6 donne uccise in quattro giorni in Italia


di BEATRICE BARDELLI –

Si chiamavano Maria D’Alessandro, 75 anni (provincia di Benevento), Ornella Forastefano, 46 (prov. di Cosenza), Tania Terrin, 39 (provincia di Venezia), Joanna Rouissi, 50, Carmela Bifano, 72 (provincia di Cosenza), Michela Rubini, 47 (provincia di Cagliari): 6 donne uccise in 4 giorni in Italia. Un massacro che grida non vendetta ma giustizia, presa di coscienza e allerta di quanto ancora occorra lavorare nel nostro Bel Paese per fermare questa valanga di femminicidi che non ha eguali nel resto dei paesi europei.

Femminicidi e non “semplici” omicidi come vorrebbe definirli l’ex generale Vannacci che intende negare la componente di odio, prevaricazione e giustizialismo che ancora troppi uomini in Italia sentono nei confronti delle proprie compagne fino al punto di sentirsi in diritto di toglierle la vita. Nonostante ciò, secondo Vannacci, il reato di femminicidio dovrebbe essere, addirittura, abrogato.

Secondo i dati dell’Osservatorio di “Non una di meno” sono già 49 i femminicidi registrati ad oggi in Italia dall’inizio dell’anno a cui vanno aggiunti ben 79 tentati femminicidi come ha comunicato alla stampa “Anomalia Collettiva”, un collettivo transfemminista attivo a Pisa che organizza laboratori creativi, eventi culturali, assemblee pubbliche e mobilitazioni in difesa dei diritti delle donne contro la violenza di genere ed in collaborazione con la Casa della Donna di Pisa. “E’ l’ennesimo campanello d’allarme di fronte ad un problema che continuiamo a non volere affrontare – scrive “Anomalia Collettiva” – , un problema culturale e sociale enorme che fatica, ancora oggi, a considerare le donne delle persone libere e che si ostina a considerare  la loro autonomia un attentato alla virilità”.                                                                                                                                           Il

Il femminicidio esiste! Anche se Vannacci insiste a dire che non esiste e che il reato di femminicidio dovrebbe essere abrogato mentre esalta il cosiddetto “modello del patriarcato mediterraneo”. Secondo quanto si legge nel suo programma elettorale, “Futuro Nazionale”, andrebbe “protetto un modello che sottolinea le specificità e la formazione di maschi forti. Ovvero maschi capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne”. Immediata la risposta di Anomalia Collettiva: “Non abbiamo bisogno di uomini che crescono considerando le donne creature da proteggere. Abbiamo bisogno di uomini educati a riconoscere le donne, tutte, come persone libere e autonome. La protezione, quando nasce dalla stessa presunzione di possesso, non mette in discussione nessun sistema di oppressione, nessuna violenza”. Ma questo modello, insiste Anomalia Collettiva, non risolve il problema della violenza, anzi lo alimenta! Insegnare ai maschi che devono essere forti, dominanti, impermeabili alle emozioni e incapaci di mostrarsi vulnerabili non significa educarli alla responsabilità. Significa, troppo spesso, insegnare loro a non riconoscere quello che provano, a non gestire la frustrazione, il rifiuto, la rabbia, la gelosia e il senso di possesso”.   

Le donne non sono proprietà da custodire. ”Non ci interessa passare dalla minaccia di un uomo alla protezione di un altro – scrive Anomalia Collettiva – Vogliamo poter dire No sapendo che quel No verrà rispettato. Vogliamo poter lasciare una relazione senza il rischio di morire ammazzate. Vogliamo la libertà di scegliere su di noi, sulla nostra vita e sui nostri corpi senza che sia un uomo a credere di avere il diritto di concederci o toglierci queste scelte. Vogliamo essere libere, non protette!”.  

Investire nell’educazione sessuo-affettiva. “E’ necessario – scrivono le donne di “Anomalia Collettiva” – educare gli uomini alle emozioni, al consenso, al rispetto dei corpi e dei confini altrui, alle relazioni, alla sessualità, alla gestione della rabbia, della frustrazione e, soprattutto, del rifiuto. Un’educazione che deve iniziare già dai primi anni di scuola, quando un bambino può bene imparare come si esprime un’emozione, come si affronta un conflitto, cosa significa rispettare un “No” e soprattutto capire che nessuna persona “appartiene” a qualcun altro. “La prevenzione è un investimento culturale che comincia sui banchi di scuola. Ma è proprio questa educazione sessuo-affettiva che Roccella (Eugenia: Ministro per le Pari Opportunità e la famiglia) e Valditara (Giuseppe: Ministro dell’Istruzione e del merito) continuano a osteggiare, bollandola come indottrinamento gender.         

La prevenzione culturale non basta. Le donne che vivono una relazione violenta molto spesso sono costrette a continuare la convivenza perché non hanno un reddito personale che le permetterebbe di uscire dalla violenza. Secondo l’OCSE il 22% delle donne italiane è dipendente economicamente dal partner ed è questo dato – scrivono le femministe di Anomalia Collettiva – che attiva potenzialmente la spirale della violenza.      

I dati economici. In Italia il tasso di occupazione femminile resta di circa 17 punti sotto quello maschile e la maggioranza dei contratti part-time è occupato da donne spesso non per scelta ma per assenza di alternative. Per cui restare con il partner, anche se violento, è spesso l’unica opzione economicamente sostenibile. L’abolizione del reddito di cittadinanza che offriva un sostegno al reddito indipendente almeno nella prima fase, quella più delicata, del percorso di uscita da una situazione insostenibile e la conseguente sostituzione con l’Assegno di Inclusione – sostengono le donne di “Anomalia Collettiva” – ha reso le cose più difficili perché di fatto esclude le molte donne che hanno subito violenza perché obbliga ad aderire ad un percorso di inclusione lavorativa senza considerare ostacoli e bisogni specifici di chi sta uscendo da una relazione violenta. Senza contare che in molti casi nel calcolo dell’ISEE continua ad essere compreso anche il reddito dell’uomo violento da cui la donna sta cercando di allontanarsi. Al contrario, un reddito universale slegato dal nucleo familiare non è solo una misura di giustizia sociale perché, per chi deve decidere se restare o andarsene, può fare la differenza tra la libertà e la sopravvivenza forzata accanto al suo maltrattante.   

Il problema della casa. E’ il nodo più concreto ma anche il più ignorato. Infatti una donna può aver trovato la forza di denunciare, aver fatto un percorso in un Centro Antiviolenza, essersi anche allontanata da chi la maltrattava per poi, purtroppo, ritrovarsi bloccata perché non sa dove andare. Molte donne maltrattate restano quindi intrappolate in una emergenza abitativa che si somma a quelle della violenza. In alcune Regioni sono passati anni prima che le delibere per riservare alloggi popolari a chi ha subito violenza domestica venissero rese operative. “Finché l’uscita da una relazione violenta resterà legata alla fortuna di vivere nella Regione o nel Comune giusto, non potremo dire di aver costruito un sistema di protezione serio – accusano le donne di Anomalia Collettiva che denunciano una reazione “insana” degli italiani dopo ogni femminicidio. “Perché lei non lo ha lasciato prima? Ci si chiede dopo ogni femminicidio! Invece dovremmo chiederci “Perché lui era violento?” oppure “Cosa poteva essere fatto per contrastare questa violenza?”. “Continuiamo a minimizzare i comportamenti aggressivi, vessatori, denigranti, minacciosi da parte degli uomini verso le donne – concludono le donne di Anomalia Collettiva – . Continuiamo a negare il fenomeno strutturale della violenza maschile sulle donne e di genere. Continuiamo a colpevolizzare le donne quando prendono una decisione sulla propria vita. Continuiamo a considerare il femminicidio un gesto folle e non un delitto di potere. Ed è per questo – concludono – che continuiamo a morire ammazzate”.  


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