«Possiamo imparare molto da Stati Uniti e Cina, ma l’Europa deve esistere come tale. Francia, Italia, Germania, Inghilterra: ecco i Paesi chiave per il rilancio tecnologico europeo». A dirlo, sull’IA e non solo, è il francese Philippe Aghion, premio Nobel per l’Economia nel 2025 «per la teoria della crescita sostenibile attraverso la distruzione creatrice», d’ispirazione schumpeteriana. Insegna al Collège de France di Parigi e alla London School of Economics, dopo tanti anni ad Harvard. Sull’IA europea, Aghion addita un eccesso di regole: «Le regolamentazioni sono una buona cosa, ma l’eccesso diventa una barriera all’ingresso e scoraggia la concorrenza. Occorrono buone regole, ma non troppe. L’Europa è diventata un gigante regolatore e un nano nel budget, rifiutando una politica industriale, il che è un grave errore».
Innovazione e politiche pubbliche sono al centro dei suoi lavori, anche sull’IA, tema che entusiasma e spaventa. Come orientarla per favorire lavoro, ricerca, ecologia?
Propendo molto per la flessicurezza danese. Quando perdi il lavoro, in Danimarca, per 2 anni ricevi il 90% dello stipendio, fino a un certo livello salariale. Lo Stato ti forma e aiuta a trovare un nuovo lavoro. Se rifiuti più di due lavori nella tua qualifica, abbassa un po’ i sussidi di disoccupazione. È un sistema notevole, perché permette una certa flessibilità alle aziende nell’assumere e licenziare, fino a un certo punto, ovviamente. E protegge il lavoratore. Per me, è il modello del futuro. Alcuni parlano di un reddito universale. Non sono opposto. Ma non penso sia bene essere pagati e non fare nulla. È bene essere pagati per formarsi o lavorare. Ecco l’essenziale.
Per il futuro, creare dunque sicurezza…
Sì, per le carriere. L’IA distruggerà e creerà dei posti di lavoro. Il più possibile, occorre accompagnare gli individui fra due lavori. Ma la flessicurezza funziona bene con una scuola efficace. Quindi, serve investire in una scuola dove si impara a imparare, divenendo adattabili. Una scuola senza troppa IA. Perché se è troppa, non si impara più. Serve tutta una parte della scuola senza IA, per imparare a leggere, scrivere, contare, risolvere problemi di calcolo, dimostrare teoremi, concentrarsi su un libro. Con la rivoluzione dell’IA, ciò sarà vieppiù indispensabile.
Per lei, occorre plasmare l’IA e non subirla…
Ci sono persone comme Yann Le Cun, che ha lasciato Meta per venire in Europa per creare un’IA oltre i modelli linguistici. Joshua Benjo, premio Turing con Le Cun nel 2018, vuole creare un’IA per proteggerci contro gli eccessi dell’IA. L’Europa è un luogo molto naturale per tutto ciò. Spero che sapremo accogliere, assieme al Canada, persone simili che vogliono un’IA conforme ai nostri valori.
I leader europei prendono questa via?
Alcuni ci credono, come Macron, forse pure gli inglesi, non so per i tedeschi, ma spero di sì. E i canadesi, con Carney, possono raggiungerci. I Paesi di media grandezza che condividono i valori di democrazia, libertà, rispetto del diritto devono mettersi assieme per sviluppare questa nuova IA.
L’Europa ha margini per farcela?
Sì, perché ha innanzitutto ricercatori formidabili, matematici e ingegneri, ma anche il soft power dei suoi valori, molto importante, accanto a un modello sociale molto più adatto alla rivoluzione dell’IA che il modello americano, che non protegge. Non pratichiamo tutti la flessicurezza, ma siamo comunque tutti più vicini al modello danese, rispetto agli americani. È un grande vantaggio. Abbiamo pure molti risparmi in Europa, anche se investiti troppo negli Usa e non abbastanza in Europa. Abbiamo energia meno cara, con il nucleare. Abbiamo dati di grande qualità, ad esempio nella sanità, un altro vantaggio. Abbiamo diverse qualità e dobbiamo sfruttarle per essere appieno nella rivoluzione dell’IA. Un’IA fedele ai nostri valori. Ma manchiamo di potenza di calcolo e ci serve per questo una politica industriale europea.
La regolamentazione deve includere l’ecologia?
Sì, ma non ce la caveremo solo con ciò. Servono investimenti verdi. Dobbiamo incitare gli innovatori, con una vera politica industriale verde. Non bisogna temere le parole ‘politica industriale’. In Europa, l’abbiamo impedita in nome della concorrenza. Occorre riconoscere che ci serve una politica industriale, ma sul modello della Darpa [ndr, l’agenzia pubblica americana sull’innovazione militare], cioè pro-concorrenza. Vedrei delle Darpa fra i Paesi volontari che vogliono avanzare, non necessariamente i 27. Gli altri, poi, vorranno salire sul treno.
Per valutare IA e innovazione, occorre guardare oltre il Pil?
Il Pil non è un fine in sé. Ricerchiamo piuttosto la crescita della nostra qualità di vita. Ci sono molte cose che il Pil non coglie. Prendiamo le nuove cure per il cancro che permettono di non essere operati sistematicamente. È un miglioramento meraviglioso e non è nel Pil. Ma il Pil resta utile: il denaro non compra la felicità, ma può contribuirvi. Avere mezzo punto di Pil in più permette tanto, ad esempio nella sanità, o nella flessicurezza, molto cara.
Altri indicatori utili?
Certamente, quelli sulle disuguaglianze. Per me, conta la mobilità sociale. Che ci siano ricchi non è un problema, l’importante è non avere poveri. Mi indignano povertà e assenza di mobilità sociale. Ecco un indicatore molto importante, in generale correlato con le disuguaglianze. Dove c’è più mobilità, c’è meno disuguaglianza globale. La chiamiamo la curva del grande Gatsby. Dunque, terrei d’occhio innanzitutto Pil, emissioni carboniche e mobilità sociale.
Condivide il principio “chi inquina paga”?
È un buon principio, ma occorre tener conto dei redditi. I ceti meno favoriti consumano più beni inquinanti, perché sono nella quantità più che nella qualità. Dunque, il principio non deve generare disuguaglianze e rivolte come quelle dei ‘gilet gialli’ in Francia. Siamo ormai vaccinati. Una volta che tecnologie alternative sono disponibili grazie a politiche industriali d’innovazione, che si tassi pure il carbonio. A provocare le rivolte dei “gilet gialli” è stata l’assenza di alternative all’auto. Così, se il prezzo del gasolio sale, si è in trappola.
Occorre intendersi su cos’è la crescita “verde”?
Sì. E non penso debba divenire decrescita. Vai a spiegare a cinesi e indiani che serve la decrescita. La crescita li ha riscattati dalla povertà. Occorre offrire pure a loro tecnologie verdi.
In Italia, cresce la riflessione sull’economia sociale. Cosa ne pensa?
Tutto ciò è molto importante. Occorre un accompagnamento di tipo sociale e credo nel dialogo sociale.
Che messaggio lancerebbe sull’innovazione?
Non dobbiamo averne paura. Ecco perché penso che il principio di precauzione non sia buono. Dobbiamo regolare, ma dobbiamo pure aver fiducia nella capacità d’innovare per andare nella buona direzione. Ci sono politiche che possono orientare l’innovazione. Al posto di dire “stop”, è meglio dire “voglio mettere innovazione nell’IA che protegge dagli eccessi dell’IA in quel campo”. Possiamo guidare gli sforzi d’innovazione. E sono fiducioso circa gli strumenti efficaci per farlo. Ad esempio, orientarci verso l’innovazione verde piuttosto che non verde. Credo molto in questa innovazione orientata.
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