La Lega propone un contributo del 5% sugli utili degli istituti di credito per raccogliere tra 2 e 3 miliardi nel 2027. Forza Italia respinge nuove imposte e preferisce anticipi fiscali concordati. Giorgetti apre un altro fronte: poca concorrenza nel sistema bancario e rendite che finiscono per pesare su famiglie e imprese.
La prossima manovra italiana comincia da una domanda che negli ultimi anni è tornata più volte nei conti del governo: quanto si può chiedere ancora alle banche? La Lega ha messo sul tavolo una proposta quantificata: un contributo pari al 5% degli utili, dal quale il partito di Matteo Salvini ritiene possibile ottenere tra 2 e 3 miliardi di euro da destinare a famiglie, imprese e sicurezza.
Non è ancora una tassa scritta dentro un articolato né una scelta condivisa dall’intero governo. È però già diventata uno dei primi terreni di scontro sulla legge di bilancio 2027, l’ultima che il governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni presenterà prima delle elezioni politiche previste il prossimo anno.
La distanza nella maggioranza riguarda anche il metodo. Forza Italia non esclude che il settore finanziario possa contribuire alla finanza pubblica, ma rifiuta l’idea di una nuova imposta sugli extraprofitti. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, ha indicato una strada diversa: accordi con banche e assicurazioni per anticipare versamenti fiscali, evitando interventi che possano essere percepiti dai mercati come una tassazione straordinaria del settore.
È una divergenza sostanziale. La proposta leghista punta a trasformare una parte dei profitti bancari in entrate aggiuntive per lo Stato. La soluzione sostenuta da Forza Italia tende invece ad anticipare al bilancio pubblico risorse fiscali che sarebbero comunque dovute in seguito. Nel primo caso aumenterebbe il prelievo effettivo sugli istituti; nel secondo cambierebbe soprattutto il calendario degli incassi dello Stato.
Al momento manca anche un elemento tecnico essenziale: la definizione precisa della base sulla quale applicare quel 5%. Il riferimento politico è agli utili bancari, che secondo la Lega superano complessivamente i 50 miliardi di euro, ma non è stato ancora presentato un testo normativo che stabilisca se il contributo debba colpire l’utile contabile, quello fiscale, una particolare componente dei ricavi o una quota identificata come extraprofitti. Senza questa precisazione, la stima dei 2-3 miliardi resta soprattutto l’obiettivo politico indicato dal partito.
Dentro questa discussione si è inserito Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, con un ragionamento che va oltre la ricerca immediata di risorse per la manovra. Giorgetti non ha fatto propria in modo esplicito l’aliquota proposta dalla Lega, ma ha messo in discussione il grado di concorrenza nel mercato bancario italiano.
Il ministro ha richiamato le difficoltà che possono incontrare imprenditori alla ricerca di condizioni di credito migliori e correntisti che vogliono spostarsi da un istituto all’altro. Il suo ragionamento è che una maggiore competizione potrebbe ridurre alcune rendite del sistema e trasferire parte del beneficio verso clienti e imprese. “Se tu introduci elementi di concorrenza nel sistema”, ha osservato Giorgetti, alcune rendite e alcuni extraprofitti tendono a ridursi a vantaggio della collettività.
È un passaggio politicamente rilevante perché sposta la discussione. Il problema, nella lettura del ministro, non riguarda soltanto quanta parte degli utili delle banche debba essere tassata, ma anche come quegli utili si siano formati e quanto il mercato riesca davvero a trasferire ai clienti i vantaggi della competizione.
Negli anni della stretta monetaria, Giorgetti ha più volte collegato la forte redditività bancaria all’aumento dei tassi della Banca centrale europea (Bce) e alle garanzie pubbliche che avevano sostenuto il credito durante la pandemia. Il rialzo dei tassi ha ampliato per una lunga fase il margine tra ciò che gli istituti incassavano sui prestiti e ciò che riconoscevano sulla raccolta. Il settore ha successivamente continuato a produrre risultati molto elevati anche attraverso commissioni, contenimento dei costi e buona qualità degli attivi.
Per il governo, tuttavia, le banche non rappresentano affatto una fonte fiscale ancora intatta. Con la legge di bilancio 2026 Roma ha già costruito un pacchetto dal quale punta a ricavare, insieme al settore assicurativo, circa 12 miliardi di euro entro il 2028, anche attraverso un aumento dell’Irap applicata agli intermediari finanziari e altri interventi fiscali.
Proprio quelle misure avevano suscitato le riserve della Banca centrale europea, preoccupata per gli effetti che una successione di interventi fiscali sul settore potrebbe avere sulla liquidità degli istituti, sulla concessione del credito e sulla prevedibilità del quadro normativo. È un punto che tornerà inevitabilmente nel confronto se il nuovo contributo del 5% dovesse passare dalla proposta politica a un progetto legislativo.
C’è poi il precedente del 2023. Il primo tentativo del governo Meloni di introdurre una tassa straordinaria sui margini delle banche provocò una reazione immediata dei mercati e fu successivamente modificato, consentendo agli istituti di evitare il versamento destinando somme equivalenti a riserve patrimoniali non distribuibili. Quell’esperienza spiega una parte della prudenza con cui dentro la maggioranza viene affrontato nuovamente il dossier.
Questa volta, però, il cantiere della manovra si apre in condizioni politiche differenti. Il 2027 sarà l’anno delle elezioni, e i partiti della coalizione stanno già mettendo in fila misure riconoscibili per i rispettivi elettorati: riduzioni fiscali, sostegni contro il caro energia, interventi sugli stipendi, pensioni, sicurezza, famiglie e imprese. Ognuna di queste proposte ha bisogno di coperture.
La crescita economica non offre spazi illimitati. Nelle previsioni pubblicate a giugno, Istat stima un aumento del Pil italiano dello 0,7% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027. Un ritmo che rende più difficile finanziare riduzioni permanenti delle imposte o aumenti strutturali della spesa facendo affidamento soltanto sulle maggiori entrate prodotte dall’espansione economica.
Da qui deriva il ritorno delle banche al centro della manovra. Sono un settore altamente redditizio, facilmente identificabile dall’opinione pubblica e già utilizzato negli ultimi anni come fonte di risorse. Ma proprio per questo ogni ulteriore intervento solleva una domanda di sostenibilità: quanto si può aumentare il contributo fiscale senza spingere gli istituti a recuperarlo attraverso minori remunerazioni dei depositi, costi più elevati o condizioni di credito meno favorevoli?
È anche su questo terreno che il richiamo di Giorgetti alla concorrenza acquista peso. Una tassazione più alta può trasferire risorse dalle banche allo Stato; una concorrenza più intensa dovrebbe invece trasferire una parte maggiore dei vantaggi economici direttamente dalle banche ai loro clienti. Sono strumenti diversi, con conseguenze diverse, e il governo dovrà decidere se intende perseguirli entrambi.
Forza Italia prova a evitare che la manovra diventi una nuova battaglia ideologica sugli extraprofitti. Tajani ha sostenuto che banche, assicurazioni e grandi gruppi energetici possano essere chiamati a contribuire nelle fasi di difficoltà, ma attraverso soluzioni concordate e anticipi di imposta, non con interventi punitivi. La Lega risponde chiedendo invece un contributo aggiuntivo e strutturale e guarda anche all’esperienza spagnola come possibile riferimento.
Il confronto riguarda dunque molto più dei 3 miliardi indicati dal Carroccio. La legge di bilancio 2027 dovrà stabilire chi finanzierà una parte delle promesse con cui la maggioranza si presenterà all’ultimo anno della legislatura. E il settore bancario, dopo essere stato già chiamato a sostenere una quota significativa delle precedenti manovre, è di nuovo uno dei primi indirizzi a cui la politica guarda quando comincia la ricerca delle coperture.
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