Da Londra ad Atene. Chris Rokos e la nuova rotta dei grandi patrimoni


Per anni, quando un miliardario della finanza lasciava Londra, le destinazioni più probabili erano Dubai, Abu Dhabi, Ginevra o Milano. La sorpresa, questa volta, arriva dal Mediterraneo: Chris Rokos, fondatore del fondo Rokos Capital Management e tra i maggiori contribuenti del Regno Unito, ha deciso di trasferire la propria residenza fiscale in Grecia e di aprire un ufficio ad Atene. La scelta ha attirato l’attenzione di media e analisti perché Rokos non è un imprenditore qualunque. Nell’ultimo anno fiscale avrebbe versato circa 330 milioni di sterline al fisco britannico, una cifra che lo colloca al terzo posto nella classifica dei contribuenti individuali del Paese. La sua partenza pesa quindi sul bilancio simbolico, prima ancora che su quello finanziario, di una Gran Bretagna che da tempo teme di perdere il proprio ruolo di capitale europea della ricchezza.

Ad Atene, invece, la notizia è stata accolta come il risultato di una strategia preparata con grande cura. Per quasi un anno le autorità greche hanno cercato di convincere i grandi gestori internazionali che il Paese può offrire qualcosa di più di sole, mare e immobili ancora relativamente accessibili. La proposta combina un sistema fiscale favorevole, una maggiore stabilità dei conti pubblici, regole più semplici e il vantaggio di vivere e lavorare all’interno dell’Unione europea e dell’area Schengen. Rokos è diventato così il nome più prestigioso di una campagna che aveva già prodotto un primo risultato importante. Millennium Management, uno dei maggiori hedge fund multistrategia del mondo, si prepara ad aprire il suo primo ufficio ad Atene e ha discusso con le autorità greche dimensioni e personale della nuova sede. Anche Verition Fund Management guarda alla Grecia, mentre Elan Capital Management, guidata da Renos Dimitriou, avrebbe avviato colloqui preliminari senza avere ancora preso una decisione 

Perché Londra perde attrattiva

Il trasferimento di Rokos si inserisce in un più ampio ripensamento della posizione britannica nei confronti dei grandi patrimoni. Il cambiamento più importante è arrivato nell’aprile 2025, con l’abolizione del regime dei non-domiciled, il sistema che per oltre due secoli aveva consentito a molti residenti stranieri di limitare l’imposizione britannica sui redditi e sui guadagni prodotti all’estero. Al suo posto è stato introdotto un regime più breve e selettivo. I nuovi residenti che abbiano trascorso almeno dieci anni fiscali fuori dal Regno Unito possono ottenere un’esenzione sui redditi e sui guadagni esteri per i primi quattro anni di residenza. Terminato quel periodo, il principio generale torna a essere quello della tassazione sul reddito mondiale. Anche l’imposta di successione è stata collegata più strettamente alla residenza, aumentando l’incertezza per chi possiede patrimoni.

Questa situazione ha spinto numerosi professionisti a valutare alternative prima dell’autunno fiscale britannico. Il timore è che un eventuale aumento delle tasse possa essere applicato a chi sarà ancora residente nel Regno Unito nel momento in cui entrerà in vigore. Per molti patrimoni, anticipare la decisione significa quindi ridurre il rischio di trovarsi intrappolati in un regime meno favorevole.

I dati disponibili mostrano un quadro meno netto rispetto alla narrativa che vorrebbe un esodo totale, ma comunque significativo. Nel 2024-25 circa 9.000 contribuenti non-domiciliati hanno lasciato il Regno Unito o hanno perso quel trattamento fiscale, mentre i nuovi ingressi sono scesi a circa 8.600. La riforma ha inoltre modificato il calcolo dell’imposta di successione per i residenti di lungo periodo.

Del resto, Londra conserva vantaggi enormi: mercati profondi, una rete di servizi professionali senza eguali in Europa, scuole internazionali, università e accesso ai capitali. Per questo la fuga non è uniforme e molte società mantengono nella capitale britannica la parte principale delle loro attività. Ma la residenza personale dei fondatori, dei trader e dei portfolio manager può essere spostata più facilmente rispetto a un’intera organizzazione. È qui che la concorrenza di Atene diventa concreta.

La formula greca

La Grecia offre ai nuovi residenti facoltosi un regime forfettario che consente, a determinate condizioni, di pagare 100.000 euro l’anno sui redditi prodotti all’estero per un periodo massimo di quindici anni. Per accedere al programma è richiesto, tra l’altro, un investimento di almeno 500.000 euro in attività greche entro il termine previsto. Per chi guadagna decine o centinaia di milioni all’anno, la differenza rispetto a un’imposizione ordinaria sul reddito mondiale può essere enorme. Il punto decisivo, però, è la durata: quindici anni offrono una prospettiva più lunga rispetto a molti regimi concorrenti e permettono di pianificare con maggiore certezza.

Atene ha poi affiancato a questo sistema una disciplina specifica per i gestori di hedge fund. Le nuove norme prevedono un’imposizione del 5% sugli utili e sui bonus percepiti dai gestori che trasferiscono la propria residenza fiscale in Grecia, mentre le società che aprono sedi nel Paese restano soggette alla normale tassazione d’impresa. L’obiettivo dichiarato è evitare l’immagine di un paradiso fiscale e costruire invece un ecosistema finanziario fatto di posti di lavoro qualificati, consulenti, tecnici, avvocati, società di gestione del rischio e professionisti della tecnologia.

La differenza rispetto ad altre destinazioni è anche politica. Negli ultimi anni l’Italia ha innalzato più volte la propria imposta forfettaria sui redditi esteri, portandola da 100.000 a 300.000 euro l’anno per i nuovi residenti. La Grecia ha mantenuto la soglia originaria e ha cercato di presentarsi come un Paese più coerente nelle sue scelte. Per gli individui molto ricchi, la semplicità può valere quanto il risparmio. 

Dalla crisi del debito alla credibilità

La campagna greca sarebbe stata molto più difficile da vendere senza il miglioramento dei conti pubblici. Il Paese porta ancora il debito più elevato dell’area euro in rapporto al prodotto interno lordo, ma il percorso degli ultimi anni ha cambiato il giudizio dei mercati. La Grecia ha recuperato il rating d’investimento dal 2023 e ha continuato a registrare consistenti avanzi primari. Per il 2026 la Commissione europea prevede un avanzo primario pari al 4% del prodotto interno lordo e un calo del rapporto debito-Pil verso il 140,7%, con un’ulteriore discesa al 134,4% nel 2027. 

Il Paese si prepara inoltre a rientrare nel gruppo dei mercati sviluppati. La riclassificazione è prevista per il 21 settembre 2026 e nove società greche entreranno nello STOXX Europe 600, tra cui National Bank of Greece, Eurobank e Piraeus Bank. È un passaggio ancora soprattutto simbolico, ma rafforza la tesi di Atene: la Grecia non è più soltanto una storia di ripresa dopo il default sfiorato, bensì un mercato tornato pienamente visibile agli investitori..

Una città da attrezzare

La scommessa, tuttavia, non si vince soltanto con le aliquote. Atene deve dimostrare di poter sostenere una comunità finanziaria internazionale. Servono abitazioni di livello elevato, scuole private, assistenza sanitaria, collegamenti efficienti e personale qualificato.

Le zone più richieste si trovano lungo la Riviera ateniese, a sud del centro, dove la città offre più di quaranta chilometri di costa all’interno dell’area metropolitana. Qui i nuovi sviluppi immobiliari, le ville, le marine e i servizi di lusso stanno attirando una clientela internazionale in cerca di privacy senza isolamento. I prezzi sono in aumento: i dati del primo semestre 2026 indicano per la Riviera un valore mediano richiesto di circa 10.200 euro al metro quadrato, con punte molto più alte nei progetti residenziali di fascia alta. 

La crescita dei prezzi, però, può trasformarsi in un problema per i residenti locali. Se l’arrivo dei patrimoni stranieri spinge il mercato verso il segmento di lusso, il rischio è che Atene diventi più esclusiva senza creare un numero sufficiente di opportunità per la popolazione. Il governo deve quindi dimostrare che gli hedge fund porteranno occupazione qualificata, formazione e investimenti produttivi, invece di alimentare soltanto la domanda immobiliare.

 


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