I promessi sposi: riassunto Capitolo 28


Il capitolo 28 de I promessi sposi è uno dei più storici e meno “romanzeschi” del libro. Manzoni sospende la vicenda di Renzo e Lucia per descrivere Milano durante la grande carestia del 1628-1629. Attraverso editti, carestia, povertà estrema e primi segnali di peste, l’autore mostra il fallimento della politica economica e l’energia della carità cristiana, preparando il lettore al successivo flagello della peste.

Dove e quando si svolge il Capitolo 28

Il capitolo è ambientato soprattutto a Milano e nel suo territorio, tra l’autunno del 1628 e l’estate del 1629. Dopo la sommossa di San Martino, la città vive un’apparente abbondanza di pane, creata artificialmente dalle gride del governo spagnolo. Col passare dei mesi, però, la situazione precipita: la carestia si aggrava, la città si riempie di mendicanti provenienti da tutto lo Stato e il lazzaretto viene usato come ricovero di massa. Sullo sfondo, la guerra di successione di Mantova e il passaggio delle truppe imperiali annunciano l’arrivo della peste.

Personaggi del Capitolo 28

  • Antonio Ferrer: funzionario spagnolo che emana dure gride sul prezzo del pane e delle granaglie, simbolo di una politica miope e coercitiva.
  • Don Gonzalo de Córdoba: governatore spagnolo di Milano, più attento alla “riputazione” politica che al bene reale del popolo; viene infine rimosso.
  • Federigo Borromeo: cardinale arcivescovo di Milano, modello di carità organizzata e concreta in favore degli affamati.
  • Alessandro Tadino e Senatore Settala: medici del Tribunale di Sanità, lucidi nel prevedere il pericolo di contagio, ma inascoltati.
  • Ripamonti: storico contemporaneo, citato da Manzoni come fonte di episodi e descrizioni della miseria e della mortalità.

Temi principali del Capitolo 28

In questo capitolo Manzoni affronta soprattutto temi storici e sociali: la carestia, il malgoverno economico, la miseria del popolo, la carità cristiana, il fallimento delle istituzioni e l’avvicinarsi della peste. Le pagine sulla fame a Milano costituiscono un vero quadro documentario, in cui si intrecciano errori politici, debolezze umane e slanci di generosità. Al tempo stesso, la narrazione sulle truppe straniere e sul lazzaretto collega la vicenda cittadina alla grande storia europea, mostrando come guerra, carestia e malattie siano strettamente legate e anticipando il grande tema della peste dei capitoli successivi.

Carestia e fame a Milano

Il cuore del capitolo è la descrizione della carestia che colpisce Milano e lo Stato intorno. Dopo la sommossa di San Martino e la tariffa imposta sul pane, sembra che l’abbondanza sia tornata: i fornai espongono pane a buon prezzo, la gente compra e fa scorte senza misura. Manzoni mostra però che questa è un’abbondanza “artificiale”, creata contro le leggi dell’economia: il prezzo imposto è troppo basso rispetto alla reale scarsità del grano. Il risultato è un consumo smodato e immediato: i cittadini svuotano i forni e immagazzinano pane e farine, rendendo impossibile una durata del provvedimento. Quando la tariffa cessa e la natura torna a farsi sentire, la città piomba in una fame vera, dilagante, che colpisce artigiani, operai, servitori, contadini e perfino i bravi, ridotti a mendicare, mentre le botteghe chiudono e le strade si trasformano in un teatro di miseria.

Malgoverno, gride e fallimento delle autorità

Manzoni analizza con ironia amara la politica economica del governo spagnolo. Le autorità cercano di mantenere il pane a basso prezzo tramite gride sempre più dure: si proibisce di fare scorte, si sequestra metà del riso, si fissa un maximum per il prezzo delle granaglie, si puniscono fornai e venditori con galera e frusta. Ogni grida è la conseguenza inevitabile della precedente: fissato un prezzo irrealistico, occorre poi reprimere con la forza tutti i comportamenti che ne derivano spontaneamente (accaparramento, fuga delle derrate, fuga dai mercati). Così la giustizia diventa solo apparato punitivo inutile. Manzoni sottolinea anche l’incapacità di prevedere gli effetti: mentre si minacciano pene corporali per chi esporta pane, nessuno affronta la vera causa della carestia, cioè la sproporzione stabile tra viveri e bisogno, aggravata da guerra, tasse e ostacoli al commercio.

La miseria del popolo e la rappresentazione della città

Una parte centrale del capitolo è il grande affresco della miseria collettiva a Milano. Manzoni descrive le strade piene di mendicanti: non più solo i “professionisti” dell’elemosina, ma intere categorie sociali precipitate in povertà. Garzoni licenziati, artigiani senza lavoro, padroni rovinati, servitori mandati via, donne, bambini e vecchi formano una folla disordinata. La miseria dei contadini, spinti in città da sterilità dei campi, soldatesche e tasse, è dipinta in modo particolarmente drammatico: famiglie intere in cammino, corpi consumati dalla fame, sguardi vuoti tra il torvo e l’insensato. Il racconto si fa ancora più crudo quando l’autore narra i cadaveri per le strade, i giacigli di paglia sudicia, i poveri che muoiono di colpo sul selciato o per la campagna, come la donna trovata morta con l’erba in bocca e il bambino ancora attaccato al petto. La città intera diventa un “corso incessante di miserie”.

Carità cristiana e figura di Federigo Borromeo

In mezzo a tanta disperazione, spicca la figura luminosa del cardinale Federigo Borromeo. La sua carità non è solo sentimento, ma organizzazione concreta: sceglie sei preti robusti e generosi, li divide in coppie e affida a ciascuna una zona della città, con facchini carichi di cibo, bevande e vesti. Essi soccorrono gli agonizzanti con i sacramenti, nutrono gli affamati con minestre, uova, pane, vino, e distribuiscono vestiti. Federigo, inoltre, acquista granaglie, le invia ai luoghi più poveri della diocesi, distribuisce danaro ai parroci e alle famiglie bisognose, arriva a offrire persino il sale affinché erbe e cortecce diventino cibo. Alla fine, quando i contadini tornano ai campi, regala a ciascuno un giulio e una falce. Così Manzoni contrappone la carità personale, efficace e creativa, all’inefficacia anonima e spesso crudele delle leggi pubbliche.

Il lazzaretto, il Tribunale di Sanità e l’avvicinarsi della peste

Un altro tema decisivo è la gestione sanitaria dei poveri e il modo in cui si prepara, senza saperlo, il terreno alla peste. Il Tribunale di Sanità teme il contagio dovuto all’ammassarsi di miseria in città e propone di distribuire gli accattoni in vari ospizi. Il Tribunale di Provvisione decide invece di rinchiuderli tutti nel lazzaretto, contro il parere dei medici. Migliaia di poveri vengono invitati e poi forzati a entrarvi, spesso con la violenza e con premi ai birri; in breve si arriva a circa diecimila ricoverati. Le condizioni igieniche sono terribili: paglia marcia, acqua cattiva, pane forse adulterato, promiscuità estrema, caldo e freddo insalubri, tristezza e ribrezzo reciproco. La mortalità supera presto i cento morti al giorno e molti parlano di “pestilenza”. Manzoni discute, con riferimenti medici, se si tratti già di vero contagio, ma soprattutto mostra come l’errore di concentrare i poveri in un solo luogo trasformi il lazzaretto in un amplificatore di morte, costringendo infine le autorità a riaprire tutto, troppo tardi.

Guerra, soldatesche straniere e responsabilità politiche

Nel finale del capitolo la narrazione si allarga alla grande politica europea. La guerra di successione di Mantova porta nel ducato di Milano l’esercito imperiale, composto da ventottomila fanti e settemila cavalli, arruolati da celebri condottieri come Wallenstein e Collalto. Il passaggio di queste truppe, abituate al saccheggio e alla licenza, devasta paesi, campagne e montagne: case saccheggiate e bruciate, bestiame rubato, ricchi torturati per rivelare i nascondigli. Intanto il Tribunale di Sanità, con Tadino e Settala, avverte che tra i soldati serpeggia la peste, ma il governatore don Gonzalo risponde che gli interessi di guerra contano più del rischio sanitario. La partenza del governatore, fischiato dal popolo, e l’arrivo dello Spinola chiudono simbolicamente una fase di malgoverno. Così Manzoni lega carestia, guerra e contagio, mostrando come le decisioni politiche pesino direttamente sulla sofferenza dei più deboli.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.




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