La storia si ripete, ma con un dettaglio non trascurabile: questa volta a chiedere agli europei di consumare meno energia è la stessa Bruxelles che da anni costruisce una politica energetica fondata su obiettivi sempre più ambiziosi di decarbonizzazione, elettrificazione e riduzione dei combustibili fossili.
La Commissione europea sta invitando gli Stati membri a prepararsi all’inverno con una nuova stagione di risparmi: meno gas ed elettricità, temperature più basse negli edifici pubblici, niente riscaldamento degli spazi esterni e illuminazione pubblica non indispensabile spenta durante la notte. Non perché, almeno per ora, manchi il gas. Il problema è soprattutto il prezzo.
Il Gas Coordination Group della Commissione ha ribadito il 25 settembre che non esiste al momento un rischio immediato per la sicurezza degli approvvigionamenti e che il sistema europeo resta in grado di affrontare l’inverno.
Il paradosso delle bollette europee
È proprio qui che emerge la contraddizione. L’Europa non sembra avere oggi un problema di disponibilità fisica dell’energia paragonabile a quello del 2022, ma continua ad avere un problema di costi energetici. E quando i prezzi salgono, la risposta di Bruxelles torna a essere quella già sperimentata durante la crisi: ridurre la domanda.
Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, secondo la lettera ai ministri dell’Energia riportata da Bloomberg, ha scritto: «Stiamo affrontando una crisi dei prezzi collegata a una crisi dell’offerta». Una formulazione che fotografa bene la situazione internazionale, ma che lascia aperta una domanda sulla politica europea: quanto della vulnerabilità attuale dipende dagli shock esterni e quanto dalle scelte compiute negli ultimi anni?
La Commissione stessa riconosce che i prezzi dipendono non soltanto dalle materie prime, ma anche da condizioni di mercato, regolazione, tassazione e costi delle politiche energetiche.
Se l’energia costa, la soluzione è spegnere le luci?
La ricetta di Bruxelles comprende anche una maggiore flessibilità sugli stoccaggi. L’obiettivo di riempimento può essere portato all’80%, una soglia che la Commissione e gli Stati membri considerano sufficiente per garantire la sicurezza delle forniture in vista del prossimo inverno. Un livello che l’Italia ha già abbondantemente superato (è oltre l’86%) sia per evitare ulteriori problemi sia per attenersi alle prescrizioni comunitarie.
Il ragionamento è comprensibile sul piano strettamente emergenziale: evitare di comprare grandi quantità di gas quando il mercato è caro significa evitare di alimentare ulteriormente la domanda. Ma il punto politico ed economico è un altro. Se l’energia diventa strutturalmente più costosa, la riduzione dei consumi non può essere l’unica strategia industriale di un continente che vuole restare competitivo.
E invece Bruxelles torna a suggerire proprio questo. Ridurre i consumi elettrici nelle ore di punta, limitare le temperature degli edifici pubblici, spegnere l’illuminazione notturna non necessaria e rinunciare al riscaldamento degli spazi esterni possono certamente contribuire a contenere la domanda. Ma sono anche il segnale di un sistema nel quale l’energia abbondante e a basso costo sembra essere diventata un obiettivo secondario rispetto alla traiettoria regolatoria della transizione.
Il conto della transizione pesa…
È la tesi sostenuta anche da Davide Tabarelli, presidente id Nomisma Energia, in un editoriale pubblicato sul Sole 24 Ore. L’economista mette in relazione il problema della competitività europea con il differenziale dei costi energetici rispetto a Stati Uniti e Cina e sostiene che la politica energetica europea abbia finito per appesantire il costo dell’energia.
Nel ragionamento un ruolo importante è attribuito all’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Il prezzo della CO2 entra nel costo della generazione elettrica, soprattutto quando è il gas a fissare il prezzo marginale. E proprio l’Europa continua a mantenere una traiettoria di decarbonizzazione molto più onerosa rispetto ad altri grandi sistemi industriali. La stessa Commissione ha recentemente proposto una revisione mirata dell’Ets dichiarando esplicitamente di voler rafforzare la competitività industriale europea e sostenere il raggiungimento degli obiettivi climatici.
Il problema, quindi, non è sostenere che ogni rincaro dell’energia sia stato provocato dalle politiche europee. Sarebbe una semplificazione: guerre, interruzioni delle forniture, domanda globale e andamento del mercato del gas hanno avuto e continuano ad avere un peso decisivo. La stessa Commissione prevede, nello scenario di uno shock prolungato legato a Hormuz, prezzi europei del gas intorno agli 80 euro per MWh nella parte finale del 2026. Ma proprio per questo diventa difficile non interrogarsi sulla capacità delle politiche europee di assorbire gli shock anziché amplificarne gli effetti sui consumatori e sull’industria.
…e così arriva il manuale del risparmio
Il punto più curioso è dunque il messaggio che arriva da Bruxelles: l’Europa deve diventare più efficiente perché l’energia costa troppo. Ma se una parte crescente delle politiche pubbliche spinge verso fonti e tecnologie che non riescono ancora a garantire ovunque energia abbondante, stabile e competitiva, la risposta non può consistere soltanto nel chiedere a famiglie e imprese di consumarne meno.
Anche perché la Commissione, almeno sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, riconosce che l’Ue oggi è più preparata rispetto al 2021-2022 grazie alla diversificazione delle forniture, alla maggiore capacità di importazione di Gnl e alla riduzione della domanda di gas. Questa è una buona notizia. Ma non dovrebbe trasformarsi nell’alibi per considerare normale un’Europa nella quale la competitività si difende chiedendo alle imprese di consumare meno e ai cittadini di abbassare il termostato.
Il vero risparmio è produrre a costi competitivi
Anche gli eventuali aiuti alle famiglie e alle imprese, secondo Jørgensen, dovrebbero essere mirati e temporanei, perché sussidi generalizzati e interventi distorsivi sui prezzi rischierebbero di sostenere artificialmente la domanda.
È un principio condivisibile: se il prezzo segnala scarsità, manipolarlo indefinitamente non risolve il problema. Ma lo stesso principio dovrebbe valere anche a monte. Se il mercato segnala che l’energia europea è troppo costosa, la risposta non può essere soltanto ridurre i consumi. Deve essere aumentare l’offerta competitiva, diversificare le fonti, investire nelle infrastrutture e lasciare spazio a tutte le tecnologie capaci di produrre energia affidabile a costi sostenibili. Altrimenti il paradosso è completo: prima si rende l’energia più costosa con una montagna di vincoli e obiettivi, poi si chiede ai cittadini di consumarne meno per non far salire ulteriormente i prezzi.
La sicurezza energetica non consiste soltanto nell’avere abbastanza gas negli stoccaggi. Consiste anche nel poterlo utilizzare senza trasformare ogni inverno in un esercizio collettivo di austerità energetica. E per un continente che vuole difendere la propria industria, forse la domanda da porsi non è soltanto quanto consumare, ma soprattutto perché produrre energia debba costare così tanto.
Enrico Foscarini, 27 settembre 2026
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