in Italia si lavora 33 anni, penultimi in Europa


Il dibattito sulle pensioni si è riacceso attorno a una cifra: 64 anni. È l’età alla quale la Lega vorrebbe consentire di lasciare il lavoro anche a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996, allargando un canale oggi riservato ai soli “contributivi puri”, cioè quelli che hanno iniziato a versare i contributi dopo il 1996. Ma insieme alla discussione sulla pensione anticipata a 64 anni, usando il TFR per compensare i vuoti contributivi, ce n’è un’altra, ancora più decisiva: quanti anni gli italiani passano dentro il mercato del lavoro, prima di andare in pensione. Secondo i dati Eurostat aggiornati al 2025, la durata attesa della vita lavorativa in Italia è di 33 anni contro una media europea di 37,5: siamo penultimi nell’Unione, davanti alla sola Romania. E la media nazionale è fortemente influenzata dal divario di genere: le donne rimangono in media nel mercato del lavoro solo 28,4 anni, il valore più basso dei Ventisette.

Cosa prevede la proposta della Lega sulla pensione anticipata a 64 anni

Oggi l’uscita a 64 anni è possibile solo per chi ha iniziato a versare dopo il 1° gennaio 1996. La proposta illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon estenderebbe lo stesso canale ai lavoratori del sistema misto, su base volontaria e con almeno 25 anni di contributi. In cambio servirebbe accettare il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, compresa la quota maturata prima del 1996, e raggiungere una soglia minima pari a tre volte l’assegno sociale: nel 2026 si tratta di 1.638,72 euro lordi al mese. Chi non ci arriva potrebbe trasformare in rendita una parte del TFR accantonato presso l’Inps.

Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della Cgil, aggiornate al 6 settembre e pubblicate dal Corriere della Sera, stimano che il ricalcolo produrrebbe una riduzione del 10,6% dell’assegno, tra 183 e 366 euro lordi in meno al mese a seconda del profilo di carriera. In assenza di un testo normativo, però, coefficienti e trattamento fiscale della rendita restano da definire.

Il nodo vero è la soglia. Prendendo la retribuzione media dei dipendenti privati nel 2024, pari a 24.486 euro lordi, la pensione contributiva a 64 anni sarebbe di 893 euro al mese dopo 25 anni di versamenti, 1.100 euro dopo 30 e 1.546 euro dopo 40. Nemmeno quarant’anni di contributi bastano a superare i 1.638,72 euro richiesti. La flessibilità in uscita, insomma, dipende molto meno dall’età anagrafica rispetto alla lunghezza della carriera. Ed è esattamente lì che l’Italia ha il problema più grande d’Europa.

Quanti anni si lavora in Italia rispetto all’Europa: 33 contro 37,5

Eurostat, il portale statistico dell’Unione europea, stima quanti anni una persona di 15 anni può aspettarsi di trascorrere come forza lavoro nell’arco della propria vita. Nel 2025 la media dell’Unione è salita a 37,5 anni, 2,3 in più rispetto al 2016. L’Italia si ferma a 33: quattro anni e mezzo sotto la media Ue e penultimo posto assoluto, davanti alla sola Romania (32,7) e dietro a Bulgaria (34,6), Croazia (35,1) e Grecia (35,3).

In testa alla classifica ci sono i Paesi Bassi con 44,0 anni, seguiti da Svezia (43,4) e Danimarca (42,6). Rispetto al 2024, quando l’indicatore italiano valeva 32,8 anni, il recupero è di poco più di due mesi, mentre la media europea è cresciuta di tre. Il divario, quindi, si sta allargando lentamente e c’entra anche la questione di genere.

Gli uomini italiani hanno una vita lavorativa attesa di 37,3 anni, sotto la media europea di 39,5 ma non ultimi: fanno peggio Bulgaria (35,9), Romania (36,0), Croazia (36,3) e Lussemburgo (37,2). Le donne italiane si fermano a 28,4 anni, il valore più basso dell’Unione: l’unica altra sotto i trenta è la Romania (29,1), seguita dalla Grecia (31,8), mentre la media Ue è di 35,4.

Ne risulta un divario di genere di 8,9 anni, il più ampio dei Ventisette, dove la media si ferma a 4,1. Per avere un termine di paragone, in Finlandia il divario è di 0,7 anni e in Lettonia, Lituania ed Estonia le donne restano nel mercato del lavoro più a lungo degli uomini. E le cause sono molteplici: gli ingressi più tardivi nel mercato del lavoro, tassi di attività più bassi e interruzioni legate al lavoro di cura. Lo stesso meccanismo che l’Ocse individua come causa principale del gender pension gap.

Quanto vale rispetto allo stipendio: in Italia il 79% secondo l’Ocse

Proprio l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel rapporto Pensions at a Glance 2025 calcola il tasso di sostituzione netto: il rapporto tra la pensione netta e l’ultima retribuzione netta, per un lavoratore con carriera piena a partire dai 22 anni e considerando i soli schemi obbligatori. È l’indicatore che dice, in pratica, quanta parte dello stipendio la pensione riesce a rimpiazzare.

La media dei Paesi Ocse è del 63,2%, quella dei Ventisette del 68,3%. L’Italia si colloca al 79,0%, tra i valori più alti dell’area. Fanno meglio soltanto Paesi Bassi (96,0%), Portogallo (92,7%) e Grecia (88,5%). Mentre restano sotto Francia (70,0%), Svezia (66,3%) e Regno Unito (54,2%). I valori minimi si registrano in Irlanda (33,7%) e Lituania (28,2%), dove il pilastro pubblico obbligatorio è deliberatamente ridotto e il resto è affidato ai fondi integrativi.

Perché nel Bel Paese la pensione copre una quota maggiore per chi guadagna di più

C’è un dettaglio della tabella Ocse che distingue l’Italia da quasi tutti gli altri Paesi: nella media dell’area il tasso di sostituzione scende via via che sale il reddito: 75,2% per chi guadagna metà della retribuzione media, 63,2% per chi ne guadagna una, 52,9% per chi ne guadagna il doppio. È l’effetto delle componenti redistributive – pensioni minime, integrazioni, formule progressive – che proteggono i redditi più bassi.

In Italia accade il contrario: 70,4% per i redditi bassi, 79,0% per quelli medi, 81,9% per quelli alti. La curva sale invece di scendere. È la conseguenza diretta di un sistema quasi interamente contributivo, che restituisce in proporzione a quanto è stato versato e contiene pochissima redistribuzione interna. Chi ha salari bassi, part time involontari o carriere discontinue non riceve un correttivo: riceve poco perché ha versato poco. In Danimarca, per confronto, il tasso passa dal 116,7% dei redditi bassi al 63,6% di quelli alti.

Il paradosso italiano: il tasso di sostituzione più alto per una carriera che quasi nessuno fa

Lo stesso rapporto quantifica cosa succede quando la carriera lavorativa si accorcia. Cinque anni fuori dal mercato del lavoro per disoccupazione riducono la pensione totale del 7% in media nell’area Ocse. Entrare cinque anni più tardi e accumulare dieci anni di disoccupazione la riduce del 22%. In un sistema contributivo puro come quello italiano, dove non esistono correttivi progressivi, quelle percentuali non vengono attutite.

È qui che la proposta sui 64 anni incontra il suo limite. Il sistema italiano promette uno dei rendimenti più alti d’Europa, ma a condizione di una continuità lavorativa che il Paese non produce: 33 anni attesi nel mercato del lavoro, 28,4 per le donne, contro i 48 presupposti dal modello. Discutere se l’uscita debba avvenire a 64 o a 67 anni interviene su un solo estremo di quella distanza. L’altro – quando si entra, quanto si resta, chi non entra affatto – resta fuori dal dibattito.




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