Satispay ha tenuto oggi a Roma l’evento “Le prospettive del Welfare aziendale”, durante il quale sono stati presentati i risultati di due studi indipendenti sul ruolo del welfare e dei fringe benefit nel sostegno al potere d’acquisto e alla crescita economica: l’analisi realizzata dai professori Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, rispettivamente Direttore e Direttore scientifico dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, e il White Paper “Il ruolo del welfare aziendale e dei fringe benefit nel mercato del lavoro italiano nel 2026”, curato dall’Osservatorio HR Innovation della School of Management del Politecnico di Milano.
Secondo lo studio, il welfare aziendale produce un effetto sul PIL fino a quattro volte superiore rispetto a quello di un equivalente taglio IRPEF: con €1 miliardo di spesa aggiuntiva, il PIL crescerebbe di €800 milioni nel primo anno e di €1,25 miliardi al terzo. Al centro del confronto anche il futuro dei fringe benefit, con la richiesta di rendere strutturali le attuali soglie di esenzione, in scadenza a fine 2027, per ridurre l’incertezza normativa e consentire alle imprese di programmare gli investimenti nel welfare su un orizzonte di più lungo periodo.
Satispay è oggi uno degli operatori di riferimento nel welfare aziendale in Italia: a tre anni dal lancio, la piattaforma conta 45.000 aziende clienti e oltre 430.000 lavoratori serviti. È da questa posizione e da questa responsabilità che Satispay ha scelto di investire in ricerca indipendente e di portare i dati al centro di un confronto pubblico tra politica, imprese e accademia.
Alberto Dalmasso, CEO e Co-founder di Satispay: “Il welfare aziendale ha assunto un ruolo strutturale nella vita delle imprese e dei lavoratori italiani. Per Satispay supportarne lo sviluppo non è soltanto un’opportunità di business ma anche una responsabilità: in tre anni i lavoratori che usano il nostro welfare sono diventati oltre 430.000, perché le aziende hanno capito che il welfare non è ancillare, ma uno strumento fondamentale per il benessere delle persone. Eppure l’incertezza sulle soglie di detassazione ne limita ancora le potenzialità. I numeri sono chiari: rendere strutturale questa misura è una scelta sostenibile per lo Stato, vantaggiosa per le aziende e, soprattutto, di grande sostegno per i lavoratori, ancora di più in un contesto in cui l’inflazione frena la crescita dei salari e comprime il potere d’acquisto”.
Cosa dicono i numeri
Sul fronte macroeconomico, secondo la ricerca dei Prof. Cottarelli e Galli, il welfare aziendale produce un effetto sul PIL fino a quattro volte superiore a quello di un equivalente taglio IRPEF, grazie all’effetto moltiplicatore della misura e al suo impatto diretto sulla domanda. Laddove, infatti, un taglio delle imposte dell’1% genera normalmente un aumento del PIL solo dello 0,11% traducendosi prevalentemente in risparmio privato, i fringe benefit impongono l’effettiva spesa della somma in tempi brevi, con un effetto diretto sul PIL e, di riflesso, sul gettito fiscale a favore delle pubbliche amministrazioni. Ipotizzando una spesa aggiuntiva in welfare aziendale di 1 miliardo di euro, utilizzando i moltiplicatori della spesa derivanti dal modello econometrico della Banca d’Italia, il PIL crescerebbe di 800 milioni il primo anno e di 1,25 miliardi al terzo, con un recupero di gettito fiscale di circa 280 milioni nel primo anno e 480 milioni al terzo. Il costo netto effettivo della stabilizzazione si attesterebbe in un primo periodo a circa 648 milioni di euro l’anno, in linea con quanto già stanziato per il triennio 2025-2027.
Prof. Carlo Cottarelli e Prof. Giampaolo Galli, Osservatorio Conti Pubblici Italiani: “Dalla nostra analisi emerge come la temporaneità dei benefici fiscali sia tra i fattori frenanti gli investimenti strutturali delle imprese nel welfare aziendale. Renderne permanente il regime attuale potrebbe favorire una diffusione più capillare della misura, con costi per le casse dello Stato che resterebbero contenuti e in linea con le stime nei primi anni. Rispetto ad altri interventi di sostegno, la stabilizzazione del welfare presenta inoltre un netto vantaggio macroeconomico: incentivando direttamente la spesa delle famiglie, sostiene la domanda interna e genera un impatto positivo sul PIL fino a quattro volte più elevato rispetto a riduzioni fiscali generalizzate”.
Sul versante delle imprese e dei lavoratori, lo studio del Politecnico di Milano fotografa un welfare aziendale già largamente adottato. La ricerca evidenzia che il 77% delle aziende con più di 10 dipendenti eroga già almeno una forma di benefit, ma è strutturalmente esposto all’incertezza normativa. Il 22% dei datori di lavoro indica questa incertezza come ostacolo principale all’introduzione o all’ampliamento del fringe benefit. Le conseguenze di una mancata proroga sarebbero immediate: il 20% delle aziende intervistate dichiara apertamente che taglierebbe il budget welfare fino alla nuova soglia di esenzione, solo il 16% manterrebbe l’attuale importo accettando il passaggio a imponibile fiscale e contributivo per il dipendente, mentre il 40% non sa determinare come reagirebbe.
A pagarne le spese sarebbero i lavoratori: il 53% usa il fringe benefit per acquistare beni di prima necessità, e il 93% delle risorse destinate ai buoni acquisto viene effettivamente speso contro il 64-67% delle forme di flexible benefit più vincolate (cultura, tempo libero e istruzione). Senza fringe benefit, il 48% degli acquisti per cura della persona e il 26% di quelli per cultura, intrattenimento e arredamento semplicemente non verrebbero fatti.
Martina Mauri, Direttrice dell’Osservatorio HR Innovation, Politecnico di Milano: “Il fringe benefit è oggi lo strumento di welfare con il tasso di utilizzo più alto e con un impatto diretto sul potere d’acquisto reale dei lavoratori. I nostri dati mostrano con chiarezza che l’incertezza normativa non è un problema teorico: si traduce in scelte concrete delle aziende, che rinunciano a investire in welfare quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali. Stabilizzare le soglie significa sbloccare un potenziale ancora largamente inespresso.”
Il confronto con politica e imprese
I risultati degli studi hanno aperto un confronto diretto tra mondo delle imprese e istituzioni. Al panel politico-istituzionale hanno dato il loro contributo esponenti del Parlamento, insieme a rappresentanti del mondo aziendale.
On. Walter Rizzetto, Presidente Commissione Lavoro Pubblico e Privato, Camera dei Deputati: “I fringe benefit sono un importante sostegno al reddito dei lavoratori e delle loro famiglie e, allo stesso tempo, consentono alle imprese di accrescere la propria competitività. Si tratta di uno strumento capace di generare effetti positivi per l’intero sistema economico, favorendo i consumi e la crescita. È per questo che il Governo ha assicurato il finanziamento della misura per un periodo più ampio, offrendo così maggiore certezza anche per il prossimo anno. L’obiettivo deve essere quello di consolidare progressivamente questo strumento, nella consapevolezza che un sistema di incentivi stabile e prevedibile rappresenta un valore aggiunto per il lavoro e per la produttività delle imprese”.
Sen. Paola Mancini, membro Commissione Affari Sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociali: “Mi occupo da tempo di risorse umane e so che le politiche di welfare si costruiscono solo su regole che durano. Il welfare aziendale è sussidiarietà concreta: un’impresa che si prende cura dei propri lavoratori e delle loro famiglie, e uno Stato che la sostiene senza sostituirsi. Con questo Governo le soglie dei fringe benefit sono salite a 1.000 euro e a 2.000 per chi ha figli, fino al 2027: ora vanno rese stabili e più semplici anche per le piccole imprese, sempre in aggiunta allo stipendio”.
Sen. Elena Murelli, membro Commissione Affari Sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociali: “Il welfare aziendale non deve essere considerato un costo, ma uno strumento che può contribuire a sostenere il reddito dei lavoratori, le famiglie e, allo stesso tempo, la competitività delle imprese. I dati presentati oggi sono particolarmente significativi: il 53% dei lavoratori utilizza i fringe benefit per beni di prima necessità e l’incertezza normativa rappresenta già un freno agli investimenti delle aziende. Per questo ritengo importante ragionare sulla stabilizzazione delle attuali soglie di esenzione, superando la logica delle proroghe e offrendo a imprese e lavoratori un quadro certo e programmabile. La ricerca presentata evidenzia inoltre come il welfare aziendale possa produrre effetti positivi anche sulla domanda interna e sull’economia. Come legislatori dobbiamo quindi lavorare per rafforzare gli strumenti che aumentano concretamente il potere d’acquisto, favoriscono il benessere dei lavoratori e permettono alle imprese di programmare politiche di welfare nel medio-lungo periodo. Rendere più stabile questo sistema significa investire nel lavoro, nelle famiglie e nella crescita del Paese”.
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