La lettura dei lavori di Pitirim Sorokin genera sempre stupore e ammirazione per la sua creatività intuitiva, per la capacità di leggere la storia nel corso dei secoli e di individuarvi legami e relazioni tra cause ed effetti. La sua interpretazione richiama il pensiero di G.B. Vico e la sua visione della storia espressa ne La Scienza Nuova. Vico richiamava la ripetitività della storia, historia se repetit, e i suoi corsi e ricorsi storici, non nel senso di una meccanica ripetizione, ma di un susseguirsi e alternarsi di epoche nelle quali tendono a prevalere modelli socioculturali opposti, legati alla volubilità dell’animo umano, sempre oscillante tra Eros e Thanatos, l’amore e la morte.
Il presente lavoro si propone di offrire una lettura di Sorokin legata alla sua storia personale, al legame ideale con G.B. Vico e, ancora, alla sua illuminante ricostruzione dei diversi periodi storici e delle loro correlazioni, in un continuum di cause ed effetti. La lezione di Sorokin, basata sulla relazionalità che deve legare gli uomini come fondamento della loro continuità in quanto società, trova rispondenza nell’Economia Aziendale Italiana, che, come lui, pone al centro del proprio interesse e dei propri fondamenti scientifici il bene comune, al quale dobbiamo sempre tornare.
1. I precedenti: G.B. Vico
La lettura dei lavori di Pitirim Sorokin genera sempre stupore e ammirazione per la sua creatività intuitiva, per la capacità di leggere la storia nel corso dei secoli e di individuarvi legami e relazioni tra cause ed effetti. La sua interpretazione richiama il pensiero di G.B. Vico e la sua visione della storia espressa ne La Scienza Nuova. Vico richiamava la ripetitività della storia, historia se repetit, e i suoi corsi e ricorsi storici, non nel senso di una meccanica ripetizione, ma di un susseguirsi e alternarsi di epoche nelle quali tendono a prevalere modelli socioculturali opposti, legati alla volubilità dell’animo umano, sempre oscillante tra Eros e Thanatos, l’amore e la morte.
Il pensiero di Vico, apparso nel 1717, rimase oscurato fino alla sua riscoperta da parte di Benedetto Croce, quasi duecento anni dopo. Lo stesso sembra essere il destino di Sorokin, le cui conclusioni sulla dinamica sociale sembrano scritte oggi, con una puntualità che lascia sbalorditi. La lettura di Sorokin giustifica l’attenzione alle intuizioni di G.B. Vico, fondamentali per comprendere l’analisi dell’evoluzione storica intrapresa da Sorokin.
Le intuizioni di Vico, come accennato, sono rimaste a lungo in ombra perché il suo pensiero era controcorrente: prevaleva, a quel tempo, l’approccio di Cartesio alla metodologia scientifica, che imponeva un indirizzo teorico tendente ad autoassolutizzarsi. Ma, secondo Vico — questione centrale anche in Sorokin —, il metodo scientifico basato sulla razionalità cartesiana faceva perdere di vista la dimensione integrale dell’uomo, ponendola al di fuori degli schemi culturali della razionalità cartesiana.
Allo stesso modo, oggi sembra ripetersi culturalmente quel contesto storico: viviamo nel culto della tecnica, assunta come valore assoluto e incontrovertibile, e in questo modo stiamo perdendo il rapporto con l’essenza stessa dell’umanità dell’uomo, che viene posta in secondo piano. La tecnica diventa il fine e l’uomo il mezzo.
In questo senso, Vico richiamava allo studio delle discipline umanistiche, occupandosi non solo del vero, ma anche del verosimile, e sottolineava l’utilità di quelle che venivano definite scienze umane, le quali richiedono metodi e criteri diversi da quelli utilizzati nelle scienze della natura. Quest’ultima, come ricordava Galileo, sembra scritta in formule matematiche, per cui l’uomo non inventa, ma scopre la matematica.
Un altro passaggio di Vico che lo unisce a Sorokin è il principio del verum ipsum factum: si conoscono solo le cose che si fanno. La «Natura», che si definiva come «Madre», può essere conosciuta nella sua essenza solo da Dio, che ne è il creatore. Vico ha ben presente la necessità di riaffermare e valorizzare il ruolo dell’uomo, come farà Sorokin, sia come soggetto di conoscenza vera sia come oggetto di un sapere diverso da quello delle scienze naturali. L’uomo fa la Storia e la ordina secondo le caratteristiche del proprio essere, della propria natura, che non cambia mai ed è sempre oscillante fra bene e male, fra Eros e Thanatos, sopra citati.
La Storia è fatta dall’uomo, che la vive non come spettatore passivo, perché può conoscere questo divenire. Dentro la natura della mente umana, scrive Vico, nella forza del nostro intendere, si possono rintracciare quei principi universali ed eterni «quali devon essere d’ogni scienza», che consentono di parlare della storia come di una scienza, anzi di una «scienza nuova».
Per questo motivo Vico, come farà più compiutamente Sorokin, cerca di rispondere alla domanda se sia possibile individuare l’esistenza di costanti comuni a tutte le società che si evolvono nel tempo, al fine di offrire a chi ha responsabilità di indirizzo e di governo una rotta da seguire.
Vico si sofferma sull’analisi della natura dell’uomo e, in particolare, sulla sua dimensione emozionale. L’uomo è mosso dalla ragione, ma anche da forti affetti, e queste sue specificità condizionano l’accadere storico-culturale, che può essere visto come un gioco di cause ed effetti dipendenti dalla sua dimensione psicologica. Potremmo dire: dal sistema dei valori che caratterizzano una determinata società e un determinato periodo storico.
Per Vico, come per Sorokin, la dimensione religiosa è determinante, perché la «Provvidenza» interviene nel cammino dell’uomo quando il suo procedere si allontana troppo da un giusto senso dell’esistenza. Egli studierà anche l’importanza del linguaggio e della poesia, l’ars poetica, che si associa alla creatività e alla sensibilità. Il pensiero di Vico è, in questo senso, in linea con i Pensieri di Pascal, che, come lui, vedeva i limiti del razionalismo cartesiano e giunse a distinguere l’esprit de finesse dall’esprit de géométrie.
La conoscenza della realtà intermediata dalla tecnica allontana l’uomo dalla possibilità di fare esperienze personali e lo rende asettico, incapace di relazioni vere e di comprendere il senso della storia, perché la vede ma non la vive.
Vico descrive l’evolversi delle civiltà come una sequenza. Ogni civiltà ha un proprio corso fondamentale che, giunto all’apice, si blocca ed entra in crisi: principi e stili di vita si indeboliscono e si degradano, aprendo una fase di regressione verso la barbarie, caratterizzata da violenza ed egoismo e tale da richiedere un radicale ripensamento.
Di qui il continuo alternarsi di periodi storici, che egli definisce il tempo degli dèi, il tempo degli eroi e il tempo degli uomini barbari, il cui dramma sociale porta la «Provvidenza» a intervenire per ritornare al tempo degli dèi, un tempo nel quale i valori spirituali sono dominanti.
La lettura di Pitirim Sorokin
Per comprendere meglio il suo pensiero, la lettura della sua vita è certamente un viatico prezioso, per la varietà e l’imprevedibilità di un’esistenza che gli ha consentito di vivere in contesti socioculturali profondamente diversi e di comprenderne le differenze sotto gli aspetti sociali, culturali e materiali.
In Sociology of My Mental Life del 1963, a p. 7, scrive:
«Probabilmente l’aspetto più significativo della mia vita è quello avventuroso. In settantatré anni sono passato attraverso le più diverse atmosfere culturali: la cultura komi di cacciatori e pescatori; quella agricola e urbana russa ed europea ed infine la cultura tecnologica e megapolitana degli Stati Uniti. Ho iniziato la mia vita come figlio di un povero artigiano itinerante e di una contadina. In seguito, sono divenuto bracciante agricolo, artigiano ambulante, operaio di fabbrica, impiegato, insegnante, direttore di coro, rivoluzionario, prigioniero politico, giornalista, studente, direttore di giornale, membro del gabinetto Kerensky, esule, professore in università russe, cecoslovacche, americane e studioso di reputazione internazionale. Ma ho avuto anche modo, sebbene in misura modesta, di essere sfiorato dalla gioiosa grazia del lavoro creativo. Queste esperienze mi hanno insegnato molto più di quanto non abbia appreso dagli innumerevoli libri che ho letto e da tutte le conferenze che ho ascoltato».
Poi prosegue:
«Nonostante il basso tenore di vita materiale la mia fanciullezza fu ricca di gioie, dolori, avventure, esperienze… Nella mia visione del mondo idealistica [è una classificazione dei periodi storici su cui torneremo, n.d.r.] convivevano armonicamente i valori di Dio e natura, verità, bontà e bellezza, religione, arte ed etica» (ibidem, pp. 12-14).
Qui emerge la sua anima di preacher-teacher, la sua vicinanza alla visione di Tolstoj e il suo rifiuto di ogni forma di violenza. L’opera Guerra e pace viene richiamata nella sua visione dell’alternanza dei periodi storici, nei quali la genetica aggressività umana genera un dolore che conduce alla saggezza e a forme di amore, segnando così le diverse epoche storiche.
La visione di Sorokin sul bene e sul male durerà per tutta la sua vita, portandolo alla sua ultima idea, centrata sull’altruismo creativo e sulla «saggezza del detto biblico di dare qualcosa agli altri senza attendere nulla in cambio. Raramente si conoscono tutte le conseguenze delle proprie azioni. Tuttavia, sembra che le buone azioni producano buone conseguenze mentre quelle cattive ricadano sul capo di chi le ha commesse producendo risultati disastrosi. Probabilmente anche nel mondo umano è operante una legge di conservazione dell’energia delle azioni umane (in qualche misura simile alla legge fisica di preservazione dell’energia e della materia). Forse nessuna delle nostre azioni svanisce completamente ma continua a produrre conseguenze a breve e medio termine» (A Long Journey, p. 79).
La convinzione biblica e tolstoiana che l’amore salvi, le esperienze personali, spesso difficili ma gratificanti, la formazione scientifica e, infine, i gravi momenti del declinante periodo sensistico spingeranno Sorokin verso lo studio dell’altruismo creativo. Come vedremo, questo passaggio culturale indica la via da seguire per non trovarsi nuovamente davanti al caos e rappresenta la sintesi conclusiva del suo percorso di studi.
Nel 1949, infatti, fonderà ad Harvard un centro per sviluppare questo percorso socioculturale, che ritiene fondamentale per riportare l’uomo all’antica saggezza, denominandolo Harvard Research Center in Creative Altruism, allo scopo di favorire lo studio di azioni sociali e politiche idonee a modificare il sistema delle relazioni sociali in senso altruistico, superando il mostro del bellum omnium contra omnes che disintegra i sistemi sociali.
La vita lo ha portato a vedere e vivere in prima persona gli eventi epocali del secolo scorso, e anch’egli proverà a rispondere all’eterna domanda posta da G.B. Vico: Historia se repetit? Per Vico l’interrogativo era superfluo, ma egli non aveva i mezzi per poterlo dimostrare; Sorokin, invece, affrontò direttamente il problema.
Per cercare un percorso in grado di rispondere alla domanda, Sorokin, insieme ai suoi collaboratori, affronta un lavoro colossale, studiando la storia dell’uomo a partire dalle prime forme di civiltà e, in particolare, tutto ciò che nei differenti periodi storici ne caratterizza lo spirito, in tutte le manifestazioni dell’uomo: artistiche, letterarie, manifatturiere, scientifiche e belliche. Il volo sulla storia così analizzata abbraccia ventotto secoli. Sarà proprio lui a coniare il termine «socioculturale» per esprimere il modo in cui lo spirito delle diverse epoche contribuisce a formare e determinare le espressioni vitali dell’uomo in ogni ambito della sua attività.
Questo lungo cammino di studio e di analisi intende dimostrare che la storia segue un percorso altalenante, in linea con l’intuizione di Vico, e che i periodi storici si caratterizzano fortemente per il sistema di valori che li informa. Si determina così un continuum tra di essi, per cui ciascun periodo è influenzato dal precedente, del quale costituisce una conseguenza, e a sua volta determina e condiziona il sistema di valori del periodo successivo. Il modello di valori che caratterizza un determinato periodo storico informa tutte le attività dell’uomo, in qualunque campo esse si svolgano: esiste, dunque, una stretta correlazione tra sistema di valori e comportamenti umani.
Per poter cogliere le relazioni di causa ed effetto nella storia è necessario portare l’attenzione sul più ampio spazio temporale possibile, così da riscontrare le coincidenze e la ripetitività delle azioni umane.
L’intuizione da cui parte Sorokin è quella di dimostrare che la storia segue un percorso altalenante, in linea con quanto sosteneva Vico, proprio perché i periodi storici si differenziano per il sistema dei valori che li contraddistingue. Il modello dei valori diffusi che caratterizza un determinato periodo storico informa tutte le attività dell’uomo, in qualunque campo esse si svolgano. Sorokin si pone quindi il problema di verificare le leggi della dinamica sociale e culturale e i principi da cui scaturiscono, prendendo in esame l’intero arco storico al quale si può ragionevolmente risalire.
L’analisi lo porterà a individuare l’alternarsi di due modelli socioculturali, definibili come archetipi ideali, così come aveva fatto Vico con il tempo degli dèi, degli eroi e degli uomini barbari. Sorokin, però, specifica che «nessuno dei due sia mai esistito nella loro forma pura (…) ma ogni cultura integrata però è composta da qualche combinazione di queste due formule… Alcune culture si avvicinano di più all’una o all’altra o altre sono una sintesi equilibrata di entrambi i tipi puri» (La dinamica sociale e culturale, p. 129).
Le due culture identificate come archetipi cui riferire l’evoluzione delle società nel tempo sono le seguenti:
a) Ideazionale: «la realtà viene vista come non sensibile ed immateriale, i bisogni hanno caratteristiche prevalentemente spirituali… possono essere soddisfatti ad alto livello nel minimizzare o eliminare la maggiore parte dei propri bisogni fisici». Questo archetipo è configurabile, in Vico, come il tempo degli dèi.
b) Sensistica: «la mentalità sensistica ritiene reale solo ciò che è presente agli organi di senso. Essa non ricerca e non crede in alcuna realtà sovrasensibile… è concepita come divenire, progresso, trasformazione. I suoi bisogni sono fondamentalmente fisici e se ne cerca la massima soddisfazione (il “carpe diem”). Il metodo per la loro soddisfazione non consiste nella modificazione degli individui che fanno parte di una cultura ma nella modificazione o sfruttamento del mondo esterno… In sostanza la cultura sensistica rappresenta l’opposto della cultura ideazionale» (op. cit., p. 134).
Questo archetipo di Sorokin è assimilabile al tempo dei barbari indicato da Vico: da una parte, una dimensione spirituale rivolta al cielo; dall’altra, una dimensione materialista rivolta alla terra e al soddisfacimento immediato dei bisogni.
c) Idealistico: possono poi esservi modelli socioculturali che, nel tempo, si avvicinano più o meno ai punti estremi dei due modelli indicati. Sorokin individua un modello di equilibrio tra i due, che definisce «idealistico»: una forma mista che sintetizza le premesse di valore di entrambi i tipi in un’unità intimamente coerente e armoniosa. La realtà si presenta tanto in ciò che ha di materiale quanto in ciò che ha di spirituale, sia sotto l’aspetto dell’essere eterno sia sotto quello del divenire continuamente cangiante. Fini e bisogni sono spirituali e materiali, ma lo spirituale subordina il materiale. I metodi per il loro soddisfacimento implicano sia la modificazione dell’io sia la trasformazione del mondo sensibile esterno; in altre parole, questa mentalità dà il suum cuique al tipo ideazionale e al tipo sensistico (La dinamica, op. cit.).
L’analisi della storia, a partire dalla civiltà cretese-micenea del XII-XI secolo a.C. fino ai tempi odierni — i suoi, ma di fatto anche i nostri —, lo porta a identificare i periodi e le culture correlate secondo una forma di alternanza: quando un modello collassa a causa dei suoi evidenti limiti nel rispondere ai bisogni della società, un nuovo modello culturale tende a presentarsi e a sostituirlo, proponendo valori in grado di rispondere ai bisogni rimasti insoddisfatti.
Ciò che emerge dall’analisi di Sorokin sulle varie fasi temporali, nei momenti di cambiamento, che possono durare a lungo, è l’intensificarsi delle guerre e l’instabilità sempre più evidente della società-civiltà, fino al suo collasso.
I modelli socioculturali si caratterizzano per il principio di verità prevalente.
In un modello ideazionale, il principio di verità sarà legato a una dimensione spirituale trascendente, religiosa o fideistica. Il Medioevo si caratterizza per questo senso valoriale, che accompagna ogni attività dell’uomo: le chiese gotiche sembrano bibbie di pietra; la scultura e la pittura, così come la letteratura, sono profondamente ascetiche. Il Medioevo è la risposta al crollo del modello sensistico del tardo Impero romano e riporta l’uomo alla spiritualità, in una sorta di catarsi, preparando l’animo umano alla creatività del Rinascimento, che non avrebbe potuto esserci senza il Medioevo.
Proprio nel Rinascimento l’uomo torna a guardare la terra e a una dimensione sensistica dominata dalla spiritualità, e l’arte ne subisce le conseguenze. Infatti, per la prima volta nella storia, il Cristo crocifisso di Cimabue rappresenta una figura umana sofferente, vicina alla realtà e non idealizzata.
«Va chiaramente compresa in particolare la profonda differenza tra la verità di fede ideazionale e la verità dei sensi o sensistica. Se ognuna di esse è considerata come “la verità, tutta la verità niente altro che la verità” non sarà possibile conciliarle: quel che appare vero dal punto di vista ideazionale è considerato frutto di ignoranza e di superstizione dal punto di vista sensistico e viceversa. Infatti, molte verità rivelate religiose, sotto l’aspetto esclusivo della verità dei sensi sono assolutamente false e viceversa. Ciò spiega l’aspro scontro tra i due modelli nei periodi di transizione dall’uno all’altro» (La dinamica sociale e culturale, p. 130).
Sorokin costruisce una vastissima documentazione empirica per dare conto delle sue tesi e validare l’alternarsi dei tempi storici. Ciò lo porterà a descrivere la crisi del nostro tempo come sensistica: il lavoro pubblicato nel 1941 rappresenta la realtà odierna con un realismo che trascende l’immaginazione.
Nello stesso libro, nella prefazione, viene rappresentata in sintesi la dinamica sociale dal XII secolo a.C. al XX secolo e il susseguirsi dei periodi ideazionale, idealistico e sensistico:
| Civiltà | Periodo |
|---|---|
| Civiltà cretese-micenea, XII-XI sec. a.C. | sensistico |
| Civiltà cretese-micenea, X sec. a.C. | crisi e transizione |
| Grecia, IX sec. a.C. | misto-ideazionale |
| Grecia, VIII-VI sec. a.C. | ideazionale |
| Grecia, V-IV sec. a.C. | idealistico |
| Grecia, IV-II sec. a.C. | sensistico |
| Roma, III-II sec. a.C. | crisi e transizione |
| Roma, I sec. a.C. | misto-sensistico |
| Roma, I-II sec. d.C. | sensistico |
| Roma, III sec. d.C. | crisi e transizione |
| Roma, IV-V sec. d.C. | misto-ideazionale |
| Europa, VI-XII sec. d.C. | ideazionale |
| Europa, XIII-XIV sec. d.C. | idealistico |
| Europa, XIV-XV sec. d.C. | crisi e transizione |
| Europa, XVI-XVII sec. d.C. | misto-sensistico |
| Europa, XVIII-XIX sec. d.C. | sensistico |
| Europa e Occidente, XX sec. d.C. | sensistico, crisi e transizione |
| Europa e Occidente, XX-XXI sec. d.C. | guerra e transizione (?) |
La transizione da un modello sensistico a uno idoneo a recuperare una dimensione spirituale dell’uomo — diremmo a recuperare il senso dell’eternità dell’anima che aveva ispirato Platone nello scrivere il Fedone — avviene secondo una sequenza del tipo: crisi – ordalia – catarsi – carisma – resurrezione.
A conferma della fase di transizione in atto, si ricorda come il secolo più ricco di guerre nella storia dell’uomo sia stato il XX secolo. Questo nuovo secolo, ormai vicino al compiersi del suo primo quarto e definito da tutti, al suo inizio, come il secolo della pace, si è invece aperto sulla guerra: prima le Torri Gemelle, poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia, il Libano, l’Ucraina. E poi?
A compimento dell’intuizione smentita dai fatti, l’Accademia delle Scienze ha celebrato con il Nobel per la pace Obama e Al Gore, rappresentanti della nazione, gli USA, più bellicosa nella storia dell’uomo.
L’altruismo creativo
Sorokin, nel disegnare i corsi e ricorsi storici, conclude la sua visione della storia con l’idea che non ci troviamo di fronte a una crisi ordinaria, di quelle che si verificano più o meno ogni decennio, ma a una crisi straordinaria, che si manifesta quando a un modello socioculturale in fallimento ne subentra uno nuovo, in grado di rispondere in modo diverso ai bisogni che fanno collassare le società.
Per questo istituisce ad Harvard il centro sull’altruismo creativo, con grandi intuizioni e suggestive proposte; ma la passività culturale del tempo, subordinata alla tecnica, finirà per farlo passare quasi inosservato.
La sua interpretazione della crisi rappresenta un monito, un invito alla reazione e a promuovere un cambiamento dei sistemi relazionali dall’interno della società e non dall’esterno: cambiare la gerarchia dei valori per cambiare la società. Nonostante il progressivo isolamento accademico, in un contesto nel quale la tecnica fa da padrona, Sorokin trasformerà la sua sociologia della crisi in una sociologia della ricostruzione.
La fondazione del centro nel 1949, grazie alla donazione di Eli Lilly, un ricco benefattore, indica come passare dal bellum omnium contra omnes alla relazionalità sociale e affettiva. L’anno precedente Sorokin aveva pubblicato The Reconstruction of Humanity, manifesto del suo progetto di ricambio sociale volto a rendere gli uomini meno egoisti e più creativi, in una fase storica che Vico definiva il tempo dei barbari e che, nel 1727, descriveva come segue, con parole del tutto adatte anche al nostro tempo:
«Ma se i popoli marciscano in quell’ultimo civil malore… accostumati di non altro pensare ch’alle particolari proprie utilità di ciascuno, allora la provvidenza a questo estremo pone rimedio, al fine che così ritorni la pietà, la fede che sono i naturali fondamenti della giustizia e sono grazie e bellezza dell’ordine eterno di Dio» (G.B. Vico, La Scienza Nuova, pp. 704 e seguenti).
In questo modo, la visione di Sorokin richiama, nell’analisi, quella di Vico, a conferma della ripetitività della Storia. Dinanzi al pericolo di una guerra atomica capace di porre fine al destino e alla missione dell’uomo su questo pianeta, Sorokin vede la necessità di fare leva sull’uomo per rigenerarne l’animo verso un pathos spirituale ormai scomparso.
Quanto più l’uomo diventerà altruista, tanto più il pericolo della scomparsa della razza umana si allontanerà. È necessario, quindi, sviluppare al massimo quelle energie altruistiche e creative «sovraconsce» donate da Dio all’uomo. Per favorire l’accettazione di questa visione, Sorokin lavorerà alla nascita dell’uomo integrale, in un clima ostile e di derisione.
Pur di fronte alla chiusura del centro alla fine degli anni Cinquanta, Sorokin lavora alacremente, promuovendo diversi studi e volumi, come The American Sex Revolution, Power and Morality (1959), sull’immoralità della ruling élite, tanto più corrotta quanto più assoluto è il suo potere, A Long Journey, la sua autobiografia, e infine, nel 1964, The Basic Trends of Our Time, in cui prevede la nascita di un ordine integrale, o idealistico, che riunirà le differenti culture in un’unica via di salvezza per l’umanità.
Rileggendo Sorokin e le sue interpretazioni della storia, non possiamo non vedere la sua nitida preveggenza, ma anche il caos che prevedeva come stato intermedio. Quale sarà la nostra sorte? Possiamo solo sperare che l’uomo non ponga fine alla sua missione con una terribile ordalia, concludendo con l’ultimo paragrafo del suo libro La crisi del nostro tempo del 1941:
«Volentem fata ducunt, nolentem trahunt. Meno ci sforziamo di capire meno liberamente e di buon grado potremo scegliere la sola via di salvezza aperta e più dura sarà la coercizione, più spietata l’ordalia, più terribile il dies irae ovvero il giorno dell’ira e della transizione. Speriamo ci sia accordata la grazia di comprendere e potere scegliere la strada giusta prima che sia troppo tardi; la via che non porta alla morte, ma all’ulteriore compimento, da parte dell’uomo della sua missione creativa ed unica su questo pianeta. Benedictus qui venit in nomine Domini.» (Op. cit., p. 284).
L’Economia Aziendale Italiana sul sentiero di Sorokin
L’Economia Aziendale Italiana è la scienza economica che più si avvicina al pensiero di Sorokin e alle sue intenzioni, pur sviluppandosi in un contesto storico e geografico diverso. La natura dell’uomo, infatti, non cambia, anche se cambiano le sue collocazioni. Essa riflette la nostra storia e la sua profonda tensione alla solidarietà.
La nostra storia e le vicissitudini che hanno contribuito a formare un modello socioculturale aggregativo suggeriscono la strada per riorientare il percorso degli studi aziendalistici verso la ricomposizione dei valori sociali e relazionali che sono alla base della sopravvivenza di tutte le società nella storia.
Come già segnalato, per comprendere il ruolo di ogni scienza è fondamentale la definizione dei fini e dei mezzi. Nell’Economia Aziendale Italiana è ben chiaro che il fine è il valore umano, al quale deve essere indirizzata l’attività economica d’azienda, che ne costituisce il mezzo. Nella cultura oggi prevalente del liberismo monetario avviene il contrario: il fine diventa la massimizzazione del risultato economico, mentre il bene comune, trasformato in mezzo, viene subordinato al bene individuale.
Il problema della definizione dei fini e dei mezzi riguarda tutte le scienze e, per l’economia, viene da lontano. Già Aristotele parlava di crematistica, definendo così la produzione della ricchezza che non ha come fine la vita felice e buona, ma l’incremento di altra ricchezza: in questo modo, la ricchezza da mezzo diventa fine. Lo sviluppo dei due modelli porta a risultati asimmetrici e la storia dimostra sempre che il fine della produzione di ricchezza è il bene comune, mentre la ricerca esclusiva del bene personale genera un sistema amorale, come vediamo oggi.
Il profondo e distintivo significato degli studi di Economia Aziendale si lega all’interpretazione dell’economia come scienza sociale che, come tale, non può prescindere dalla soggettività dell’uomo, la cui mutevole natura non consente di definire leggi universali come avviene, invece, per le scienze positive.
Il perseguimento del bene comune è il tema centrale dell’Economia Aziendale Italiana ed è la finalità posta alle aziende delle varie categorie. La nostra scienza definisce lo studio degli istituti ai quali afferiscono le relative aziende, intese come l’attività economica degli istituti cui sono asservite.
Gli istituti possono essere sinteticamente divisi in quattro macrocategorie: famiglie, imprese, istituti pubblici e istituti senza finalità di lucro, o non profit. Sono gli istituti a definire le finalità, mentre le aziende costituiscono il mezzo attraverso il quale essi perseguono i propri fini, che possono essere non soltanto economici, come accade per le famiglie, gli istituti pubblici e le organizzazioni non profit. Questa distinzione è fondamentale per comprendere il nesso tra gli studi di Sorokin e l’Economia Aziendale Italiana.
Le aziende sono al servizio degli istituti e degli uomini che vi appartengono. Il bene degli istituti costituisce il fine, mentre l’azienda è il mezzo: esattamente il contrario di quanto accade oggi, e in linea con il pensiero di Sorokin.
Il tema del bene comune è un’aspirazione, oggi diremmo utopica, posta con forza fin da quando l’uomo ha acquisito coscienza della vita comunitaria e, in particolare, dai filosofi greci. Aristotele parlava di felicità come mutua influenza tra bene personale e bene collettivo. Nell’accezione usata nell’Etica Nicomachea, tale processo viene definito con il termine eudaimonia: l’etimologia deriva dal greco antico eu, che significa «buono», e daimon, che significa «genio». L’insieme dei due termini rimanda alla vita felice, che si realizza in armonia con gli altri e non nella ricerca del piacere e dell’interesse immediato, come accade nel moderno materialismo che Sorokin definirebbe sistema sensistico.
L’eudaimonia comprende dunque non soltanto il benessere individuale, ma anche un percorso di integrazione con il mondo circostante. La vita comunitaria è sempre stata intesa come un difficile percorso verso la composizione di una società giusta, da realizzarsi attraverso il contributo e la rinuncia di tutti i membri di un’organizzazione umana.
Su questa linea di pensiero, l’Economia Aziendale Italiana indica il bene comune come un valore che, non potendo essere ottenuto singolarmente da una persona, deve essere perseguito, in una data situazione sociale, per il bene degli uomini rettamente inteso, con riferimento alle loro finalità naturali e soprannaturali. In questo senso, la nostra scienza condivide con Sorokin la trascendenza della dimensione spirituale e si identifica fortemente con una visione cristiana della vita, compresa quella economica.
In questo senso, il bene comune non è una semplice somma dei beni dei singoli soggetti, ma è e rimane indivisibile, perché realizzabile soltanto con la partecipazione di tutti, fino a quando le condizioni di condivisione possono essere rispettate. I singoli istituti perseguono il bene comune all’interno di un sistema interdipendente con tutti gli altri. L’interdipendenza è elevata e indispensabile, data la divisione del lavoro che presiede agli scambi economici; la coordinazione ordinata di tutti gli istituti significa la partecipazione a un bene comune sovraordinato a tutti gli istituti, come bene comune di un sistema socioeconomico.
Il bene comune travalica i soli principi economici e conferma la centralità della persona nell’economia, contribuendo a far coincidere la responsabilità economica con quella sociale, sia nei confronti dei membri dell’istituto sia nei confronti dei terzi sui quali l’istituto esercita una forma diretta o indiretta di influenza.
Questa è la visione della «comunità sociale» che, nell’Economia Aziendale, orienta nel tempo la comunanza degli interessi secondo una logica collaborativa e non conflittuale, unendo il bene comune di ciascun istituto a quello di ordine superiore cui esso appartiene.
Il concetto di contemperamento e di collaborazione è importante perché presuppone la rinuncia alla soddisfazione di tutti i bisogni personali a favore di un interesse comune. Ciò presuppone un’alleanza, che può assumere una forma informale quando le comunità sono semplici e una forma più strutturata quando esse sono complesse.
La definizione del bene comune presenta componenti valoriali misurabili e quantitative, ma anche componenti valoriali non misurabili, come accade nella sfera emozionale e affettiva dell’uomo. In questo senso, le due dimensioni — misurabile e non misurabile, con la seconda di gran lunga più ampia della prima — lasciano sempre aperto uno spazio di negoziazione e ridefinizione del bene comune, soprattutto quando le variabili esterne legate ai mercati diventano imprevedibili, come accade al giorno d’oggi.
Così il bene comune, nel tempo, diventa dipendente dall’evoluzione della tecnica, dalla variabilità dei bisogni e dalla loro gerarchia, assumendo la dimensione di un pendolo alla perenne ricerca di un proprio equilibrio ed evitando di spingersi verso quegli estremi che la storia ha dimostrato essere fallimentari.
La differenza fondamentale tra la nostra scienza e il liberismo finanziario, che oggi sembra inattaccabile nonostante le sue tesi siano scientificamente infondate, trova nella definizione del bene comune la massima espressione della propria asimmetria.
Mentre l’Economia Aziendale si fonda sull’ipotesi di essere una scienza sociale e, come tale, non può prescindere dalla soggettività dell’uomo, che ne è l’attore principale, nel modello liberista l’ipotesi di partenza è che l’economia, contrariamente al suo DNA, sia una scienza esatta e, come tale, sempre misurabile. Attribuendo al requisito della misurabilità un ruolo fondamentale nell’analisi dei fenomeni economici, si finisce così per costruire teorie soltanto sui fenomeni misurabili, che sono di gran lunga meno numerosi di quelli non misurabili.
Le due teorie si muovono quindi lungo percorsi sempre più divergenti, ma la realtà mostra oggi nei fatti il dramma causato dal pensiero unico neoliberista, che ha innalzato una finanza priva di fondamento scientifico a pietra sacrale sulla quale edificare il nostro sistema sociale, conducendolo così al collasso.
La competizione collaborativa: il ruolo del capitale sociale
Come sopra evidenziato, l’Economia Aziendale Italiana segue un percorso sociale, privilegiando la collaborazione competitiva rispetto alla competizione distruttiva tipica del modello liberista. La diversità delle posizioni risiede, ancora una volta, nella differente definizione dei fini e dei mezzi.
Nell’Economia Aziendale il fine è il miglioramento della società, perché il capitale sociale costituisce il fondamento di quello economico, come dimostra la storia. Il modello liberista ragiona in modo opposto: il fine è l’accrescimento della ricchezza tramite l’economia — oggi dobbiamo dire tramite la finanza — nella convinzione che ciò migliori l’equilibrio sociale.
Si contrappongono così due modelli radicalmente antagonisti, ma la storia dimostra che soltanto un elevato capitale sociale costituisce la condizione preliminare per avere anche un buon capitale economico, e non viceversa.
Nel gennaio del 2011 veniva pubblicato La competizione collaborativa. Ricostruire il capitale sociale ed economico, nel quale si cercava di dare evidenza empirica a queste tesi:
- Lo sviluppo del capitale sociale — cioè la capacità di stare insieme, di condividere e, in senso economico, una bassa disuguaglianza nella distribuzione del reddito — di una società, qualunque essa sia, è condizione necessaria allo sviluppo del suo capitale economico, cioè della sua economia.
- Un impoverimento del capitale sociale — contrazione della tensione alla dimensione di socialità dei suoi membri e aumento delle disuguaglianze — di una società o di un’istituzione conduce a un impoverimento del capitale economico complessivo.
- Mentre un incremento del capitale economico di un singolo — persona, istituzione pubblica o privata — è possibile anche in condizioni di concorrenza competitiva, con il sistema di mercato assunto come verità, ma a discapito del capitale economico di altri soggetti, con conseguente aumento delle disuguaglianze, perseguimento del bene individuale e conflittualità permanente, l’incremento del capitale sociale di un territorio, di una società o di un istituto è invece favorito da condizioni di competizione collaborativa, con la conseguente capacità di ridurre i conflitti e le disuguaglianze grazie alla maggiore tensione verso un bene comune.
- L’erosione del capitale sociale, quando prevale una competizione orientata a massimizzare il capitale economico del singolo, porta nel tempo all’erosione del capitale economico collettivo. La ricostruzione durevole di quest’ultimo può avvenire soltanto a condizione di ricostruire il capitale sociale come suo elemento portante.
- La ricerca esclusiva della massimizzazione del risultato del singolo non coincide con la massimizzazione del risultato di sistema, sia sociale sia economico, ma vi si contrappone. Il «liberismo» che si afferma senza un ordine morale è sempre e soltanto quello del più forte, come affermava Tucidide ne La guerra del Peloponneso circa 2.400 anni fa: «Non stabilimmo noi tale legge (del più forte) e neppure ci distinguiamo nel volerla applicare: c’era e ci sarà, in quanto è voluto dalla natura che gli uomini più forti esercitino il potere».
- Infine, dal punto di vista della loro determinazione, va precisato che il capitale sociale è un valore immateriale, qualitativo e soltanto in parte misurabile — e spesso non lo è nei suoi aspetti più importanti —, mentre quello economico è materiale, quantitativo e misurabile. Il primo si forma negli scambi relazionali fra uomini; il secondo negli scambi monetari ed economici nei mercati. Ecco perché le modalità di misurazione sono diverse: limitate nel primo caso, tendenzialmente esaustive nel secondo. Entrambi si compongono di un dare e di un avere e il loro saldo può essere negativo o positivo; se è negativo, in economia abbiamo una perdita economica e/o finanziaria, mentre nella società la perdita si traduce nella disgregazione delle relazioni e nella frammentazione della società stessa.
Se un imprenditore, in presenza di difficoltà occupazionali, riesce a realizzare profitti tramite lo sfruttamento di manodopera sottopagata, realizza un guadagno personale ma brucia capitale sociale. Se un dipendente pubblico svolge correttamente il proprio lavoro, nel rispetto dei bisogni sociali, genera capitale economico e sociale collettivo; se disattende il proprio lavoro, brucia capitale sociale per fini personali (Fabrizio Pezzani, È tutta un’altra storia. Ritornare all’uomo ed all’economia reale, Università Bocconi Editore, 2013, p. 1 e segg.).
Le conseguenze delle azioni nei due campi sono correlabili, perché esiste una stretta interdipendenza tra le dinamiche dei due valori e dei loro risultati. La ricerca della massimizzazione di uno dei due — il capitale economico individuale —, se realizzata attraverso l’erosione del capitale sociale, porta inesorabilmente a una perdita di sistema e al suo fallimento, come purtroppo siamo oggi costretti a constatare di fronte a una società occidentale in dissoluzione.
Il capitale sociale è il fondamento di quello economico e ne condiziona lo sviluppo. Ogni società umana ha un bilancio composto da un conto economico e da uno stato patrimoniale sociale. L’obiettivo di lungo periodo di una società, cioè il suo fine, è la conservazione del capitale sociale, operando attraverso la combinazione dei fattori economici, che ne costituiscono il mezzo.
In definitiva, come è già stato scritto, abbiamo scambiato il mezzo con il fine e pensiamo di risolvere i problemi del depauperamento del capitale sociale — ridotto a mezzo — facendo ricorso alla dinamica economica, divenuta fine, e alle regole. Ma, se non si ridefinisce il fine, il problema non potrà mai essere risolto, perché nel lungo periodo le regole vengono sempre sottomesse al fine.
In conclusione, anche l’Economia Aziendale Italiana ripercorre le tracce di Sorokin, condividendone i fini e anche i mezzi, perché la competizione collaborativa può essere assimilata, sul terreno economico, all’altruismo creativo.
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