ha coinvolto 235 mila dipendenti idonei in 20 Paesi. Va però chiarito subito un punto che il titolo lascia in ombra: i 209 milioni non sono tutti risparmi dei lavoratori. Secondo il comunicato di Stellantis, 141 milioni provengono da sottoscrizioni personali e 68 milioni da contributi integrativi messi a disposizione dall’azienda. Inoltre i dipendenti non hanno “ricevuto” le azioni in dono: le hanno acquistate a condizioni agevolate, con uno sconto del 20 per cento sul prezzo di riferimento e con un contributo aziendale.
Quanto hanno perso davvero: tre edizioni, tre prezzi
Per capire se i risparmi siano davvero “dimezzati” bisogna distinguere per edizione, perché ogni piano ha avuto un prezzo di sottoscrizione diverso. Nell’edizione 2024 il prezzo, già scontato del 20 per cento, era di 9,74 euro. Nel 2025 era di 6,52 euro. Con il titolo a 3,84 euro, la distanza è di circa il 60 per cento rispetto al 2024 e di circa il 41 per cento rispetto al 2025, calcoli nostri sui prezzi riportati. Per le azioni sottoscritte nella prima tranche del 2023, quando il titolo valeva molto di più, secondo Torino Cronaca il calo sarebbe probabilmente ancora maggiore, perché in quell’epoca il prezzo era ben sopra i 10 euro. Per avere un’idea delle dimensioni delle somme in gioco, l’investimento medio dei dipendenti è stato di oltre 1.150 euro nell’edizione 2025 e di circa 1.960 euro in quella del 2024, quando aderì circa il 15 per cento degli idonei. Nella prima tranche del 2023, riservata a Francia e Italia, aderì il 22 per cento degli aventi diritto, con il 13 per cento in Italia, cioè oltre 5.800 lavoratori, per un investimento complessivo di circa 65 milioni. Il quadro, quindi, è questo: per alcuni la perdita rispetto al prezzo pagato è vicina alla metà, per altri è più alta o più bassa. “Dimezzati” è una sintesi efficace, ma non vale in modo uguale per tutti.
C’è poi un elemento che cambia i conti e che il titolo non considera: il contributo aziendale. Nel 2025 Stellantis ha aggiunto un contributo integrativo fino a 1.000 euro, con una maggiorazione sui primi 200 euro investiti. Facciamo un esempio ipotetico, costruito da noi e da verificare con il regolamento del piano: un dipendente che investe 1.000 euro e riceve dall’azienda il contributo massimo avrebbe in totale 2.000 euro di azioni, cioè circa 307 titoli a 6,52 euro. A 3,84 euro varrebbero circa 1.178 euro, quindi più dei 1.000 euro messi di tasca propria, anche se molto meno dei 2.000 euro che valevano al momento dell’acquisto. Per chi ha contribuito meno, o per chi ha aderito alle edizioni precedenti, il risultato può essere diverso. In altre parole, la perdita sul valore delle azioni è reale, ma il confronto con i soldi effettivamente versati dai lavoratori dipende dalla quota messa dall’azienda.
“E non si possono vendere”: cosa dice il vincolo
Il secondo elemento della beffa, secondo il titolo, è che le azioni non si possono vendere. Le fonti confermano l’esistenza di un vincolo di tre anni: chi aderisce al piano si impegna a non cedere i titoli per tre anni, e questo vale come condizione per ottenere sconto e contributo. Un’analisi sul funzionamento del piano ricorda che il blocco protegge dal trading impulsivo e favorisce una prospettiva di lungo periodo, ma riduce la flessibilità in caso di necessità. Per la prima tranche, che risale alla fine del 2023, le azioni non avrebbero potuto essere vendute prima del 2026, salvo circostanze eccezionali. Questo significa che, a seconda dell’edizione, alcuni dipendenti potrebbero essere già nelle condizioni di vendere, mentre altri restano vincolati fino al 2027 o al 2028.
Il blocco, quindi, non è una trappola nascosta ma una regola dichiarata dal piano, che Stellantis ha presentato come strumento per rafforzare il legame con i lavoratori, e la sua pesantezza si sente quando il titolo scende. Chi ha aderito sapeva di non poter uscire subito, ma in molti casi non poteva prevedere che il prezzo sarebbe sceso così tanto. Un commento letto in un forum di investitori, che non ha alcun valore di prova, sostiene che molti avrebbero già rivenduto, ma non esistono dati che lo confermino, e conviene non prenderlo come un fatto. Quello che si può dire con sicurezza è che la combinazione tra vincolo e calo del titolo ha trasformato un’opportunità in un rischio, e che questo rischio è tipico di ogni investimento azionario fatto nell’azienda in cui si lavora.
Il rischio di investire nell’azienda che ti paga lo stipendio
Il caso mette in luce un tema classico dell’azionariato dei dipendenti: investire i propri risparmi nell’azienda dove si lavora concentra due rischi sullo stesso soggetto. Se l’azienda va male, il lavoratore può perdere sia valore sul capitale sia, nei casi peggiori, posti di lavoro e ore, come mostra la cassa integrazione in corso in alcuni stabilimenti. Stellantis, dal canto suo, ha presentato il piano FaSTLAne 2030, con 60 miliardi di euro di investimenti, e il suo azionista di riferimento Exor ha registrato un calo del valore della quota nel semestre, che nel conto di Exor è passata da 4,3 a 2,2 miliardi di euro. Il futuro del titolo, naturalmente, non è prevedibile, e nessuna delle fonti consultate si azzarda a dire se e quando risalirà.
Per chi ha aderito al piano, la via più prudente è informarsi sul proprio caso specifico: quante azioni sono state sottoscritte, in quale edizione, a che prezzo, quanto è stato il contributo aziendale e quando scade il vincolo. Sono dati che si trovano nella documentazione fornita al momento dell’adesione e nei portali dei broker che gestiscono i piani. Per tutti gli altri, la lezione è meno tecnica e più generale: uno sconto del 20 per cento e un contributo dell’azienda rendono un’offerta allettante, ma non eliminano il rischio. E un titolo che passa da più di dieci euro a meno di quattro in poco tempo ricorda che, quando ci si investe i risparmi di una vita, il rendimento promesso non è mai garantito.
Dott. Luca Rossoni
Il dott. Luca Rossi � un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Universit� Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e societ� di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli …
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