Crisi Aeffe, il sindacato respinge lo spezzatino: «Difendere la produzione italiana e il futuro dei lavoratori»


Le ombre sul piano finanziario e l’enigma delle risorse pubbliche

Un annuncio in grande stile, ma contorni che sul piano operativo restano sfocati e con molte incertezze. È questo il giudizio della Filctem Cgil – a parlare è Riccardo Colletti che a livello nazionale segue la vertenza Aeffe – all’indomani delle comunicazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) sul futuro del gruppo Aeffe, il colosso romagnolo della moda che racchiude marchi storici del calibro di Alberta Ferretti, Moschino e Pollini.

Al centro della discussione c’è il pacchetto da 100 milioni di euro che nelle intenzioni dovrebbe rappresentare la panacea di tutti i mali. Una cifra imponente che tuttavia, come sottolineano i rappresentanti dei lavoratori, resta priva di destinazione formale e dettagli analitici: quanti fondi andranno all’effettivo acquisto aziendale, quanti alla ristrutturazione dell’ingente debito accumulato e quanti saranno realmente destinati a nuovi investimenti industriali? A rendere il quadro ancora più incerto si aggiunge l’intervento di Invitalia, chiamata a immettere 20 milioni di euro di liquidità. Il dubbio – spiega Riccardo Colletti – è se tali risorse rappresentino una quota aggiuntiva o se siano semplicemente ricomprese nel totale annunciato dal governo. Il timore diffuso è che l’operazione possa configurarsi come un salvataggio a totale carico della collettività, trasformando la vertenza in una cassa di risonanza propagandistica anziché in un piano di rilancio basato sul merito industriale.

Lo smembramento in tre rami e la minaccia della delocalizzazione

A preoccupare le parti sociali è soprattutto l’architettura industriale tratteggiata per il gruppo, che prefigura uno spezzatino societario – previsto da Oxy Capital, leggi qui l’articolo – in tre tronconi distinti e scollegati tra loro. Senza poi dimenticare il ruolo del partner cinese, di cui non si conosce il nome, che potrebbe ottenere la licenza esclusiva di Moschino per il gigantesco mercato asiatico).

I tre rami

  • Il polo di Milano: concentrato esclusivamente sulla valorizzazione e gestione dei marchi, una vetrina d’eccellenza pensata per intercettare capitali finanziari e investitori internazionali.
  • Lo stabilimento di San Giovanni in Marignano: il cuore produttivo storico, per il quale si prospetta un drastico ridimensionamento. Secondo quanto emerso, ben il 70% della produzione verrebbe traslato all’estero (tra mercati europei ed extraeuropei), lasciando in Italia appena un residuale 30% e costringendo il sito a cercare nuove commesse esterne per sopravvivere.
  • Pollini: la storica azienda calzaturiera, destinata a divenire fornitore della struttura di San Giovanni in Marignano, vedendo mutata radicalmente la propria autonomia e la propria identità strategica.

Separare la gestione dei brand dalla filiera manifatturiera – dice chiaramente Colletti della Cgil – rischia di svuotare l’azienda dall’interno. Vengono così meno le sinergie interne e la capacità integrata di fare moda che per decenni hanno rappresentato il punto di forza del gruppo, lasciando sul campo un’infrastruttura depotenziata e vulnerabile.

Il dramma dell’indotto e la fuga delle competenze

L’impatto della crisi non si arresta però ai cancelli aziendali, né si esaurisce nella sorte dei 700 dipendenti diretti del gruppo. A rischiare il tracollo è l’intero distretto produttivo fatto di terzisti, laboratori artigiani, fornitori e servizi di filiera che costituiscono l’ossatura del sistema moda. Senza un approccio sistemico alla tracciabilità e alla tutela dei fornitori locali, l’intero circuito della manifattura d’eccellenza rischia di venire smantellato.

Inoltre, sul fronte occupazionale si consuma un dramma silenzioso: per i lavoratori già licenziati nel corso dei mesi passati – commenta Colletti – non si prospetta alcuna possibilità di reintegro. L’assenza di una prospettiva industriale solida sta spingendo anche le migliori maestranze ancora in organico ad abbandonare l’azienda per cercare stabilità altrove, provocando un’emorragia irrecuperabile di know-how e professionalità d’eccellenza.

L’incognita giudiziaria e la corsa contro il tempo al Tribunale

Sullo sfondo delle trattative pende la pesante incognita del Tribunale. Dopo il no incassato sulla prima istanza, l’azienda ha presentato una domanda preventiva per congelare le pretese dei creditori per 60 giorni. Una mossa che sposta l’asse delle decisioni ben oltre la metà di novembre, rischiando di trasformarsi in una dilazione “per prendere tempo – dice Colletti nel podcast – senza offrire garanzie concrete né sul piano industriale né su quello occupazionale”.

Il Tribunale, chiamato per legge a tutelare il ceto creditorio, potrebbe giudicare il piano non sostenibile o incompleto anche prima della scadenza del termine. In tal caso, l’intero percorso crollerebbe, costringendo ministero e parti sociali ad azzerare il percorso e riscrivere da capo la mappa del salvataggio.

Le quattro condizioni vincolanti per il tavolo del 4 novembre

L’attenzione si sposta ora sul prossimo tavolo di confronto convocato al MIMIT per il 4 novembre. In quella sede, i rappresentanti dei lavoratori – Cgil in testa – si presentano decisi a non firmare alcuna cambiale in bianco e chiederanno garanzie precise messe nero su bianco:

Un piano industriale concreto, basato su investimenti trasparenti, numeri certi e prospettive di lungo periodo.

La tenuta della produzione manifatturiera, ovvero la salvaguardia dell’italianità dei processi e il blocco dei progetti di delocalizzazione all’estero.

La tutela dell’occupazione, cioè la garanzia dei livelli lavorativi esistenti e l’attivazione di percorsi per il riassorbimento del personale uscito.

La tutela dell’indotto e delle risorse pubbliche, tradotto in un impegno vincolante da parte delle istituzioni affinché il denaro pubblico serva a proteggere il patrimonio manifatturiero nazionale e la filiera locale.

La vertenza Aeffe si avvia così a un passaggio decisivo. La scommessa non riguarda solo il destino di marchi gloriosi, ma la tenuta stessa di un modello industriale che ha fatto grande il Made in Italy nel mondo.

 

Marco Valeriani

 

Questo articolo è stato redatto sulla base del podcast realizzato dal giornalista Davide Colella per Collettiva.it, grazie alla collaborazione di Riccardo Colletti, funzionario della Filctem Cgil nazionale che segue da vicino la vertenza Aeffe.


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