In breve
- La Bce ha acquistato obbligazioni di 15 delle 80 imprese fossili più dannose per la biodiversità: quasi il 10% dei titoli societari in portafoglio a maggio 2026.
- Il report di Reclaim Finance segnala anche che questi titoli sono ammessi come garanzia dalla Bce con haircut minimi, tra l’1 e il 2%, nella maggioranza dei casi esaminati.
- A giugno 2026 la Bce ha introdotto un “climate factor”, ma senza considerare l’impatto sulla biodiversità: per Reclaim Finance questi titoli andrebbero esclusi dal sistema delle garanzie.
A differenza della Federal Reserve, la Banca centrale europea (Bce) ha preso posizioni piuttosto nette sul tema della biodiversità. È sua un’analisi secondo la quale, sui 4,2 milioni di imprese non finanziarie che operano nell’area euro, il 72% ha una «dipendenza critica» dai servizi ecosistemici. Ha anche esortato a più riprese le banche dell’area euro a prendere sul serio i rischi legati alla natura e al clima, che finora hanno sistematicamente sottovalutato.
Ma tutelare le risorse del Pianeta significa anche porre fine al business di carbone, petrolio e gas. Secondo una ricerca del Better Planet Laboratory, il 32% degli impianti fossili esistenti e il 69% di quelli pianificati si trovano in aree considerate cruciali per la biodiversità. Su questo fronte, però, la Bce si sta rivelando decisamente più timida. È quanto emerge da un rapporto pubblicato l’8 settembre dalla Ong Reclaim Finance.
Le obbligazioni dei colossi fossili nei portafogli della Banca centrale europea
Il rapporto si focalizza proprio sulle ottanta imprese i cui progetti fossili, anche attraverso le controllate, presentano il maggior numero di sovrapposizioni con le aree critiche per la biodiversità. Come TotalEnergies con il contestatissimo East African Crude Oil Pipeline (Eacop), l’oleodotto lungo 1.500 chilometri tra Uganda e Tanzania. O ancora BP, che dal 2009 estrae gas dalla baia di Bintuni e lo trasforma in gas liquefatto nell’impianto di Tangguh. Entrambi i siti sono nella Papua occidentale, non distanti dal Bird’s Head Seascape, uno degli epicentri mondiali della biodiversità marina. Tra le osservate speciali c’è anche l’italiana Eni con i suoi progetti petroliferi offshore nella Repubblica del Congo.
Come banca centrale, la Bce non finanzia direttamente singole società. Può però acquistare le loro obbligazioni sul mercato secondario (cioè da banche e altri investitori), al fine di immettere liquidità nell’economia e rendere meno costoso il finanziamento delle imprese. Uno strumento di politica monetaria che ha esercitato su larga scala tra il 2016 e il 2024: prima per far risalire l’inflazione, poi per stimolare la ripresa post-pandemia. In questo lasso di tempo la Banca centrale europea ha comprato obbligazioni di ben 15 delle 80 imprese fossili ritenute dannose per la biodiversità. Titoli che, a maggio 2026, rappresentavano quasi il 10% delle obbligazioni societarie nei suoi portafogli.
La Bce ammette come garanzie i titoli di società che minacciano la biodiversità
C’è un secondo modo in cui la politica monetaria della Banca centrale europea può agevolare, o meno, le società fossili che mettono a rischio la biodiversità: la scelta del collaterale, cioè dei titoli che le banche possono offrire come garanzia quando ricevono finanziamenti dall’Eurosistema. Un titolo ammesso risulta più utile per le banche e, di conseguenza, più appetibile per gli investitori.
Il report di Reclaim Finance fa sapere che, negli ultimi 18 mesi, negli elenchi delle attività accettate dalla Bce come collaterale c’erano titoli riconducibili ad almeno 20 delle 80 società nella lista del Better Planet Laboratory. A maggio pesavano per circa il 10% degli asset societari comparabili ammessi, escludendo quindi categorie diverse come i titoli di Stato e le obbligazioni bancarie.
Solitamente a questi titoli viene applicato un haircut, per proteggere la banca centrale dal rischio che perdano valore. Se quindi – per esempio – un’obbligazione ha un valore nominale di 100 euro, con un haircut del 2% permette alla banca che la porta in garanzia di ottenere dalla Bce un finanziamento massimo di 98 euro. In più della metà dei casi esaminati dal report, però, questa riduzione è minima, tra l’1 e il 2%. Il che trasmette un messaggio chiaro: una società che estrae gas e petrolio in ecosistemi a rischio è considerata affidabile.
A giugno 2026 la Banca centrale europea è parzialmente intervenuta introducendo il climate factor, cioè penalizzando ulteriormente i titoli di società vulnerabili ai rischi di transizione. Senza dubbio è un passo avanti. Ma con un punto debole evidente: non contempla fra i suoi criteri l’impatto dei combustibili fossili sulla biodiversità. Secondo Reclaim Finance, la soluzione dev’essere ben più drastica: questi titoli vanno esclusi dal sistema delle garanzie.
Dalle banche 161 miliardi di dollari alle aziende fossili che operano in aree critiche
Semplificando, la Banca centrale europea ha due compiti: mantenere stabili i prezzi nell’area euro e supervisionare le banche. Proprio la vigilanza prudenziale dovrebbe avere molto a che vedere con la biodiversità, perché il collasso degli ecosistemi mette a rischio la tenuta del sistema economico. Ma il condizionale è d’obbligo, a giudicare dai dati di Reclaim Finance.
Tra il 2021 e il 2025, 33 grandi banche sottoposte alla vigilanza europea hanno fornito 161 miliardi di dollari a 45 società che gestiscono progetti fossili nelle aree critiche, 57% attraverso prestiti e 43% mediante servizi di sottoscrizione e collocamento di titoli (underwriting). Un flusso di capitali che resta stabile tra i 30 e i 35 miliardi all’anno. Nel dettaglio, Eni ha ricevuto 19,3 miliardi, TotalEnergies 16,3 miliardi e BP 11,7 miliardi.
Non tutti questi capitali vanno direttamente a specifici progetti che minacciano la biodiversità: il calcolo considera i finanziamenti complessivi ricevuti dalle società che li gestiscono. Questi numeri, però, fanno capire quanto il sostegno a queste aziende sia trasversale. Per un cambio di rotta non si può sperare – conclude Reclaim Finance – nella buona volontà dei singoli istituti. Serve qualcuno che, dall’altro, imponga una direzione comune. E quel qualcuno devono essere le autorità di vigilanza.
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