Comuni culturali, in Umbria redditi più alti dell’8,9%: pesa il divario tra città e borghi


I comuni umbri a vocazione culturale registrano in media redditi più elevati rispetto al resto della regione, ma dietro al dato complessivo emerge una distanza significativa tra le città maggiori e i centri più piccoli. È quanto mostra un’elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria, che ha incrociato la classificazione territoriale dell’Istat con i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze relativi ai redditi 2024, dichiarati nel 2025.

Nei 41 comuni umbri classificati tra i territori del turismo culturale, il reddito imponibile medio raggiunge i 24.280 euro, contro i 22.288 euro degli altri 51 comuni della regione. La differenza è di 1.992 euro per contribuente, pari all’8,9%.

Il divario, tuttavia, si riduce sensibilmente eliminando dal calcolo Perugia, Terni e Foligno, i tre comuni più popolosi compresi nel gruppo. Nei restanti 38 territori a vocazione culturale il reddito medio scende infatti a 23.216 euro: resta superiore ai 22.288 euro degli altri comuni umbri, ma la differenza si riduce a 928 euro, pari al 4,2%.

Un elemento che invita alla cautela nell’attribuire direttamente alla cultura il maggiore livello dei redditi. La stessa analisi sottolinea infatti come sul risultato incidano anche fattori quali dimensione urbana, mercato del lavoro, presenza di servizi, struttura produttiva e accessibilità.

Umbria prima in Italia per comuni a vocazione culturale

Il quadro assume particolare rilievo considerando la diffusione di questi territori nella regione. Secondo la classificazione Istat utilizzata nell’elaborazione, riferita al 2019, 41 dei 92 comuni umbri, il 44,6%, rientrano nelle categorie del turismo culturale.

Si tratta della percentuale più alta d’Italia. Seguono la Toscana, con 119 comuni su 273 e un’incidenza del 43,6%, il Trentino-Alto Adige con il 35,4% e le Marche con il 24,1%. A livello nazionale i comuni interessati sono 1.026 su 7.926, circa il 12,9%.

La classificazione, precisa il report, non rappresenta una graduatoria della qualità o della “bellezza” dei territori, ma tiene conto di diversi elementi legati alla vocazione territoriale, al patrimonio, alle caratteristiche geografiche e antropiche e alle attività e ai flussi turistici.

Quasi metà dei comuni umbri presenta dunque una componente culturale riconoscibile nella propria vocazione. Un patrimonio diffuso che, però, non si traduce ovunque allo stesso modo in capacità economica.

Solo otto comuni culturali sopra la media umbra

Il reddito medio dei 41 comuni culturali, pari a 24.280 euro, supera di 423 euro la media complessiva dell’Umbria, attestata a 23.857 euro. Il dato è superiore anche a quello delle Marche, pari a 23.641 euro, ma resta al di sotto della media italiana di 24.893 euro, di quella toscana di 25.166 e soprattutto dei 25.656 euro del Centro Italia.

Ancora più marcate sono le differenze osservando i singoli territori. Dei 41 comuni a vocazione culturale, soltanto otto superano la media regionale: Corciano, Perugia, San Gemini, Torgiano, Terni, Foligno, Orvieto e Todi.

Appena Corciano, Perugia e San Gemini si collocano sopra la media italiana, mentre solamente Corciano e Perugia superano quella del Centro Italia. Il reddito imponibile medio più elevato è quello di Corciano, con 26.751 euro, seguito da Perugia con 26.446 e San Gemini con 25.390.

All’altro estremo si trovano soprattutto piccoli centri delle aree interne: Monteleone di Spoleto registra 17.111 euro, Sellano 19.599, Vallo di Nera 19.816 e Preci 20.267.

Il peso della dimensione dei comuni

La relazione tra dimensione demografica e redditi emerge chiaramente dai dati. Nei 19 comuni culturali con meno di 5 mila abitanti il reddito imponibile medio si ferma a 22.174 euro. Sale a 22.768 euro nei dieci comuni tra 5.001 e 15 mila abitanti e a 23.592 nei nove centri compresi tra 15.001 e 50 mila.

Perugia, Terni e Foligno, gli unici tre comuni culturali con oltre 50 mila abitanti, raggiungono invece una media di 25.446 euro.

Una dinamica che contribuisce a spiegare perché il vantaggio complessivo dell’8,9% rispetto ai comuni non culturali venga più che dimezzato una volta escluse le tre città maggiori.

Il confronto resta comunque favorevole anche senza di esse: i 38 comuni culturali rimanenti mantengono un reddito imponibile medio superiore del 4,2% rispetto agli altri territori. L’analisi mostra quindi un’associazione tra vocazione culturale e livelli reddituali, ma non consente di stabilire che sia la cultura, da sola, a produrre redditi più elevati.

Anche il confronto tra le due province presenta differenze. Nei 31 comuni culturali della provincia di Perugia il reddito medio è di 24.372 euro, contro 22.455 negli altri 28, con un vantaggio dell’8,5%. Nel Ternano i dieci comuni culturali raggiungono 24.005 euro contro i 21.773 degli altri 23: in questo caso il differenziale sale al 10,3%.

Mencaroni: “Il patrimonio, da solo, non basta

È proprio la capacità di trasformare il patrimonio culturale in opportunità economiche il punto sul quale si concentra il presidente della Camera di commercio dell’Umbria Giorgio Mencaroni.

«La cultura diventa una risorsa economica quando riesce a generare impresa, lavoro e servizi, non soltanto visitatori», osserva Mencaroni, sottolineando come il permanere di un differenziale positivo anche una volta escluse Perugia, Terni e Foligno dimostri che il fenomeno non riguardi soltanto le città maggiori.

Allo stesso tempo, secondo il presidente dell’ente camerale, «il patrimonio, da solo, non basta». La sfida indicata è quella di mettere maggiormente in relazione cultura, turismo, commercio, artigianato, produzioni locali e competenze, affinché la forte identità culturale diffusa sul territorio umbro possa tradursi in opportunità economiche altrettanto diffuse e durature.

La Regione: “Cultura generatore di ricchezza”. Bori richiama la nuova legge

Sui dati diffusi dalla Camera di commercio è intervenuto anche il vicepresidente della Regione Umbria con delega alla Cultura Tommaso Bori, che ne offre una lettura legata alle politiche messe in campo dall’amministrazione regionale. Secondo Bori, gli indicatori rappresentano «la dimostrazione concreta» della validità della scelta di puntare sulla cultura e sulla creatività come componenti del sistema economico umbro.

«I numeri dimostrano con forza che la cultura in Umbria non è una vetrina da contemplare, ma un generatore di ricchezza, benessere e lavoro per l’intero territorio, dai capoluoghi fino ai borghi più interni», sostiene il vicepresidente. Una lettura politica più netta rispetto alle conclusioni dell’analisi camerale, che evidenzia un’associazione tra vocazione culturale e maggiori redditi ma non attribuisce alla cultura, da sola, un rapporto causale con i livelli reddituali osservati.

Bori collega quindi il quadro emerso alla nuova legge regionale sulla cultura e le imprese creative e agli avvisi pubblici già emanati o di prossima pubblicazione, attraverso i quali la Regione punta a sostenere operatori, giovani e aziende del settore, favorendo investimenti e digitalizzazione. L’obiettivo dichiarato è trasformare il patrimonio culturale umbro in opportunità di crescita economica «stabile e diffusa».


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