Debito e castigo – Jacobin Italia


Il Financial Times fotografa l’esplosione della spesa mondiale per interessi e torna a evocare disciplina fiscale e tagli. Ma bisogna chiedersi cosa abbia creato la voragine degli ultimi decenni. E soprattutto chi dovrà pagarne il conto

«I governi di tutto il mondo hanno creato un mostro da 2 trilioni di dollari». Con questa immagine il Financial Times, in una lunga analisi firmata da Ian Smith, Sam Fleming ed Emily Herbert, descrive la nuova emergenza dei debiti pubblici. Nel 2025 i paesi Ocse hanno speso più di 2 mila miliardi di dollari per il servizio del debito, circa il 3% del loro Pil; negli Stati uniti, in Francia e nel Regno unito gli interessi costano ormai più della difesa. Un dato significativo in particolare per gli Usa, in considerazione della loro tradizionale enorme spesa militare. Il problema è destinato ad aggravarsi perché una parte crescente dello stock accumulato negli anni del denaro quasi gratuito deve essere rifinanziata ai tassi attuali, molto più elevati. 

Da dove viene il mostro

Inflazione, tensioni geopolitiche e fine dei programmi di acquisto delle banche centrali spiegano una parte dell’aumento dei rendimenti. Come probabilmente contribuiscono le incertezze sul piano politico dove la destra già governa e dove potrebbe governare in tempi piuttosto brevi. Ma c’è un altro elemento che il Financial Times segnala e che merita attenzione. Stati e imprese stanno cercando contemporaneamente enormi quantità di capitale sui mercati. In particolare, i gruppi tecnologici stanno finanziando attraverso emissioni obbligazionarie una parte crescente degli investimenti necessari alla corsa all’intelligenza artificiale. Più titoli privati arrivano sul mercato offrendo rendimenti appetibili, più anche gli Stati devono remunerare adeguatamente chi compra il loro debito, innescando una pericolosa rincorsa ai danni degli Stati. Negli ultimi dodici mesi i principali colossi tecnologici statunitensi hanno emesso circa 220 miliardi di dollari di obbligazioni, soprattutto per sostenere la costruzione di data center e infrastrutture legate all’IA. 

C’è una certa ironia nel fatto che proprio mentre i governi vengono richiamati alla disciplina dai mercati, una parte della pressione sul costo del loro debito derivi dalla gigantesca fame di capitale delle imprese private.

La fotografia del Financial Times è dunque efficace. Più discutibile è il racconto delle cause profonde e soprattutto delle possibili vie d’uscita. Quando l’articolo arriva al dunque, le alternative tendono a restringersi: crescita economica, riduzione dei tassi oppure aumento delle entrate e taglio della spesa. Le prime due strade sembrano ipotesi astratte. La crescita resta anemica da anni e non si intravedono segnali di svolta, mentre le banche centrali, dal recente rialzo dei tassi della Bce a quello della Fed del trumpiano Kevin Warsh, non sembrano orientate verso un rapido allentamento. Resta così il tradizionale vocabolario della disciplina fiscale. Il debito appare ancora una volta soprattutto come il prodotto di governi incapaci di controllare la spesa.

Rimane invece sullo sfondo una domanda essenziale: perché i debiti sono cresciuti così tanto e che cosa hanno finanziato?

Dalla crisi degli anni Settanta, l’indebitamento è diventato progressivamente uno dei meccanismi attraverso cui il capitalismo ha affrontato le proprie contraddizioni. La compressione della quota salariale ha favorito la ripresa dei profitti, ma ha contemporaneamente indebolito una componente fondamentale della domanda. L’espansione del credito e del debito, pubblico o privato a seconda dei paesi e delle diverse fasi storiche, ha contribuito a tenere insieme questi due elementi: profitti crescenti, salari relativamente compressi e consumi che non potevano crollare.

Il debito ha quindi compensato salari deboli, sostenuto domanda e consumi, alimentato il prezzo degli asset e aiutato imprese e banche durante le crisi. Dopo il 2008 gli Stati hanno assorbito una parte enorme delle perdite del sistema finanziario. Durante la pandemia hanno impedito che il blocco produttivo si trasformasse in una depressione. Oggi il debito finanzia contemporaneamente politiche industriali, competizione geopolitica e riarmo. Non è una patologia esterna al capitalismo contemporaneo: è diventato uno degli strumenti con cui vengono rinviate le sue contraddizioni.

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Lo Stato non è scomparso

Bisogna allora liberarsi da uno dei miti più resistenti dell’epoca neoliberista: quello di uno Stato progressivamente ritiratosi dall’economia. Lo Stato ha privatizzato, deregolamentato e indebolito parti del welfare, ma ha contemporaneamente continuato a sostenere il processo di accumulazione attraverso sgravi fiscali, incentivi, garanzie, salvataggi e politiche monetarie. Meno Stato sociale non ha significato necessariamente meno Stato per il capitale. Semmai si è andato affermando un capovolgimento di ruolo. Una sfera pubblica asimmetrica, assistenzialista per le imprese e liberista nei confronti dei bisogni sociali. 

Da questo punto di vista il caso italiano ha anticipato alcune tendenze poi divenute molto più generali. Tra gli anni Settanta e Ottanta, mentre l’indebitamento privato cresceva in tutto l’Occidente, in Italia furono soprattutto deficit e debito pubblico a svolgere una funzione di sostegno alla redditività delle imprese e di stabilizzazione sociale, a fronte di un indebitamento privato relativamente contenuto e di un capitale spesso poco incline al rischio e all’investimento. Era una peculiarità italiana. Ma quando nel 2008 i paesi che avevano affidato maggiormente questa funzione al debito privato furono costretti a salvare banche e imprese trasferendone una parte delle perdite sui bilanci pubblici, quella anomalia cominciò ad assomigliare molto di più a un’anticipazione. 

Gli Stati uniti offrono un altro esempio del modo in cui si è costruito il debito. I tagli fiscali di George W. Bush del 2001 e del 2003 vennero presentati come uno strumento per liberare risorse, rilanciare gli investimenti e aumentare la crescita. Il Center on Budget and Policy Priorities ha calcolato che, comprendendo i maggiori interessi generati dall’indebitamento, quelle politiche avrebbero aggiunto circa 5.600 miliardi di dollari ai deficit tra il 2001 e il 2018. Non si sono autofinanziate attraverso la crescita e hanno favorito soprattutto i redditi più elevati. 

Trump ha ripreso questa strada. Nel 2017 l’aliquota federale sugli utili societari è stata ridotta dal 35 al 21%. E nel 2025, secondo il Congressional Budget Office, la nuova legge fiscale ha ulteriormente ridotto le entrate di circa 4.500 miliardi di dollari nella previsione per il decennio 2025-2034. Anche tenendo conto dei contemporanei tagli alla spesa, il provvedimento aumenterà i deficit primari, nel periodo, di circa 3.400 miliardi, ai quali si aggiungono oltre 700 miliardi di maggiori interessi. 

Per cogliere tali processi non è necessario attraversare l’Atlantico. Un rapporto presentato da Teha al Forum di Cernobbio ha calcolato che in Italia, nell’arco di venticinque anni, sono stati erogati alle imprese quasi 300 miliardi di euro di incentivi pubblici, circa 12 miliardi l’anno. Nel solo 2024 sono stati 18,3 miliardi. Di tale cifra sarebbe interessante calcolarne il costo compresi gli interessi. Ciò non significa naturalmente che qualsiasi politica industriale sia di per sé sbagliata, anzi, di fronte all’urgente transizione ecologica e ai recenti sviluppi tecnologici, è indispensabile. Il problema è semmai la direzione da dare a questa politica. A livello aggregato il rapporto non individua nessuna correlazione positiva tra massa degli incentivi, produttività e crescita del valore aggiunto, mentre su ambiente e nuove tecnologie si accumulano ritardi. 

Una parte del debito che oggi viene utilizzato per denunciare l’eccessiva dimensione dello Stato è stata dunque prodotta da riduzioni delle entrate, sostegni al capitale privato e socializzazione delle perdite. Non siamo davanti alla semplice contrapposizione tra mercato e Stato raccontata per quarant’anni. Siamo davanti a una relazione molto più stretta e complementare, nella quale l’intervento pubblico viene continuamente chiamato a sostenere ciò che il mercato non riesce autonomamente a garantire.

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Chi paga il conto?

I 2 mila miliardi di interessi raccontati dal Financial Times assumono, dunque, un significato diverso. Il debito ha consentito per decenni di evitare una radicalizzazione dello scontro distributivo. Invece di finanziare interamente la spesa attraverso le imposte – e quindi decidere apertamente chi dovesse pagare – è stato possibile ridurre la tassazione su alcuni redditi e profitti e contemporaneamente sostenere l’economia attraverso il deficit. Ma il debito non cancella il conflitto distributivo, lo sposta nel tempo.

Quando i tassi erano prossimi allo zero, questo rinvio risultava relativamente poco costoso. Oggi non lo è più. Se il costo medio dell’indebitamento cresce più rapidamente dell’economia il debito cresce su sé stesso, e il suo costo occupa una quota sempre maggiore dei bilanci pubblici. Una parte crescente delle entrate fiscali viene così trasferita ai possessori di attività finanziarie.

Naturalmente i creditori degli Stati non costituiscono una classe sociale omogenea: vi sono banche, assicurazioni, fondi pensione, banche centrali, investitori esteri. La gran parte di questi titoli è in capo a pochi e grandi investitori, mentre la restante quota, è in mano a tanti piccoli risparmiatori. Un fenomeno di concentrazione di ricchezza che si autoalimenta costantemente, riuscendo paradossalmente persino a fornire la sensazione ai piccoli risparmiatori di stare sulla stessa barca dei grandi operatori. Ma rimane il dato politico essenziale: risorse che potrebbero finanziare servizi pubblici, investimenti e salari vengono utilizzate per remunerare il capitale finanziario.

Il paradosso è evidente. Prima si riduce la capacità fiscale dello Stato o si utilizzano risorse pubbliche per sostenere l’accumulazione privata. Poi si finanzia la differenza attraverso l’emissione di titoli. Infine, quando il costo degli interessi aumenta, si spiega alla società che il debito è diventato insostenibile e che bisogna comprimere la spesa. La collettività rischia così di pagare due volte: prima sostenendo il capitale attraverso il bilancio pubblico, poi pagando il costo finanziario di quel sostegno.

Il Financial Times evoca il problema quando osserva che i governi sono ormai costretti a scegliere tra «aree di spesa di vitale importanza» e pagamento degli interessi. Ma questa alternativa non è un fatto naturale. Dipende da chi viene tassato, da quali spese vengono considerate intoccabili, dal ruolo attribuito alle banche centrali e dal potere riconosciuto ai mercati finanziari.

Non a caso lo stesso articolo torna persino a discutere di «repressione finanziaria», cioè dell’insieme di strumenti attraverso cui gli Stati possono orientare il risparmio verso i propri titoli e comprimerne il rendimento. Dopo decenni nei quali si è sostenuto che fossero i mercati a dover disciplinare la politica, la dimensione del problema finisce così per imporre la domanda inversa: come disciplinare i mercati finanziari?

Non esiste una soluzione indolore alla montagna di debiti accumulata. Ma non esiste neppure una legge economica che imponga di affrontarla tagliando pensioni, sanità, istruzione e salari. Tassare maggiormente grandi patrimoni, profitti e rendite; ridurre la dipendenza dei bilanci pubblici dalla volatilità dei mercati; restituire alle banche centrali una funzione di stabilizzazione del costo del debito; subordinare incentivi e intervento pubblico a obiettivi produttivi, sociali ed ecologici sono scelte politiche prima ancora che tecniche.

Sicuramente I 2 mila miliardi evidenziati dal Financial Times ci dicono quindi qualcosa di più dell’aumento dei rendimenti obbligazionari. Fotografano la fatica del capitalismo contemporaneo a crescere, la rapacità della rendita finanziaria, la redistribuzione al contrario della ricchezza prodotta.

*Marco Bertorello e Danilo Corradi collaborano con il manifesto. Insieme hanno pubblicato Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023). Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, Danilo Corradi insegna filosofia e storia nel liceo di Tor Bella Monaca di Roma.


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