Oggi è difficile immaginare Venezia senza le file di visitatori verso Piazza San Marco o Barcellona senza la folla che percorre la Rambla. Il turismo sembra ormai parte integrante dell’identità di entrambe le città. Eppure, per gran parte della loro storia, il motore economico era altrove: porti, commerci, industrie, cantieri e manifatture davano lavoro a comunità che non vivevano principalmente di alberghi, ristoranti e visitatori.
Quando il turismo non era tutto
Il turismo ha portato ricchezza, occupazione e investimenti. Nel caso di Barcellona ha accompagnato una profonda trasformazione dell’economia e dell’immagine internazionale della città. A Venezia, invece, ha progressivamente assunto un peso straordinario soprattutto nel centro storico.
Poi il successo ha mostrato anche l’altra faccia. È quello che oggi viene definito overtourism, il sovraffollamento turistico che non coincide semplicemente con la presenza di molti visitatori, ma descrive una pressione capace di incidere sulla vita quotidiana dei residenti, sull’abitazione, sui servizi, sul commercio e sull’utilizzo degli spazi urbani.
Ma quanto hanno realmente guadagnato le città diventate simbolo del turismo di massa?
Venezia: da città produttiva a capitale del turismo
Venezia è probabilmente il caso più simbolico. Parlare di una città «prima del turismo» richiede però una precisazione: viaggiatori e visitatori raggiungono la Serenissima da secoli e già nell’Ottocento il Lido cominciava a svilupparsi come destinazione balneare. L’economia veneziana, tuttavia, non nasce certamente con il turismo. Per secoli Venezia è stata innanzitutto una potenza commerciale e marittima. Ancora nel Novecento una parte importante del lavoro cittadino era strettamente legata al porto e all’industria.
Il Piano regolatore del Comune ricorda che nel 1957 il movimento delle merci aveva superato gli 8 milioni di tonnellate all’anno, collocando Venezia al terzo posto tra i porti italiani, dopo Genova e Napoli. Solo circa un quarto di quel traffico riguardava la sezione commerciale: la parte restante era riconducibile alla sezione industriale di Marghera.
Porto Marghera, nato nel 1917, sarebbe diventato uno dei grandi poli industriali italiani ed europei. Cantieristica, meccanica, petrolchimica e altre attività industriali offrivano occupazione a una popolazione la cui vita economica non ruotava necessariamente intorno ai visitatori.
E quella Venezia produttiva non è completamente scomparsa. Nel 2025 il Comune indicava a Porto Marghera 907 aziende, 11 mila addetti nei comparti e 26 miliardi di euro di fatturato annuo. Numeri che portarono l’assessore comunale all’Urbanistica Massimiliano De Martin a sottolineare come, considerando l’intero territorio comunale, il turismo non fosse necessariamente l’attività economica maggiore, ma quella con il fatturato più visibile. È soprattutto nella città storica che il rapporto tra Venezia e turismo ha raggiunto proporzioni eccezionali.
Prima della pandemia, una ricerca del MIT dedicata all’overtourism a Venezia indicava circa 30 milioni di turisti all’anno, a fronte di una popolazione della città storica ridotta a una frazione di quella del secondo dopoguerra: circa 50 mila residenti rispetto ai circa 170 mila di allora.
La pressione non si misura però soltanto attraverso il numero annuale di visitatori. Nel 2024, secondo dati illustrati dal Comune, nel centro storico si registrava una presenza media di circa 170 mila persone al giorno, comprendendo residenti, lavoratori, turisti, escursionisti e altri city users. Il problema, quindi, non è che il turismo non abbia prodotto ricchezza. Al contrario. È che in alcune parti di Venezia la domanda turistica ha raggiunto dimensioni tali da modificare progressivamente la funzione di abitazioni, negozi e spazi della città.
La dimostrazione più evidente della ricerca di un nuovo equilibrio è probabilmente il contributo di accesso a Venezia, introdotto per gestire e conoscere meglio i flussi dei visitatori giornalieri. Nel 2026 il contributo è stato applicato per 60 giornate non consecutive, dal 3 aprile al 26 luglio. I dati provvisori diffusi dal Comune parlano di 679.553 voucher a pagamento e di un incasso complessivo di 5.215.035 euro.
Un meccanismo che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficilmente immaginabile: una delle città più visitate del mondo che sperimenta un contributo economico per chi arriva in giornata, nel tentativo di governare la pressione generata dal proprio stesso successo turistico.
Barcellona: dalla città industriale alla capitale del turismo urbano
Se Venezia riceve viaggiatori da secoli, la storia recente di Barcellona permette di osservare con maggiore chiarezza la trasformazione di una grande città europea in destinazione turistica globale.
Prima di diventare uno dei simboli delle vacanze urbane in Europa, Barcellona era soprattutto una grande città industriale, portuale e commerciale.
Già nell’Ottocento una parte fondamentale della sua forza economica derivava dall’industria e dagli scambi commerciali. Il grande spartiacque contemporaneo arrivò però nel 1992 con i Giochi Olimpici.
Barcellona cambiò fisicamente e contemporaneamente cambiò la propria immagine nel mondo. Furono realizzate e potenziate infrastrutture, recuperato il fronte marittimo, sviluppata l’offerta alberghiera e create nuove strutture culturali e per il tempo libero. Negli anni successivi l’economia accelerò la trasformazione verso i servizi e la città diventò una delle principali protagoniste del boom europeo del turismo urbano.

Oggi i numeri consentono di misurare le dimensioni economiche di quella trasformazione.
Nel 2025 Barcellona città ha ricevuto circa 16 milioni di turisti. L’impatto economico diretto della spesa turistica è stato stimato in 10,376 miliardi di euro, il valore più alto della serie storica.
Allargando lo sguardo alla cosiddetta Destinazione Barcellona, che comprende città e regione circostante, i turisti sono stati complessivamente 26,1 milioni e l’impatto economico diretto della spesa ha raggiunto 14,041 miliardi di euro.
Un altro elemento racconta quanto sia cambiato il modello turistico: rispetto al 2019, nel 2025 l’impatto economico della spesa dei turisti nella città risultava superiore di circa il 23%, mentre il numero complessivo dei visitatori era sostanzialmente tornato sui livelli precedenti alla pandemia.
In altre parole, non è cresciuto soltanto il turismo. È cresciuto soprattutto il valore economico generato da ogni stagione turistica.
Il peso raggiunto dalla visitor economy di Barcellona è ormai strutturale. Secondo i dati comunali, il settore rappresenta circa il 13,9% del Pil cittadino. Nel 2024 impiegava 157.025 persone, pari al 13,3% dell’occupazione complessiva della città.
Il turismo produce inoltre un beneficio diretto per le casse pubbliche. Per il 2025 le entrate previste attraverso l’imposta sugli alloggi turistici e le relative maggiorazioni superavano i 100 milioni di euro. Secondo il Comune, le entrate fiscali legate all’attività turistica rappresentavano la terza maggiore fonte di entrata dell’amministrazione cittadina.
Se dunque la domanda è quanto una grande città europea possa guadagnare trasformandosi in destinazione turistica mondiale, Barcellona rappresenta uno degli esempi più impressionanti e meglio documentati.
Ma è anche uno dei luoghi nei quali il successo del turismo ha prodotto una delle reazioni politiche più forti. L’amministrazione ha avviato misure per limitare la pressione degli appartamenti turistici e ha posto la ricerca di un nuovo equilibrio tra visitor economy e qualità della vita dei residenti al centro delle proprie politiche.
Il paradosso delle grandi città turistiche
Venezia e Barcellona raccontano due percorsi differenti che giungono allo stesso paradosso. Il turismo ha generato miliardi, occupazione, investimenti e una visibilità internazionale difficilmente quantificabile. Proprio l’enorme successo economico del modello ha costretto entrambe le città a interrogarsi sul suo limite.
La domanda, oggi, non è più soltanto quanti turisti sia possibile attirare. È quanti visitatori una città possa accogliere continuando a essere una città per chi ci vive.
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