Il 9° Rapporto sulla Finanza Etica in Europa è stato presentato oggi 10 ottobre a Milano. Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica: «È importante che la finanza etica sostenga le imprese che stanno avviando percorsi significativi di transizione». I dati mostrano una migliore qualità del credito rispetto ai grandi istituti tradizionali, con una quota di prestiti problematici pari al 2,11 per cento contro il 2,28 per cento
«Non è sufficiente supportare le realtà che già presentano buoni risultati dal punto di vista ambientale e sociale. La finanza etica deve sostenere quelle imprese che stanno avviando percorsi significativi di transizione e che, attraverso progetti di medio periodo, dimostrano di voler produrre un impatto misurabile sull’ambiente e sulla società».
Per Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica, la sfida è proprio questa, soprattutto mentre la transizione ecologica richiede investimenti consistenti, che tengano insieme la riduzione degli impatti ambientali, la coesione sociale e la tenuta dei territori.
A fotografare il ruolo di questo modello bancario è il 9° Rapporto sulla Finanza Etica in Europa, curato da Fondazione Finanza Etica e Febea, la Federazione europea delle banche etiche e alternative, presentato oggi 10 ottobre a Milano nell’ambito del Festival dell’Economia Critica promosso da Fondazione Feltrinelli.
Oggi in Europa operano 26 banche etiche, con oltre 120 miliardi di euro di attivi, contro i poco più di 51 miliardi del 2018, e più di 90 miliardi di depositi. Ma è soprattutto la destinazione del credito a distinguere questi istituti: il 98,36 per cento dei prestiti è rivolto ad attività con finalità sociali o ambientali, contro il 18,5 per cento registrato nel campione delle principali banche europee sottoposte alla vigilanza diretta della Banca centrale europea.
Sostenibilità e solidità finanziaria
Finanziare progetti con una ricaduta positiva sull’ambiente e sulla società non significa necessariamente assumere rischi maggiori. È uno dei risultati più significativi del rapporto, che mette a confronto le banche etiche con i grandi istituti europei, le cosiddette banche significant.
Le prime presentano una maggiore solidità patrimoniale e una migliore qualità del credito. I prestiti con problemi di rimborso rappresentano infatti il 2,11 per cento del totale, contro il 2,28 per cento delle banche tradizionali considerate nell’analisi. Anche la quota delle attività destinata al credito è più elevata: il 67 per cento, contro il 61 per cento.
I dati smentiscono l’idea che perseguire obiettivi ambientali e sociali comporti necessariamente rischi finanziari maggiori: le banche etiche coniugano il sostegno all’economia reale con una buona solidità patrimoniale e una migliore qualità del credito.
A fare la differenza è anche l’impiego dei ricavi. Mentre le grandi banche hanno destinato parte dei maggiori profitti agli azionisti e a operazioni di fusione e acquisizione, gli istituti etici hanno investito maggiormente nel rafforzamento delle strutture, nella presenza sul territorio, nel personale e nei clienti.
Dalle rinnovabili all’agricoltura sostenibile
Ma quali sono, concretamente, i progetti sostenuti dalla finanza etica? «Gli ambiti di attività che ricevono maggiore attenzione dalle banche etiche in Europa si distinguono innanzitutto per settore», spiega Ielasi.
«Un primo ambito è quello green, legato alla tutela dell’ambiente, con particolare riferimento ai finanziamenti per le energie rinnovabili e la transizione ecologica. Un secondo settore è quello abitativo, che riguarda il sostegno all’edilizia sociale. Un terzo ambito è quello della salute, dell’accesso alle cure e dei servizi sociali, dagli asili nido all’assistenza agli anziani».
Tra gli altri ambiti figurano l’educazione e la cultura, inclusi i progetti di sensibilizzazione ambientale, sulla crisi climatica, sulla pace e sulla gestione dei conflitti. Un ruolo importante spetta anche all’agricoltura sostenibile.
L’attenzione, però, non si limita al settore in cui opera un’impresa. «La finanza etica presta particolare attenzione alle imprese a guida femminile e a quelle guidate da persone con background migratorio», sottolinea la vicepresidente di Banca Etica. La dimensione sociale emerge anche dal divario retributivo di genere: nelle banche etiche il gender pay gap è pari all’8 per cento, circa un terzo di quello rilevato nel campione dei grandi istituti europei, dove raggiunge il 29 per cento.
Finanza e transizione
Il ruolo della finanza etica diventa particolarmente rilevante quando si passa dagli obiettivi generali alle scelte necessarie per affrontare la crisi climatica. Ridurre le emissioni e adattarsi agli impatti del riscaldamento globale sono processi strettamente connessi, che richiedono investimenti coerenti e una visione di lungo periodo.
«Anche sul fronte dell’adattamento climatico è essenziale che la finanza etica svolga un ruolo attivo, per evitare investimenti che possano condurre alla cosiddetta maladaptation, ovvero al maladattamento climatico», osserva Ielasi.
Il rischio è quello di adottare soluzioni che rispondono a un problema immediato, ma finiscono per aggravare quello complessivo. «Se, per esempio, cerchiamo di adattarci all’aumento delle temperature continuando a investire esclusivamente in nuovi impianti di condizionamento, rischiamo di generare impatti negativi sulla mitigazione climatica».
Gli investimenti devono quindi conciliare mitigazione e adattamento, senza compromettere gli obiettivi climatici di lungo periodo. La transizione, inoltre, è sostenibile solo se non lascia indietro le comunità e i territori più vulnerabili.
È in questa prospettiva, tra l’altro, che la finanza etica sostiene organizzazioni di microcredito nei Paesi più fragili e imprese impegnate a migliorare progressivamente il proprio impatto ambientale e sociale.
L’economia sociale
La capacità di finanziare il cambiamento dipende, tuttavia, anche dalle regole e dagli strumenti a disposizione degli intermediari finanziari. Per questo il rapporto dedica un approfondimento all’economia sociale europea, che conta oltre 4,3 milioni di organizzazioni e più di 11,5 milioni di occupati.
Nonostante il suo peso economico e occupazionale, il settore incontra ancora ostacoli nell’accesso ai finanziamenti. Molte organizzazioni non dispongono di grandi patrimoni da offrire come garanzia e reinvestono una parte significativa delle risorse nella propria missione. Le loro entrate possono inoltre derivare da una combinazione di attività economiche, contributi pubblici e donazioni, rendendo più complessa la valutazione attraverso i criteri bancari tradizionali.
Per rispondere a queste difficoltà, il rapporto propone garanzie pubbliche più semplici da utilizzare, strumenti per rafforzare il capitale delle organizzazioni, finanziamenti con orizzonti temporali più lunghi e regole più adeguate alle caratteristiche dell’economia sociale.
In vista delle riforme europee previste per il 2027, Febea chiede una regolamentazione bancaria più proporzionata, che tenga conto delle differenze tra grandi gruppi e intermediari medio-piccoli, spesso radicati nei territori e attivi nel finanziamento delle Pmi e dell’economia sociale.
«È quindi necessario che gli investimenti e i finanziamenti contribuiscano a indirizzare il cambiamento nella direzione più appropriata», puntualizza Ielasi. «La finanza etica deve guidare la transizione ecologica ed energetica verso un modello non soltanto ambientalmente sostenibile, ma anche socialmente giusto, contribuendo a ridurre le disuguaglianze e ad affrontare le crisi che colpiscono i servizi essenziali».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




