Dal lavoro allo spread, i numeri dietro i quattro anni di governo Meloni


Ci sono i record politici e poi ci sono i numeri. E probabilmente è proprio dai secondi che conviene partire per capire cosa abbia significato per l’Italia la lunga stagione di stabilità iniziata nell’autunno del 2022.

Il dossier sui quattro anni di governo Meloni è, naturalmente, un documento politico. Rivendica risultati, stabilisce confronti, attribuisce all’azione dell’esecutivo miglioramenti che in economia possono dipendere anche da molti fattori esterni. Ma depurato dalla parte inevitabilmente propagandistica, contiene una serie di dati che, letti insieme, restituiscono una fotografia interessante dell’Italia di oggi.

Il primo capitolo, e probabilmente quello più solido, riguarda il lavoro.

Nel novembre 2022 gli occupati erano 23 milioni e 252 mila. A luglio 2026 sono diventati 24 milioni e 370 mila: oltre 1,1 milioni in più. Ancora più significativa è la composizione dell’aumento. I lavoratori dipendenti a tempo indeterminato sono passati da 15,25 a 16,583 milioni, con una crescita superiore a 1,3 milioni, mentre quelli a termine sono diminuiti di 534 mila unità, da 3,02 a 2,486 milioni. Il tasso di disoccupazione, contemporaneamente, è sceso dal 7,8 al 5,8%. È un passaggio che merita attenzione perché sposta il dibattito dalla semplice quantità alla qualità dell’occupazione.

Negli ultimi anni una delle critiche più ricorrenti alla crescita del lavoro è stata infatti quella della precarietà: più occupati, si diceva, ma prevalentemente attraverso contratti fragili e temporanei. La dinamica contenuta nel dossier mostra invece l’opposto: l’aumento è concentrato sul lavoro permanente, mentre il numero dei contratti a termine diminuisce.

Anche l’occupazione femminile cresce. Il tasso indicato nel documento passa dal 51,6% del novembre 2022 al 54,5% del luglio 2026. Non significa che sia stato cancellato il grande ritardo italiano nella partecipazione delle donne al lavoro, ma rappresenta comunque un movimento nella direzione giusta.

La seconda fotografia riguarda i conti pubblici e la fiducia finanziaria.

Quando Meloni arrivò a Palazzo Chigi lo spread Btp-Bund era a 233 punti base. Il dossier lo colloca oggi sotto quota 80, con una riduzione di circa due terzi. Parallelamente il rapporto deficit/Pil viene indicato in discesa dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025. Sono forse i numeri politicamente più interessanti dell’intero documento.

Nell’autunno del 2022 una delle principali incognite legate all’arrivo della destra al governo riguardava infatti proprio la reazione dei mercati. Il timore era quello di un’Italia percepita nuovamente come elemento di instabilità all’interno dell’Eurozona. A distanza di quasi quattro anni è accaduto il contrario: il differenziale con i titoli tedeschi si è drasticamente ridotto e, secondo il dossier, i rendimenti dei titoli italiani sono arrivati in alcuni momenti persino sotto quelli francesi.

Attenzione, però, a non confondere correlazione e causalità. Spread e rendimenti dipendono dalle decisioni della Bce, dall’andamento dei tassi internazionali e dal quadro finanziario europeo. Ma anche la credibilità fiscale dei singoli Paesi conta. Ed è difficile sostenere che una legislatura stabile, con un governo che ha mantenuto una linea relativamente prudente sui conti, sia completamente estranea alla nuova percezione dell’Italia sui mercati. Il terzo capitolo è quello del reddito e della fiscalità sul lavoro.

Il documento quantifica in oltre 21 miliardi di euro le risorse che la riforma dell’Irpef e il taglio del cuneo avrebbero trasferito nelle disponibilità degli italiani e ricorda la riduzione degli scaglioni Irpef da quattro a tre. Sul fronte delle retribuzioni contrattuali indica inoltre un aumento del 3,1% nel 2025.

A questo si aggiunge un insieme di incentivi esplicitamente orientati a rendere più conveniente assumere: maxi-deduzione del costo del lavoro al 120%, fino al 130% per determinate categorie, e sgravi per le assunzioni di giovani under 35, donne svantaggiate e beneficiari dell’Assegno di inclusione. Sul lavoro dipendente sono stati inoltre ampliati i fringe benefit e fortemente ridotta l’imposta sostitutiva sui premi di produttività.

Qui emerge forse più chiaramente la filosofia economica perseguita dall’esecutivo: meno trasferimenti generalizzati e maggiore concentrazione delle risorse sul rapporto tra lavoro, famiglia e impresa.

Resta naturalmente il grande problema italiano dei salari reali. La crescita delle retribuzioni nominali deve fare i conti con la perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione degli anni precedenti. Ma è interessante che nel dossier la politica dei redditi venga strettamente collegata all’occupazione: non solo aumentare ciò che rimane in busta paga, ma rendere fiscalmente più conveniente creare un posto di lavoro stabile.

Il quarto elemento è la capacità del sistema produttivo italiano di continuare a vendere all’estero.

Tra 2022 e 2025, secondo i numeri riportati, l’export è passato da 626 a oltre 643 miliardi di euro. Nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni hanno raggiunto 277,4 miliardi, quasi il 10% in più rispetto allo stesso periodo del 2022.

Ancora più netto è il cambiamento della bilancia commerciale. Il saldo, negativo per 34 miliardi nel 2022 — anno dominato dall’esplosione della bolletta energetica — è tornato positivo, raggiungendo 50,7 miliardi nel 2025.

È un miglioramento di quasi 85 miliardi. Una parte importante deriva naturalmente dalla normalizzazione dei prezzi energetici, e sarebbe sbagliato attribuirlo interamente alla politica industriale del governo. Ma resta il fatto che l’apparato produttivo italiano ha attraversato pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, tensioni commerciali e nuove guerre senza perdere la propria capacità di esportazione. Ed è forse qui che i vari numeri del dossier iniziano a comporre una storia unica.

Più occupazione stabile, spread più basso, deficit in riduzione, export che tiene e bilancia commerciale tornata fortemente positiva. Non sono indicatori dello stesso tipo e non possono essere sommati meccanicamente. Ma insieme descrivono un’economia che negli ultimi quattro anni ha mostrato una capacità di tenuta superiore a molte delle previsioni formulate nel 2022.

Il documento allarga poi lo sguardo a molti altri capitoli. Sul fronte energetico quantifica in oltre 60 miliardi gli interventi contro il caro-energia e indica in circa 24 gigawatt l’aumento della potenza rinnovabile installata tra ottobre 2022 e aprile 2026. Per il solo decreto bollette 2026 vengono indicati altri 5 miliardi, con il bonus sociale portato a 315 euro per quasi tre milioni di famiglie.

Ci sono poi sanità, agricoltura, scuola, sicurezza, politiche familiari. Ma utilizzare venti record contemporaneamente rischia di indebolire anziché rafforzare qualsiasi bilancio politico.

I dati che contano davvero sono probabilmente meno e più semplici.

Nel 2022 lavoravano 23,2 milioni di italiani, oggi sono 24,37 milioni. I dipendenti permanenti erano 15,25 milioni, oggi sono 16,58. Lo spread era sopra 230, oggi è sotto 80. Il deficit era all’8,1%, è sceso al 3,1%. Il saldo commerciale era negativo per 34 miliardi, oggi supera i 50 miliardi di attivo. Sono questi gli indicatori sui quali vale la pena discutere.

Non raccontano un’Italia senza problemi. La crescita economica resta una sfida, il debito pubblico continua a pesare, il costo dell’energia rimane superiore a quello di molti concorrenti e sul potere d’acquisto delle famiglie la ferita dell’inflazione non è ancora completamente rimarginata.

Ma raccontano certamente qualcosa di diverso dal Paese fragile e prossimo alla crisi finanziaria che molti immaginavano nell’autunno del 2022.

Ed è forse questo il dato più interessante che emerge dalle 28 pagine del dossier: la stabilità politica non ha prodotto il miracolo economico, ma ha coinciso con una stabilizzazione dell’Italia anche sul piano economico e finanziario. Stabilità del lavoro, dei conti e della fiducia.

Per un Paese che per decenni ha considerato normale cambiare governo ogni uno o due anni, non è esattamente un risultato marginale.

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