“Prima era riconosciuto come ‘l’antenna sul territorio’, capace di affrontare i problemi e di intervenire con agilità. Ma dall’austerità in poi, al netto della retorica, tutto questo discorso è di fatto caduto”. Davide Caselli, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Bergamo, sta parlando del Terzo settore.
Per lui oggi è sempre più simile al mondo aziendale mentre le pratiche di co-progettazione tra il pubblico e gli enti del privato sociale non affrontano le criticità di fondo. Al contrario finiscono per favorire gli enti con maggiori disponibilità economiche, senza migliorare le condizioni di lavoro.
Professor Caselli, qual è stato lo sviluppo del Terzo settore in Italia negli ultimi vent’anni?
DC Il Terzo settore affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta in una storia di impegno della società civile con una connotazione politica molto forte. Nel tempo si è professionalizzato e ha trovato nei finanziamenti pubblici il suo motore principale: dagli anni Novanta e Duemila il rapporto con il settore pubblico si è formalizzato sempre di più attraverso meccanismi di mercato o di quasi-mercato e sono diventati importanti anche i contributi europei e da parte degli enti privati, soprattutto le Fondazioni di origine bancaria (di cui Altreconomia ha raccontato qui natura e impieghi dei loro patrimoni). Un punto di svolta è stata la crisi finanziaria globale del 2007-2008, con la contrazione dei contributi pubblici, sia a livello nazionale sia locale, in favore dell’austerità, ossia il taglio della spesa pubblica e la conseguente spinta agli enti del Terzo Settore a cercare nuove fonti di finanziamento. Tra gli anni Ottanta e i primi Duemila la questione delle condizioni di lavoro era già presente ma il Terzo settore si è accreditato come migliore del pubblico nell’erogazione di servizi perché era considerato “l’antenna del territorio”, conosceva bene che cosa succedeva, era capace di risolvere i problemi ed era agile nell’intervento. Dall’austerità in poi è stato sempre meno in grado di svolgere questo ruolo e le collaborazioni tra pubblico e privato si sono progressivamente ridotte a una mera fornitura di manodopera. Ovviamente ci sono eccezioni, c’è una grande varietà territoriale, ci sono esperienze virtuose, ma tutto questo non può esimerci dal vedere una tendenza generale e diffusa. E poi resta la domanda: perché non investire per ricostruire un settore pubblico forte e capace che intervenga direttamente per garantire i diritti di base? Siamo focalizzati su questi temi dal 2022 con un collettivo che si chiama Laboratorio welfare pubblico: siamo ricercatrici, ricercatori e operatrici e operatori sociali e condividiamo esperienze e conoscenze su come il welfare italiano si stia privatizzando. Stiamo lavorando a un libro-inchiesta per le edizioni di Napolimonitor in cui raccontiamo le mobilitazioni che i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative, organizzate in collettivi e sindacati di base, hanno portato avanti dal 2021 per contrastare questi processi e ottenere migliori condizioni di occupazione e migliori servizi per i cittadini.
Quali sono stati i percorsi intrapresi per tentare di risolvere la crisi?
DC Una strada percorsa da alcuni soggetti del Terzo settore è stata provare a diversificare gli ambiti di azione e dunque orientarsi verso i servizi con margini di profitto maggiore. Così si è posta l’enfasi sull’housing sociale -edilizia rivolta al “ceto medio in crisi” con forti incentivi pubblici, che però per essere attrattiva per gli investitori privati esclude i ceti popolari- e anche sulla sanità privata (ambulatori medici) come nuovi spazi di mercato in cui il Terzo settore avrebbe potuto e dovuto inserirsi. Dal 2010 la parola d’ordine è stata “ibridazione”. Gli enti erano costretti a trovare contributi, i soggetti privati cercavano forme di remunerazione anche con guadagni più bassi ma utili a diversificare i loro investimenti. I risultati sono stati modesti e non hanno prodotto la “sostenibilità economica” promessa, anche se hanno agito sulla cultura diffusa delle organizzazioni e alimentato l’illusione di una soluzione “di mercato” alla crisi del sistema. Ancora oggi però i programmi di cosiddetto capacity building che le Fondazioni di origine bancaria propongono al Terzo settore vanno in questa direzione: diventare più imprenditoriali, più efficienti, più capaci di intercettare capitali privati.
Quali soggetti sono diventati protagonisti?
DC Le Fondazioni di origine bancaria sono state negli ultimi decenni un finanziatore molto importante per gli enti del Terzo settore, anche se guardando al welfare nel suo insieme (previdenza, servizi, sanità) il loro contributo è incomparabile a quello pubblico che continua -anche se in modo sempre più insufficiente- a reggere il sistema. Inoltre negli ultimi dieci anni le fondazioni hanno diminuito in maniera sostanziale il loro finanziamento: se nel 2007 avevano erogato 1,7 miliardi di euro, la cifra si è dimezzata a ridosso della crisi per poi stabilizzarsi attorno al miliardo all’anno fino al 2024 (capiremo se l’aumento a 1,4 miliardi del 2025, trainato dai super profitti delle banche, sarà confermato nei prossimi anni). Quindi si può dire che siano riuscite ad acquisire più potere di intervento e possibilità di indirizzare le politiche pur mettendo meno soldi: è una cosa che andrebbe studiata e capita meglio. A questo si somma il peso crescente nel welfare locale delle grosse Ong internazionali, altri soggetti privati che non rispondono alla logica dei diritti ma a quella della beneficenza e della filantropia, illuminata o meno che sia.
Oggi quale rapporto rimane con il pubblico?
DC Nonostante la crisi del rapporto con gli enti pubblici, questi ultimi continuano a rappresentare la principale fonte di finanziamento per le cooperative sociali, sia attraverso l’affidamento di servizi sia tramite contributi di carattere più generale. Oggi tutti sembrano disposti a riconoscere che si sia esagerato con appalti ed esternalizzazioni e che non possiamo trattare le cooperative solo come fornitrici di manodopera a basso costo. La nuova parola d’ordine è co-progettazione. Ma se non rilanciamo una visione di che cosa si dovrebbe fare e se non si aumentano le risorse, la co-progettazione premierà solo le cooperative più ricche perché lo sforzo richiesto agli enti è maggiore. Inoltre in tutto il dibattito e le sperimentazioni di co-progettazione, il tema delle condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori della cura è totalmente assente. E invece oggi una parte fondamentale della crisi delle cooperative riguarda proprio questo: innanzitutto le condizioni materiali come reddito, ferie, malattie, gestione del tempo di lavoro -molto peggiori che nel pubblico-, anche se chi lavora nei servizi esternalizzati svolge un servizio pubblico. E infatti, come emerge sempre più spesso nella cronaca, in alcuni servizi faticano a trovare lavoratrici e lavoratori. Con l’ultimo rinnovo del Contratto collettivo nazionale si prevedeva una piccola integrazione di reddito, ma moltissime cooperative dicono di non essere in grado di fornire al momento questo aumento, attribuendo la causa del problema all’attore pubblico e ai suoi finanziamenti insufficienti. Questo a sua volta rimpalla le responsabilità dicendo che i contratti collettivi sono firmati tra le cooperative e i sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil) e che pertanto non ha responsabilità in merito. Entrambe le cose sono vere, ma in questo “scaricabarile”, è chi lavora a pagare il prezzo più alto, insieme ai cittadini a cui i servizi dovrebbero dare sostegno e occasioni di cittadinanza. Lo scorso anno con le colleghe Barbara Giullari e Carlotta Mozzana abbiamo curato una raccolta di saggi in cui diverse ricerche nazionali mostrano molto bene queste dinamiche. Il tema è stato a lungo invisibilizzato anche in università per paura di mettere in cattiva luce il Terzo settore, ma tacerlo non serve e oggi aumenta il numero di ricercatori le ricercatrici che, a partire dalle loro tesi e percorsi di dottorato, se ne occupano.
Quali possono essere le alternative?
DC Una via in questo momento poco perseguita a livello politico e che invece è portata avanti da molti anni dai sindacati di base impegnati nella lotta per i diritti nel lavoro sociale (Cobas, Usb, Cub, Clap, Sgb) è quella dell’internalizzazione o, in alcuni casi, della reinternalizzazione dei servizi pubblici, ovvero l’assunzione diretta delle operatrici e degli operatori sociali da parte del pubblico per migliorarne le condizioni di lavoro, chiedendo anche un ripensamento di questi servizi per renderli più democratici e capaci di lavorare per l’emancipazione delle persone. Dal lavoro del Laboratorio welfare pubblico emerge come questa sia una direzione importante e che per alimentarla sia strategica un’alleanza tra lavoratrici e lavoratori, collettivi e sindacati, ricercatori e ricercatrici e cittadini coinvolti. È qualcosa che riguarda tutti.
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