Non solo Ilva, quali sono i maxi comparti industriali italiani in crisi (e quanti lavoratori rischiano il posto)


Quando chiude una fabbrica non si perdono soltanto posti di lavoro. Si perde anche la capacità di produrre qualcosa che fino a quel momento l’Italia sapeva ancora fare. Una rotaia ferroviaria. Un profilato di alluminio. Una lavatrice. Un componente per automobili. Un trattore. Un principio attivo farmaceutico. Una macchina utilizzata per la dialisi.

C’è anche questo dietro i 37 tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese e del Made in Italy che coinvolgono direttamente poco meno di 30mila lavoratori a rischio, oltre a quelli, spesso difficilmente quantificabili, dell’indotto: ovvero fornitori, manutentori, logistica e aziende appaltatrici. Il vero interrogativo – al netto dei numeri – che vogliamo analizzare qui è quindi quali pezzi dell’industria italiana rischiamo di perdere.

“Spegnere l’Ilva”

Il caso più conosciuto resta naturalmente quello dell’ex Ilva di Taranto dove la situazione è ormai vicina a un punto di non ritorno con Acciaierie d’Italia che conta ancora oltre 9.700 dipendenti e per il 2026 ha chiesto la proroga della cassa integrazione straordinaria per un massimo di 4.450 lavoratori, per lo più nel polo siderurgico pugliese.

Dopo la conferma giudiziaria dello stop all’area a caldo, è iniziato il percorso verso lo spegnimento degli altiforni entro fine ottobre, mentre nell’indotto sono a rischio circa 2.500 posti di lavoro in 28 aziende in appalto. Il governo sta lavorando a nuove misure di sostegno e a un piano di riconversione basato su forni elettrici e tecnologie meno inquinanti, ma resta ancora da capire chi investirà davvero nello stabilimento e se Taranto continuerà a produrre acciaio primario o diventerà soprattutto un polo di trasformazione.

L’interesse della cordata organizzata da Federacciai – 14 grandi siderurgici italiani, fra cui Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Acciaierie Venete e Beltrame – è concentrato soprattutto sull’area a freddo, cioè laminatoi e impianti che possono continuare a trasformare bramme prodotte altrove. Anche perché riaccendere le fornaci potrebbe diventare economicamente insostenibile.

A Piombino sono in gioco anche le rotaie

Ma non c’è solo l’ex Ilva: acciaio e metallurgia occupano una dozzina dei 37 dossier attivi nella mappa delle crisi industriali italiane. A Piombino ci sono gli oltre 1.200 dipendenti in cassa integrazione di Jsw Steel Italy che produce acciai lunghi e soprattutto rotaie ferroviarie. La situazione è oggi meno drammatica rispetto a pochi mesi fa, grazie all’accordo raggiunto per il rilancio del polo siderurgico e all’arrivo del progetto Metinvest.

Lo stesso vale per Cogne Acciai Speciali, ad Aosta. Lo stabilimento produce acciai inossidabili e leghe speciali utilizzate dall’energia all’automotive, dalla meccanica all’aerospazio. Attorno all’azienda ruotano oltre mille lavoratori diretti e un indotto che allarga ulteriormente il perimetro occupazionale.

Alluminio: il rischio di perdere un’intera catena produttiva

Ancora più evidente è il caso di tre crisi industriali nel Sulcis, in Sardegna. Portovesme, controllata dal gruppo Glencore, lavora metalli non ferrosi e sta cercando di riconvertire parte delle proprie attività verso il recupero e la raffinazione di materie prime critiche, con progetti su litio, black mass e bismuto. Eurallumina, sempre a Portovesme, gestisce la raffineria che trasforma la bauxite in allumina, la materia prima necessaria per produrre alluminio. 

SiderAlloys rappresenta invece l’anello successivo, quello della produzione di alluminio primario. Tre crisi diverse che in realtà raccontano lo stesso problema: il rischio di perdere progressivamente una filiera metallurgica completa.

Feltre e quei profilati di alluminio che servono all’industria

Un caso apparentemente più piccolo, ma emblematico, è Hydro Extrusion di Feltre. Lo stabilimento in provincia di Belluno produce profilati di alluminio estruso su misura, utilizzati da moltissime altre industrie. Qui il problema non è soltanto salvare poco più di un centinaio di posti: perdere l’impianto significa eliminare un fornitore industriale che sta a monte di altre produzioni.

Il sito – che oggi dà lavoro a 160 dipendenti – è al centro di un percorso di reindustrializzazione che a settembre è arrivato alla fase di un possibile accordo preliminare con una nuova proprietà. 

Automotive: la grande crisi fatta di tante piccole fabbriche

È probabilmente nell’automotive che il trasferimento della crisi sull’indotto diventa più evidente. Non esiste una sola grande fabbrica simbolo. Esistono decine di fornitori specializzati che dipendono dalle commesse delle case automobilistiche.

Cooper Standard di Battipaglia, per esempio, produce componenti in gomma e sistemi destinati alle automobili. La vertenza riguarda 164 lavoratori e il futuro dello stabilimento è legato alla ricerca di un nuovo investitore.

Tiberina Melfi realizza strutture e componenti metallici per autoveicoli ed è strettamente legata al grande polo Stellantis della Basilicata. Primotecs, in Piemonte, opera nelle lavorazioni meccaniche e nella componentistica automobilistica. Dumarey Flowmotion Technologies lavora invece su motori e sistemi di propulsione.

Presi singolarmente sono stabilimenti da alcune centinaia di dipendenti. Insieme raccontano però una crisi molto più grande. Lo dimostra l’elenco delle aziende che negli ultimi anni sono finite sui tavoli ministeriali, da Lear, produttrice di sedili e sistemi elettrici per auto a Marelli, uno dei maggiori gruppi mondiali della componentistica, da Dana, specializzata in trasmissioni e assali a Denso, componentistica elettronica e sistemi termici fino Pierburg, che produce componenti per motori e sistemi di gestione dei fluidi e Brose, specializzata in sistemi per porte e sedili.

Quando diminuiscono i volumi delle case automobilistiche, la crisi scende lungo tutta la catena. E il rischio è perdere progressivamente pezzi della capacità italiana di costruire un’automobile, anche se la fabbrica finale resta aperta.

Electrolux: non soltanto 1.700 esuberi

Uno dei numeri più pesanti tra le vertenze aperte è quello di Electrolux. Negli stabilimenti italiani la multinazionale produce ancora lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, forni, piani cottura e cappe. Il piano presentato dal gruppo prevedeva oltre 1.700 esuberi. In questo caso non parliamo quindi dell’intero organico genericamente coinvolto in una crisi, ma di un vero progetto di riduzione dell’occupazione. Il governo ha chiesto all’azienda di sospendere le iniziative unilaterali e presentare un piano industriale alternativo.

La vertenza è tutt’altro che chiusa. L’8 settembre il ministro Adolfo Urso ha dichiarato che la trattativa è entrata in una “fase decisiva” e ha ribadito l’obiettivo di preservare stabilimenti e occupazione. Un nuovo tavolo nazionale è previsto dopo il Consiglio competitività europeo del 24 settembre.

Anche qui c’è un problema che supera i cancelli degli stabilimenti: attorno al grande elettrodomestico ruotano produttori di componenti plastici, elettronica, motori, imballaggi e logistica.

Il problema diventa quindi industriale: quanto estesa può diventare la riduzione della produzione italiana di elettrodomestici prima che anche fornitori di motori, plastiche, elettronica, imballaggi e componentistica comincino a perdere le commesse? E anche qui la crisi della grande fabbrica rischia di propagarsi ben oltre i suoi cancelli.

I trattori di Bcs e i divani di Natuzzi

Ci sono poi produzioni che associamo direttamente al Made in Italy. Bcs, storico gruppo lombardo con poco più di 500 dipendenti, produce trattori specializzati, motocoltivatori, motofalciatrici e macchine agricole. Lo scorso 9 settembre il gruppo Fulchir lo ha letteralmente salvato dal baratro facendosi avanti con oltre 10 milioni di capitale e la prospettiva di costituire una Newco per prendere in affitto il ramo d’azienda (comprensivo dei marchi storici Mosa e Ferrari) per far ripartire la produzione a cominciare da ottobre 2026. 

Natuzzi, tra Puglia e Basilicata, significa invece soprattutto divani, poltrone e mobili imbottiti. Gli addetti diretti sono circa 1.800, ma intorno all’azienda nel “triangolo del salotto” tra Matera, Altamura e Santeramo esiste un distretto molto più ampio fatto di falegnamerie, imbottiture, pellami, trasporti e piccoli fornitori: oltre 9mila addetti e 611 imprese. La concorrenza dei Paesi a basso costo e la delocalizzazione hanno progressivamente eroso il modello costruito negli anni del boom e oggi la riorganizzazione con interi stabilimenti chiusi è necessaria per garantire la continuità aziendale.

È uno dei casi nei quali contare soltanto i dipendenti dell’impresa principale rischia di sottostimare pesantemente la dimensione del problema.

Nel settore moda c’è poi Aeffe, il gruppo cui fanno capo marchi come Alberta Ferretti, Moschino e Pollini. Qui la situazione appare più avanzata verso una soluzione, grazie a un’offerta vincolante che punta al rilancio e alla salvaguardia dell’occupazione. Ma anche questo dossier mostra che la crisi industriale italiana non è confinata all’acciaio o alle produzioni considerate obsolete.

Il caso Gambro: 500 posti, ma anche macchine per la dialisi

Quello di Gambro-Vantive a Medolla, nel distretto biomedicale modenese che coinvolge circa 500 lavoratori, sembra una delle tante vertenze che compaiono periodicamente nelle cronache economiche. Ma Gambro produce tecnologie e dispositivi utilizzati nella dialisi e nelle terapie di supporto agli organi vitali. Se uno stabilimento del genere viene perso, l’Italia si priva di una fabbrica biomedicale, tecnici specializzati, know-how, fornitori e una parte delle competenze accumulate in uno dei distretti più importanti d’Europa.

È esattamente ciò che i numeri delle crisi aziendali non riescono a mostrare. Lo stesso ragionamento vale per la farmaceutica.

Dai principi attivi ai farmaci oncologici

Sicor-Tapi, del gruppo Teva, produce principi attivi farmaceutici, le sostanze alla base della produzione dei medicinali. La vertenza ha riguardato una procedura di licenziamento collettivo per oltre 90 lavoratori.

Nerviano Medical Sciences, vicino Milano, svolge invece ricerca e sviluppo di nuovi farmaci oncologici. E tra i dossier ministeriali c’è anche Pfizer Catania, uno dei siti produttivi italiani del colosso americano, dove vengono realizzati farmaci e antibiotici iniettabili destinati soprattutto all’uso ospedaliero.

Difficile considerarle semplicemente “vecchie fabbriche da salvare”. Sono produzioni ad alto valore aggiunto e competenze che l’Europa stessa considera sempre più strategiche.

I 30mila sono soltanto il primo cerchio

Alla fine resta una domanda: quanti posti di lavoro sono veramente in bilico? Il dato ufficiale del ministero parla di meno di 30mila lavoratori coinvolti in 37 tavoli ancora attivi. Ma manca un conteggio omogeneo dell’indotto.

Tavolo di crisi Settore   Dipendenti diretti  Indotto 
Acciaierie d’Italia – ex Ilva siderurgia: acciaio piano, coils e lamiere; il grande ciclo integrale di Taranto circa 9.700 nel gruppo; fino a 4.450 in Cigs. A Taranto circa 7.920 almeno 2.500 negli appalti più direttamente esposti; alcune ricostruzioni portano il perimetro dell’indotto a oltre 5.000.
Aeffe moda e lusso: abbigliamento, calzature e pelletteria; marchi Alberta Ferretti, Moschino, Pollini 1.043 in Italia   
Bcs meccanica agricola: trattori specializzati, motocoltivatori e macchine agricole poco più di 500 tra Abbiategrasso, Cusago e Luzzara  
Bekaert Sardegna Automotive/metallurgia: corde metalliche per il rinforzo degli pneumatici 160 lavoratori nel perimetro della reindustrializzazione Il nuovo progetto Nuova Icom dovrebbe salvaguardare i 160 e può creare ulteriore occupazione
CallMat Contact center/customer care: servizi in outsourcing, fortemente legati alle commesse Tim circa 350 per cui il 14 settembre i sindacati hanno annunciato l’avvio dei licenziamenti  
Carcano Antonio Alluminio: laminazione e trasformazione dell’alluminio fino al foglio sottile, anche per packaging alimentare e farmaceutico oltre 450 nei tre siti lombardi  
ArcelorMittal CLN Distribuzione Italia Siderurgia a valle: taglio, lavorazione e distribuzione di coils, fogli, nastri e lamiere d’acciaio per auto, elettrodomestici, costruzioni e industria circa 404   
Cogne Acciai Speciali acciai inox lunghi e leghe di nichel per energia, automotive, meccanica e applicazioni ad alto valore oltre 1.100 diretti L’azienda indica circa 1.500 persone complessivamente interessate tra occupazione diretta e indotto
Cooper Standard Automotive Componentistica auto: componenti in gomma e sistemi destinati agli autoveicoli 164 attualmente in forza a Battipaglia  
Dumarey Flowmotion Technologies Automotive/powertrain: apparecchiature elettriche ed elettroniche per autoveicoli e sistemi di propulsione circa 759  
Electrolux lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, forni, piani cottura e cappe Dei circa 4.500 dipendenti in Italia il piano ha prospettato oltre 1.700 esuberi vasto indotto di componentistica, plastiche, motori, elettronica, packaging e logistica
Eurallumina raffineria che trasforma la bauxite in allumina, materia prima dell’alluminio oltre 200 risultavano interessati dalla Cigs storicamente la raffineria generava 700-1.000 posti nell’indotto
Fonderie Pisano Fonderia: getti in ghisa di seconda fusione per l’industria oltre 100 Il Mimit cita espressamente la necessità di salvaguardare “l’intero indotto”, ma non ne quantifica gli addetti
Hydro Extrusion Feltre Alluminio: lavorazione ed estrusione di alluminio, profilati e soluzioni industriali a luglio il Ministero parlava di “oltre cento”  
JSW Steel Italy – Piombino Siderurgia ferroviaria: acciai lunghi e soprattutto rotaie ferroviarie nel 2026 erano 1.256 dipendenti in cassa integrazione Il nuovo progetto siderurgico Metinvest prevede però circa 300 posti indiretti futuri, oltre a circa 800 diretti 
KES Italy Impiantistica industriale: sistemi di distillazione e rettificazione per raffinerie, petrolchimica e industria chimica 214  
Moplefan – ex Treofan Terni Chimica/plastica: film in polipropilene BOPP utilizzato soprattutto negli imballaggi 75 ancora in servizio a luglio  
Natuzzi Arredamento: divani, poltrone e mobili imbottiti di fascia medio-alta/alta oltre 1.800 in Puglia e Basilicata Qui l’effetto-filiera è enorme: il distretto del mobile imbottito Puglia-Basilicata conta circa 700 imprese e quasi 9.000 addetti
Nerviano Medical Sciences Farmaceutica/R&S: ricerca e sviluppo di farmaci oncologici, dalla scoperta alla fase clinica 123 nel ramo ricerca al momento dell’apertura della crisi; erano stati annunciati 73 licenziamenti, poi ritirati  
Peg Perego Prodotti per l’infanzia: passeggini, seggiolini auto, sistemi modulari, seggioloni e giocattoli 267 tra 213 ad Arcore e 54 a San Donà di Piave; sul sito veneto sono stati prospettati forti esuberi  
Pfizer Catania Farmaceutica: medicinali sterili e iniettabili; tra le produzioni colpite anche siringhe di metotrexato, farmaco usato in oncologia e patologie autoimmuni Dei 600 nello stabilimento saranno 330 gli esuberi diretti  
Portovesme Srl Metallurgia non ferrosa: produzione di zinco, piombo e prodotti chimici 320 diretti, erano circa 500 nel 2021 518 addetti nelle 9 imprese d’appalto
Primotecs Automotive: componenti in acciaio forgiato e lavorazioni meccaniche per veicoli, legate anche alla filiera Stellantis 158 ad Avigliana  
Pro-Gest Carta e packaging: carta, fogli di cartone ondulato e imballaggi 237 in Pro-Gest Spa; oltre 1.000 nel gruppo distribuiti in 15 società  
Sanac in AS Materiali refrattari: prodotti indispensabili per rivestimento, manutenzione e funzionamento di forni e impianti siderurgici 350 nei quattro stabilimenti è l’ultimo dato completo di gruppo reperibile, ma risale al 2023   
Sangraf Siderurgia a monte: elettrodi di grafite per forni elettrici ad arco 45, scesi dagli 80 di due anni prima La perdita del sito avrebbe rilievo nazionale proprio perché la produzione è unica in Italia
Saxa – gruppo Ceramica: gres porcellanato ad alto spessore per pavimentazioni esterne e urbane Saxa Gualdo conta circa 86 dipendenti   
Siae Microelettronica in AS Telecomunicazioni: apparati radio, ponti a microonde e sistemi per reti di telecomunicazione 433 secondo dati societari 2026  
Sicor Tapi – Teva Farmaceutica: produzione di principi attivi farmaceutici; Villanterio è specializzato nell’allopurinolo la procedura di licenziamento interessa oltre 90 lavoratori  
SiderAlloys Italia Alluminio primario: riavvio dell’ex smelter Alcoa di Portovesme i 60 dipendenti ancora in carico alla società sono tutti in Cigs; altri 300 ex Alcoa sono da anni in mobilità in deroga e non sono dipendenti attuali  
Sofinter / AC Boilers Energia e meccanica pesante: grandi caldaie per centrali elettriche e generatori di vapore oltre 120 a Gioia del Colle; interessati dalla reindustrializzazione  
StarTech Elettronica avanzata: componentistica e sistemi elettronici, con lavorazioni anche per infrastrutture scientifiche e telecom 320  
STF Loterios Meccanica/energia: generatori di vapore e apparecchiature termiche industriali 140 secondo dati Registro Imprese aggiornati a luglio 2026  
Telco Soluzioni Digitali – TSD in AS Telecomunicazioni: costruzione, manutenzione e riparazione delle reti in fibra, con tecnici specializzati 183 a luglio, distribuiti sul territorio nazionale; erano 194 a marzo  
Tiberina Melfi Automotive: parti, accessori e strutture metalliche per autoveicoli, nella filiera del polo di Melfi 130  
Tiscali Telecomunicazioni e internet: connettività fissa/mobile e servizi digitali La crisi originariamente coinvolgeva oltre 600 lavoratori; dal 1° giugno gran parte del ramo consumer è passata a Smeraldo/Canarbino  
Vantive-Gambro Medolla Biomedicale: apparecchiature, dispositivi e tecnologie per emodialisi e terapie renali 500 nello stabilimento di Medolla  

Per l’ex Ilva, per il polo metallurgico sardo, per Natuzzi o per l’automotive, attorno a ogni grande impresa ruotano centinaia o migliaia di lavoratori di aziende fornitrici. L’Italia non rischia soltanto di perdere posti di lavoro. Rischia di perdere cose che oggi sa ancora produrre. Rotaie ferroviarie. Acciai speciali. Alluminio. Componenti automobilistici. Lavatrici. Trattori. Divani. Principi attivi farmaceutici. Sistemi per telecomunicazioni. Dispositivi per la dialisi. Una fabbrica può anche essere ricostruita. Molto più difficile è ricostruire, una volta dispersa, la rete di tecnici, operai specializzati, fornitori e competenze che consentiva a quella fabbrica di produrre.

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