Inchiesta/Banche, il governo torna alla cassa: quanto possono pagare


Nel 2025 il sistema bancario italiano ha prodotto 47,5 miliardi di utili e versato 9,1 miliardi di imposte. La manovra 2026-2028 chiede già a banche e assicurazioni circa 11,5-12 miliardi. Un nuovo prelievo del 5% potrebbe aggiungere 2-3 miliardi, ma il conto cambia radicalmente a seconda che si tratti di nuove tasse definitive o di entrate anticipate.

Se il nuovo prelievo proposto dalla Lega fosse davvero pari al 5% degli utili bancari e avesse come riferimento un risultato di sistema vicino a quello del 2025, l’aritmetica porterebbe rapidamente nel territorio indicato dal partito di Matteo Salvini. Il sistema bancario italiano ha chiuso lo scorso anno, secondo un’elaborazione del Centro studi di Unimpresa sui dati di settore, con 47,5 miliardi di euro di utili netti. Il 5% vale 2,375 miliardi: praticamente il centro della forchetta, 2-3 miliardi, indicata per finanziare misure a favore di famiglie, imprese e sicurezza. Ma è proprio da questo calcolo apparentemente lineare che cominciano i problemi: non è ancora definita la base imponibile, non è stabilito con precisione quali istituti sarebbero coinvolti e soprattutto non è chiaro se il contributo sarebbe limitato al 2027 o destinato a durare più anni.

La discussione politica può quindi essere accantonata per qualche riga. I conti raccontano qualcosa di più interessante. Le banche italiane arrivano alla nuova legge di bilancio dopo quattro anni di redditività eccezionale. Nel 2021, prima che la Banca centrale europea (Bce) avviasse il ciclo di rialzi dei tassi, gli utili del sistema erano pari a 16,4 miliardi. Nel 2022 sono saliti a 25,5 miliardi, nel 2023 a 40,6, nel 2024 a 46,5 e nel 2025 hanno raggiunto 47,5 miliardi. Tra il 2021 e il 2025 gli istituti hanno accumulato complessivamente 176,5 miliardi di utili netti; togliendo il 2021, significa circa 160 miliardi dal 2022 al 2025, il periodo che coincide con la grande svolta dei tassi.

Il legame con la politica monetaria è visibile soprattutto nel margine d’interesse, cioè nella differenza tra quanto una banca incassa prestando denaro e quanto sostiene per finanziarsi e remunerare la raccolta. Era pari a 38,4 miliardi nel 2021. È salito oltre 62 miliardi nel 2023 e ha raggiunto 64,4 miliardi nel 2024, prima di scendere a 59,9 miliardi nel 2025. Nel 2023 rappresentava il 60,5% dei ricavi bancari. Il rialzo dei tassi non si è dunque trasformato automaticamente in profitto, perché nel conto economico entrano costi, rischi, rettifiche e imposte, ma ha modificato in profondità la capacità del sistema di generare ricavi. La stessa Banca d’Italia ha rilevato che nel 2025 la redditività delle banche ha raggiunto i livelli più elevati dal 2008, mentre la qualità del credito e la patrimonializzazione sono rimaste solide.

C’è però un dettaglio che rende meno convincente l’idea di tassare oggi le banche come se i loro guadagni fossero ancora soltanto il prodotto dell’impennata dei tassi. Nei primi sei mesi del 2026 i cinque maggiori gruppi italiani — Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco Bpm, Monte dei Paschi di Siena e Bper — hanno superato insieme 15 miliardi di utile netto, il miglior semestre della loro storia, con una crescita del 3,7% rispetto a un anno prima. Ma questa volta il margine d’interesse è rimasto sostanzialmente fermo. A crescere sono state soprattutto le commissioni e l’attività assicurativa, che insieme incidono ormai per circa il 39% dei ricavi dei grandi gruppi.

Due numeri danno la misura della redditività raggiunta. UniCredit, guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel, ha prodotto 6,1 miliardi di utile netto nel primo semestre e ha portato la previsione per l’intero 2026 a oltre 11 miliardi. Intesa Sanpaolo, guidata dall’amministratore delegato Carlo Messina, ha chiuso i primi sei mesi con 5,554 miliardi, il 6,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, e prevede di superare i 10 miliardi nell’intero esercizio. Intesa segnala inoltre 3,6 miliardi di imposte generate nel semestre, dato riferito al gruppo e quindi non sovrapponibile al solo gettito fiscale italiano.

Quanto hanno già pagato le banche? Anche qui bisogna separare i piani. Secondo lo studio di Unimpresa, nel 2025 il sistema ha versato 9,1 miliardi di imposte, contro 47,5 miliardi di utili netti. Nel quinquennio 2021-2025 le imposte sono state 35,1 miliardi, a fronte di 176,5 miliardi di profitti. Sono le imposte derivanti dall’attività ordinaria del settore e non vanno confuse con il contributo aggiuntivo che il governo ha costruito attraverso le ultime leggi di bilancio.

È qui che il conto diventa più complesso. La manovra per il 2026 ha già trasformato banche e assicurazioni in una delle fonti principali di copertura delle politiche di bilancio. In diverse fasi della preparazione della legge sono circolate cifre leggermente differenti perché cambia il perimetro delle misure considerate. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, indicò in circa 11,5 miliardi il contributo atteso dai due settori nel triennio. Reuters, dopo l’approvazione della manovra, ha quantificato in oltre 12 miliardi entro il 2028 le maggiori entrate collegate al pacchetto che grava sul sistema finanziario e assicurativo. La Corte dei conti, restringendo il calcolo a cinque specifiche misure fiscali prevalentemente bancarie, aveva stimato invece circa 10 miliardi nel triennio. Le cifre non si contraddicono: fotografano insiemi diversi di interventi.

Una parte importante deriva dall’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap). Per il 2026, 2027 e 2028 l’aliquota applicata a banche e intermediari finanziari è stata aumentata di due punti, dal 4,65% al 6,65%; per le assicurazioni sale dal 5,90% al 7,90%. La relazione tecnica stima effetti finanziari per circa 1,153 miliardi nel 2026, 1,339 miliardi nel 2027 e 1,336 miliardi nel 2028: complessivamente circa 3,8 miliardi in tre anni. Questo è gettito aggiuntivo vero e proprio, non una semplice anticipazione di un’imposta che sarebbe comunque stata incassata nello stesso ammontare.

Poi c’è l’eredità della tassa sugli extraprofitti bancari del 2023. Il governo aveva introdotto un’imposta del 40% sull’incremento del margine d’interesse, ma consentì alle banche di evitare il versamento accantonando a riserva un importo almeno pari a due volte e mezzo l’imposta dovuta. Gli istituti scelsero in massa questa seconda strada e il gettito immediato fu molto inferiore alle prime attese. Con la legge di bilancio 2026 il governo è tornato su quelle riserve: alle banche è stata offerta la possibilità di liberarle pagando un contributo pari al 27,5% della riserva esistente a fine 2025, oppure al 33% l’anno successivo. Le riserve interessate sono stimate in circa 6 miliardi e la relazione tecnica ha previsto 1,65 miliardi di gettito nel 2026.

Questa volta il denaro non è soltanto teorico. Il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha deciso nel febbraio scorso di pagare il contributo del 27,5% sulla propria riserva del 2023: 547,6 milioni di euro. È un esempio concreto di come una misura nata tre anni fa, e allora quasi sterilizzata dalla possibilità di accantonare gli utili, sia stata trasformata successivamente in entrata per lo Stato.

Un’altra quota delle risorse previste dalla manovra arriva però attraverso meccanismi molto diversi da una normale tassa. Le norme sulle Dta (Deferred Tax Assets, attività fiscali differite), sulle perdite attese dei crediti e sulla deducibilità di alcune componenti negative rinviano nel tempo una parte delle deduzioni fiscali spettanti agli istituti. In pratica le banche pagano prima una quota delle imposte che, senza quelle modifiche, avrebbero pagato più avanti; in alcuni casi recupereranno successivamente le deduzioni differite. Per il bilancio pubblico l’effetto di cassa è immediato, ma per valutare quanto il settore venga realmente tassato in più bisogna osservare l’intero arco temporale. La Corte dei conti ha sottolineato proprio questo aspetto nel quantificare il pacchetto della manovra.

È la stessa differenza che divide oggi Lega e Forza Italia. La prima preferisce un prelievo esplicito sugli utili. Tajani propone invece di concordare con banche e imprese energetiche anticipi di imposta, evitando formalmente una nuova tassa. Per il Tesoro, nell’anno in cui si costruisce la manovra, entrambe le soluzioni possono produrre miliardi di disponibilità. Nel medio periodo, però, non sono equivalenti: un’imposta aggiuntiva aumenta stabilmente il prelievo; un anticipo sposta gettito dal futuro al presente e può lasciare un vuoto negli esercizi successivi, a meno che non venga compensato da altre entrate. È un particolare decisivo quando si valuta la quantità di risorse realmente ottenuta dal settore.

Anche il nuovo 5% richiede quindi qualche cautela. Nel corso dell’estate Salvini aveva parlato di un contributo triennale riferito ai maggiori istituti e aveva indicato le dieci principali banche come possibile platea. La formulazione rilanciata ora dalla Lega in vista della legge di bilancio 2027 indica invece un gettito di 2-3 miliardi. Finché non esisterà una norma con una relazione tecnica, le due informazioni non consentono di ricostruire con certezza l’imponibile. Il 5% dei 47,5 miliardi guadagnati dall’intero sistema nel 2025 produce 2,375 miliardi; ma il 5% dei 27,8 miliardi realizzati nello stesso anno dai cinque maggiori gruppi, secondo le elaborazioni della Fondazione Fiba di First Cisl, vale appena 1,39 miliardi. Per arrivare a 2-3 miliardi restringendo la platea ai principali istituti servirebbe dunque una base diversa dall’utile netto dei primi cinque oppure un perimetro più ampio.

La domanda “quanto possono pagare?” ha quindi almeno due risposte. La prima riguarda la capacità finanziaria. Con profitti di sistema vicini ai 47,5 miliardi nel 2025, grandi gruppi ancora sopra i 15 miliardi nel solo primo semestre 2026 e coefficienti patrimoniali solidi, un prelievo aggiuntivo di 2-3 miliardi non appare, in termini puramente contabili, tale da mettere in discussione la stabilità del sistema. Banca d’Italia descrive banche con redditività elevata, qualità del credito buona e capitale robusto.

La seconda risposta riguarda gli effetti economici. La Banca centrale europea è già intervenuta sulla tassazione introdotta con la manovra 2026. Nel parere del 12 dicembre 2025 ha avvertito che il ripetersi di misure fiscali ad hoc può aumentare l’incertezza, incidere sui costi di finanziamento delle banche e, in determinate condizioni, avere conseguenze sulla liquidità e sull’offerta di credito. La Bce ha anche osservato che gli istituti potrebbero reagire cercando di proteggere i margini, per esempio intervenendo sulla remunerazione dei depositi. Non significa che ogni tassa bancaria venga automaticamente trasferita ai clienti, ma significa che il costo economico finale di un prelievo non coincide necessariamente con l’importo scritto nella legge di bilancio.

C’è infine un confronto che aiuta a misurare l’ordine di grandezza. Se il governo ottenesse davvero 2-3 miliardi aggiuntivi nel 2027, senza modificare le misure già in vigore, il contributo straordinario e aggiuntivo riconducibile al settore finanziario e assicurativo potrebbe salire, nell’arco 2026-2028, dai circa 11,5-12 miliardi già programmati a circa 14-15 miliardi. A questi continuerebbero naturalmente ad aggiungersi le imposte ordinarie pagate ogni anno dagli istituti. Sarebbe però scorretto sommare tutte queste cifre e presentarle come una sola “tassa sulle banche”: dentro ci sono aumenti permanenti o temporanei di aliquote, contributi straordinari, differimenti di deduzioni e anticipazioni di gettito.

Il precedente del 2023 suggerisce anche prudenza nel valutare annunci e stime prima di vedere il testo. Quella che era nata come una tassa del 40% sugli extraprofitti si trasformò, dopo le modifiche, soprattutto in una riserva patrimoniale. Tre anni più tardi una parte di quella riserva sta generando entrate attraverso il nuovo contributo del 27,5%. La finanza pubblica italiana ha imparato a utilizzare il settore bancario non con un unico grande prelievo, ma attraverso una successione di interventi fiscali diversi, spesso costruiti per ottenere risorse negli anni in cui servono alla manovra.

Per la legge di bilancio 2027 saranno quindi soprattutto base imponibile, platea e durata a stabilire quanto valga davvero quel 5%. Se il riferimento fosse l’intero utile bancario di un solo esercizio, i 2-3 miliardi sono aritmeticamente plausibili. Se la misura riguardasse soltanto un gruppo ristretto di istituti o fosse costruita su parametri differenti, il risultato cambierebbe. E se una parte del nuovo contributo assumesse invece la forma degli anticipi fiscali suggeriti da Forza Italia, il governo incasserebbe oggi risorse che almeno in parte mancherebbero domani. Saranno poche righe della relazione tecnica della manovra a dire se il prossimo conto presentato alle banche sarà davvero più alto o soltanto pagato in anticipo.

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