«Dobbiamo continuare ad aumentare le risorse e contestualmente cambiare il paradigma dell’assistenza agli anziani. Non significa rinunciare alle Rsa, demandando alle famiglie il peso e la responsabilità dell’assistenza ai più fragili, ma prendere atto che l’attuale modello, com’è configurato oggi, non regge più. Per questo l’evento organizzato da La Stampa il 2 ottobre è importante, sarà l’occasione per fare chiarezza e gettare le basi di un nuovo modello». Alberto Cirio, governatore della Regione Piemonte, interviene dopo l’intervista ad Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto, e a seguito degli interventi sul nostro giornale di monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontifica Accademia per la Vita.
Aumento dei posti in Rsa e, contestualmente, “triage sociale”: in ogni Comune assistenza domiciliare articolata in tre fasce, a seconda dei bisogni. Come valuta il “modello Veneto”?
«La società sta cambiando: non esiste una ricetta unica, valida per tutti e adatta a tutte le situazioni. Il modello illustrato dal presidente Stefani offre spunti interessanti. Per me la strada da seguire è quella di un sistema misto: l’obiettivo dev’essere costruire un sistema capace di rispondere a bisogni diversi, mettendo al centro la persona e offrendole la migliore assistenza, in struttura o a domicilio, in base alle sue condizioni e alla sua volontà».
“Le case prima dei letti”, è la sintesi della posizione di monsignor Paglia: una posizione che ha riaperto il dibattito su un tema delicato e sta suscitando molte reazioni.
«Non significa che si possa fare a meno delle Rsa: anzi, il contrario. E intendo spiegarlo. Ma per inquadrare il discorso, bisogna partire dai numeri».
Sapendo che dietro i numeri ci sono persone, ciascuna con il suo vissuto e le sue difficoltà
«Il tema è esattamente questo. Governo la Regione dal 2019: l’aumento dello stanziamento per i posti in convenzione nelle strutture è passato dai 273 milioni del 2018 ai 372 del 2026, quasi 100 milioni in più in otto anni di mandato. Nei cinque anni precedenti, faccio notare, non c’è stato un aumento neanche di un euro. Con noi, invece, è già stato realizzato un incremento medio di 12.5 milioni all’anno».
A posto così, allora?
«Affatto, dobbiamo continuare in questa direzione. Certo: se non avessimo trovato una situazione bloccata da oltre cinque anni sarebbe stato più facile. Ecco perché mi stupiscono sempre un po’ certe polemiche della sinistra. Quando governavano loro c’era già una lista di oltre 10 mila anziani in attesa di un posto in convenzione, ma non avevano stanziato un euro in più. Noi abbiamo messo 100 milioni in più: lo ribadisco perché lo considero un obbligo morale verso i nostri anziani a cui dobbiamo tutto, prima ancora che un impegno politico. Se trovo i soldi per far venire Sinner a giocare le ATP in Piemonte, a maggior ragione devo trovare le risorse per accudire i più vulnerabili. Ed è quello che stiamo facendo, dopo anni di immobilismo sia finanziario che gestionale».
A scanso di equivoci: in cosa consiste, precisamente, il cambio di passo?
«Nella riforma del sistema. Se non lo cambiamo, pompare più soldi non basta. La società è cambiata, la risposta della sanità pubblica e dell’assistenza sociale non possono restare le stesse. È prima di tutto una questione di paradigma, da invertire».
In che senso?
«Quello che ci classifica come la regione più vecchia d’Italia insieme alla Liguria».
Non è così?
«Non siamo la regione più vecchia d’Italia ma quella in cui si vive di più, ed è sintomatico del livello qualitativo della vita in Piemonte, come dell’assistenza sanitaria che riusciamo a garantire ai piemontesi. Nel contempo, questo ci impone di essere più vicini concretamente, ai nostri anziani, in aumento. Da settembre ci lavoreremo».
Come?
«Stiamo studiando un sistema misto in cui l’assistenza all’interno delle Rsa venga associata ad un carico di assistenza domiciliare».
Per Monsignor Paglia bisogna “rovesciare la piramide”: la prima risorsa è la comunità, le residenze restano ma diventano centri servizi per il territorio e non luoghi di destinazione finale.
«Sia chiaro: i posti nelle strutture non potranno mai essere eliminati perché purtroppo esistono persone che per ragioni familiari, oppure di particolari esigenze personali, non possono essere assistite a casa. A queste persone dobbiamo dare una risposta».
Ma?
«È altrettanto vero che possiamo assistere tanti nostri anziani a casa, facendoli sentire meno soli e portando un’assistenza che si ponga come filtro tra la loro dimora e l’ospedale. E che pertanto ritardi il ricovero, quando non è necessario, e offra una risposta. Serve un sistema di assistenza domiciliare potenziata e strutturata per mantenere gli anziani in famiglia e nelle loro case il più a lungo possibile. Evidentemente, quando non è possibile o non è più possibile, la risposta deve arrivare dalle Rsa».
In sostanza?
«Pensiamo ad una formula, uno a cinque. Per ogni letto accreditato, cinque persone da assistere attraverso una rete domiciliare che utilizzi il sistema delle visite private a casa e tutti gli strumenti della telemedicina. Vogliamo diventare la Regione simbolo di questo cambio di paradigma, da scrivere con gli operatori delle strutture per anziani, i sindacati e le associazioni che si occupano della cura dei fragili».
E le risorse?
«Dobbiamo garantire un investimento annuale, che cresca nel tempo. In Piemonte lo abbiamo già fatto, aumentando i fondi di 12,5 milioni all’anno. E potremmo continuare a farlo, ottenendo l’utilizzo del Fondo sociale europeo. Ho già verificato: a Bruxelles, nella prossima programmazione a cui lavoreremo e che sarà operativa dal 2028, potremmo inserire la domiciliarità tra le risorse finanziate con i fondi europei».
A quale condizione?
«Non posso utilizzare le risorse del Fondo sociale europeo per le strutture, la logica di Bruxelles punta sulle persone, ma posso impiegarle per l’assistenza domiciliare».
La formula uno a cinque di cui diceva?
«Esatto. Per ogni posto in convenzione, ti prendi cura di cinque persone a casa. Ecco: questo posso finanziarlo con il Fondo europeo, così la domiciliarità si trasforma in un servizio per l’anziano e al tempo stesso in una entrata aggiuntiva per le Rsa».
Una sfida difficile: cosa si aspetta?
«Entusiasmo e partecipazione a questo progetto: lo seguirò in prima persona attraverso un tavolo di coordinamento con i miei assessori al Sociale e alla Salute. Mi auguro possa rappresentare la cifra qualitativa di un’amministrazione regionale che pensa ai propri anziani. Naturalmente, mi attendo la stessa disponibilità anche dal mondo degli operatori: in Piemonte abbiamo un livello di professionisti straordinario, con loro possiamo riscrivere la storia dell’assistenza».
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