«Non solo presenze, ma più ricadute economiche e sociali per il territorio»


Cambiamenti climatici, pressione sui territori, stagionalità, qualità della vita dei residenti, competitività delle destinazioni. Il turismo sta cambiando rapidamente e misurarne il successo soltanto attraverso arrivi e presenze non basta più. Raffaele Rio, tra gli esperti italiani più attivi e riconosciuti nell’analisi delle dinamiche turistiche, studia da anni sostenibilità, overtourism, prezzi e impatti economici e sociali sui territori. Nel suo ultimo libro, Il turismo non è destino, pone una questione di fondo: la bellezza non produce automaticamente sviluppo. Servono programmazione, investimenti, servizi, conoscenza e capacità di governo. Una riflessione che oggi si allarga alla dimensione internazionale con l’ingresso in ENCOAST – European Network for Coastal Studies and Research.

Perché è importante entrare oggi in una rete scientifica europea dedicata al turismo costiero? Quale contributo può dare la Calabria?

«ENCOAST non si occupa soltanto di turismo costiero. Mette insieme cambiamenti climatici, vulnerabilità ambientali, economie locali, turismo, patrimonio culturale e comunità. E i numeri spiegano perché questa visione sia necessaria: circa 200 milioni di persone vivono lungo le coste europee, 30 milioni sono esposte agli eventi di inondazione costiera più estremi e oltre 8.200 chilometri di spiagge sabbiose sono già interessati da fenomeni erosivi. Sono molto onorato di far parte di questa rete e spero di poter offrire un concreto contributo sui temi che studio da tempo: pressione turistica, sostenibilità, distribuzione del valore e governo delle destinazioni. La ricerca ha senso quando produce conoscenza utile anche per i decisori europei e internazionali. E vale anche per la Calabria: essere dentro una rete del genere significa confrontare le nostre specificità con esperienze maturate altrove, capire prima i fenomeni e provare a governarli meglio».

Il turismo costiero continua a essere una straordinaria risorsa, ma deve fare i conti con cambiamenti climatici, consumo del territorio, pressione sulle coste e stagionalità. Come può cambiare il modello di sviluppo?

«Deve cambiare innanzitutto il modo in cui misuriamo il successo. Più turismo non significa automaticamente più sviluppo. Bisogna chiedersi quanto valore produce, quanto ne rimane sul territorio e quali conseguenze determina sull’ambiente, sui servizi e sulla qualità della vita. Il turismo costiero europeo genera 263 miliardi di euro di valore aggiunto e quasi 4,9 milioni di posti di lavoro: è quindi una risorsa enorme, ma proprio per questo va governata. Anche per la Calabria significa ridurre ulteriormente la concentrazione stagionale dei flussi turistici, valorizzando in modo integrato mare, aree interne, borghi, cultura, natura ed enogastronomia lungo tutto l’arco dell’anno».

La Calabria ha quasi 800 chilometri di costa, mare, borghi, montagne e un patrimonio culturale enorme. Perché facciamo ancora fatica a trasformare questa ricchezza in un sistema turistico davvero competitivo a livello internazionale?

«Perché possedere risorse straordinarie non significa automaticamente disporre di un prodotto turistico competitivo. È uno dei temi centrali del libro: tra il patrimonio e la sua piena valorizzazione c’è una distanza che si colma con accessibilità, infrastrutture, servizi, competenze, qualità dell’accoglienza e capacità di coordinamento tra pubblico e privato. In Calabria, tuttavia, alcuni segnali indicano che questo percorso di apertura internazionale è già in atto. Il tasso di internazionalizzazione del sistema turistico è infatti passato dal 14,8% del 2022 al 23,2% del 2025, evidenziando una crescita progressiva della componente straniera della domanda. È un risultato importante, che mostra come la regione stia rafforzando la propria capacità di attrarre i mercati internazionali, pur mantenendo ulteriori margini di crescita. In questo processo, un ruolo rilevante è svolto anche dal rafforzamento della connettività aerea, che rappresenta un importante facilitatore dell’attrattività turistica e della raggiungibilità della destinazione. Una maggiore disponibilità di collegamenti, soprattutto con i principali bacini di domanda nazionali ed europei, riduce le distanze effettive, amplia i mercati potenzialmente raggiungibili e rende la Calabria più accessibile e competitiva. La bellezza resta una straordinaria dotazione di partenza; la competitività nasce dalla capacità di trasformarla in sistema».

Oggi il turista cerca sempre più esperienze, autenticità, qualità e sostenibilità. La Calabria è pronta a passare dal turismo delle presenze al turismo del valore?

«Sì, ma il salto di qualità sta nel cambiare ciò che misuriamo. Nel libro sottolineo che non basta sapere quanti turisti arrivano: bisogna capire quanto restano, dove spendono e quanto quella spesa riesce a mettere in moto l’economia locale. Turismo lento, cammini, cicloturismo, agriturismo e turismo culturale possono favorire soggiorni più lunghi e una distribuzione più diffusa dei benefici.

Ci sono poi due segnali molto concreti. Il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025, curato da Roberta Garibaldi, evidenzia che l’81% dei turisti stranieri intervistati manifesta interesse per un viaggio in Italia legato alle esperienze eno-gastronomiche, e tra le regioni che emergono c’è proprio la Calabria. Allo stesso tempo, il Long-Haul Travel Barometer dell’European Travel Commission nel 2025 ha rilevato che il 25% dei viaggiatori a lungo raggio sarebbe disposto a scegliere aree meno conosciute all’interno della stessa destinazione.

Per la Calabria significa avere margini concreti per valorizzare meglio enogastronomia, borghi, aree interne, cultura e natura, distribuendo i flussi in modo più equilibrato nello spazio e nel tempo. È questo il passaggio dal turismo dei numeri al turismo del valore: non soltanto più presenze, ma più ricadute economiche e sociali per il territorio».

Lei conosce il turismo da manager pubblico, ma anche da studioso e scrittore. Se dovesse indicare una sola grande sfida per il turismo calabrese dei prossimi dieci anni, quale sarebbe?

«Per una destinazione come la Calabria, la sfida è rendere sempre più integrata la strategia turistica. La promozione resta fondamentale, perché costruisce visibilità, reputazione e capacità di attrazione, ma deve dialogare con accessibilità, servizi, qualità dell’offerta e gestione dei flussi.

Nel libro richiamo il modello delle destinazioni turistiche intelligenti: sistemi che utilizzano dati, tecnologia e pianificazione per supportare le decisioni e monitorare gli impatti. È questa l’evoluzione più interessante anche per le DMO. Un esempio concreto è il Trentino, dove la Provincia mantiene la regia strategica e le Aziende per il Turismo operano sul territorio con competenze definite su prodotto, promozione e gestione. È un modello che consente continuità, coordinamento e capacità di adattamento. Per la Calabria significa continuare a rafforzare l’attrattività, ma dentro un sistema capace di accompagnare la crescita con organizzazione, dati e scelte coerenti nel tempo».

Nel suo ultimo libro ha posto degli interrogativi di grande portata. Ecco con il turismo, si può vivere? Il turismo può dare una risposta alle esigenze dei residenti o sta diventando un problema nei centri turistici?

«Con il turismo si può vivere. Il problema nasce quando nei territori turistici diventa sempre più difficile vivere. Una destinazione può diventare molto attrattiva per chi arriva e, contemporaneamente, meno accessibile e vivibile per chi la abita. Pensiamo agli affitti brevi, all’aumento dei canoni, alla riduzione delle abitazioni disponibili, ma anche ai servizi pubblici sottoposti a forti picchi stagionali e al lavoro spesso discontinuo. Vale anche per la Calabria, pur con livelli di pressione differenti. Proprio per questo abbiamo ancora la possibilità di prevenire. Non dobbiamo aspettare che il residente diventi ospite nel luogo in cui vive. La vera domanda è: chi beneficia della ricchezza prodotta e chi sostiene i costi della crescita? È lì che si misura la qualità di un modello turistico».

Con i mutamenti climatici, cosa potrà accadere? Anche perché le stagioni non si possono più prevedere. È tutta una confusione.

«Più che confusione, parlerei di una fase di maggiore incertezza. E dobbiamo imparare a governarla. Secondo i dati richiamati da ENCOAST, entro il 2050 gli eventi estremi di inondazione costiera potrebbero verificarsi con una frequenza fino a dieci volte superiore in gran parte delle coste europee. Temperature, disponibilità di acqua, erosione ed eventi estremi possono modificare i comportamenti dei viaggiatori e la durata stessa delle stagioni. Ma pianificare non significa prevedere esattamente come evolverà la prossima stagione turistica: significa ridurre la vulnerabilità. Vale anche per la Calabria. Un modello vocato prioritariamente al prodotto balneare è inevitabilmente più esposto. Diversificare l’offerta, integrare costa e aree interne, creare differenti motivazioni di viaggio e adattare servizi e infrastrutture significa costruire resilienza. Non possiamo controllare il clima, ma possiamo decidere quanto il nostro sistema turistico debba essere vulnerabile ai suoi cambiamenti. La sfida è mantenere i territori attrattivi per chi arriva e, prima ancora, vivibili per chi li abita ogni giorno».


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