Taranto, la fotografia non sfuocata sulle vertenze in piedi. I numeri nei vari comparti


E’ un momento davvero molto difficile per la nostra città, per il territorio. Il tessuto economico sta diventando sempre più fragile ed è un po’ come rivivere gli anni ’70-’80 – ma anche allorquando si privatizzò lo stabilimento -, anni che misero a dura prova la tenuta sociale di Taranto e della sua provincia.

Purtroppo, l’ancoraggio quasi strutturale dell’economia tarantina all’acciaio, ha frenato – volutamente o no – possibilità di sviluppo alternativo che avrebbero potuto offrire sponda ad altra produttività, ad altra occupazione, ad altra visione e perciò a una qualità della vita non legata esclusivamente all’industria. Senza ovviamente trascurare gli aspetti ambientali, che sono poi il cardine – giustamente – di quanto sta accadendo nelle aule giudiziarie, dove finalmente sta prevalendo (almeno si spera fino in fondo) il diritto alla salute prima del profitto… strategico.
Ovvio che il crollo di un sistema economico prettamente agganciato all’industria siderurgica, provoca vertenze a cascata nei diversi comparti. Proviamo perciò a fare il quadro della situazione, anche se all’appello possono mancare vertenze meno visibili. I dati sono reperibili in rete, giungono da diverse fonti, sono piuttosto attendibili e quindi molto vicini alla realtà. Insomma, una fotografia sicuramente non sfuocata di quanto sta accadendo in città. Sperando sempre che un giorno queste cifre si riducano. E che, soprattutto, alla narrazione differente e più positiva che da più parti e in più settori si sta cercando di attivare con grande coraggio, facciano da supporto politiche finalmente serie, concrete e dagli orizzonti non lontanissimi.

EX ILVA
I dati più aggiornati riguardanti l’occupazione e la crisi dell’ex Ilva di Taranto delineano una situazione allarmante, con distinte categorie tra dipendenti diretti, forza lavoro indiretta e lavoratori in cassa integrazione.
Personale diretto e in amministrazione straordinaria:  Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria impiega circa 10.020 persone, mentre Ilva in amministrazione straordinaria conta circa 1.600 lavoratori.
Indotto e appalti: i lavoratori dell’indotto sono stimati tra 5.000 e 7.000, a seconda dei cicli di manutenzione degli impianti. All’inizio di settembre 2026, le aziende dell’indotto hanno avviato procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 dipendenti.
Secondo stime di Federmanager e delle parti sociali, il totale dei posti di lavoro a rischio nell’intero conglomerato aziendale e nell’indotto potrebbe raggiungere le 18.000 / 20.000 unità.
Scenari futuri di riconversione (ipotesi 4 milioni di tonnellate). Secondo una simulazione compiuta da Confartigianato Taranto, in uno scenario di decarbonizzazione con una produzione annua di 4 milioni di tonnellate, i dipendenti diretti si ridurrebbero a un numero compreso tra 2.800 e 3.500.

PORTO
La crisi occupazionale che interessa il porto di Taranto coinvolge direttamente 307 lavoratori dell’Agenzia portuale, ex dipendenti di TCT (Terminal Container Taranto), i cui benefici legati al trattamento di mancato avviamento e l’operatività dell’agenzia stessa sono in scadenza nel dicembre 2026.
I numeri. Si tratta di 307 ex dipendenti storicamente legati alla vicenda della TCT/Evergreen. Dopo anni di soluzioni temporanee, come l’istituzione dell’Agenzia e la proroga biennale dell’IMA, il trattamento straordinario è destinato a concludersi tra tre anni.
Si sta lavorando a un dialogo con il governo, seguito anche dal coordinatore del CIS, on. Dario Iaia, per valutare ulteriori proroghe dell’indennità economica (da inserire nella legge di bilancio) e sbloccare i piani formativi destinati ai lavoratori in difficoltà.
La crisi dell’area portuale si inserisce all’interno di uno scenario più ampio di tensioni industriali e occupazionali che interessano tutto il territorio ionico. Tale situazione è aggravata dalla protratta vertenza dell’ex Ilva, caratterizzata da stop all’area a caldo e proteste sindacali in corso.
Alla guida dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio si trova Giovanni Gugliotti, nominato presidente a fine 2025. Il suo incarico prevede la gestione delle prospettive di rilancio dello scalo tarantino, che includono interventi sui terminal, lo sviluppo della logistica e progetti legati all’eolico offshore.
Attualmente, la proroga dell’IMA per i 307 lavoratori ex TCT è oggetto di negoziati con il Governo. L’obiettivo è includere un rinnovo biennale della misura nella prossima legge di bilancio. Parallelamente, a ottobre 2026 sono stati finalmente sbloccati i corsi di formazione regionali, il cui avvio operativo è previsto entro la fine dello stesso mese.

KYMA AMBIENTE
La crisi di Kyma Ambiente a Taranto coinvolge complessivamente 450 lavoratori, di cui diretti 300 e in somministrazione (interinali) 150. Il problema della società partecipata è di carattere finanziario.  Il ‘buco’ ammonta a circa 43 milioni di euro, di cui una quota consistente (circa 33 milioni di euro) è nei confronti dell’erario.  La società, alla cui guida di recente si è insediato l’ing.Gaetano Nacci, ha avviato una procedura di composizione negoziata della crisi d’impresa per tentare di ristrutturare il debito e salvaguardare l’azienda. Da segnalare che proprio su Nacci convergono le maggiori critiche delle sigle sindacali, oltre che ovviamente sul Comune che è socio unico di Kyma Ambiente. 
Le organizzazioni sindacali (Fp Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti, Fiadel e Siuls) hanno proclamato lo stato di agitazione a causa della grave crisi finanziaria della società partecipata del Comune di Taranto e dei timori legati a possibili procedure concorsuali o all’affidamento del servizio a soggetti privati.
Di lato, ma strettamente legata alla crisi della partecipata, c’è anche la vicenda che riguarda la Daniele Ambiente Srl, che gestisce, per Kyma Ambiente, da un paio di anni il sito ‘Pasquinelli’, impianto di preselezione e separazione dei rifiuti della raccolta differenziata. La Daniele Ambiente Srl ha avviato la procedura di licenziamento di 50 lavoratori e proprio per la situazione di crisi della società partecipata del Comune.
Riassumendo, si parla complessivamente di circa 500 lavoratori il cui futuro è tutto da decifrare. E con l’Amministrazione comunale, che è il datore di lavoro, che prima o poi dovrà decidere le sorti di una società partecipata che da anni si trascina, appunto, una situazione economica difficilissima.

CALL CENTER
Il settore dei call center a Taranto sta vivendo una crisi occupazionale senza precedenti, strettamente legata ai tagli aziendali, alla perdita di commesse e alla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale. Proviamo a riassumerle, riferendoci alle vertenze più attuali.
La Konecta Italia ha deciso un drastico ridimensionamento delle sue sedi decentrate su scala nazionale, mettendo a rischio 76 posti di lavoro a Taranto. La SLC CGIL locale ha espresso allarme per i licenziamenti, soprattutto perché accompagnati dalla sostituzione di personale con sistemi di intelligenza artificiale.
La Benchmark People il 15 settembre 2026 è stata ufficializzata fallita, società che operava nei settori telefonia, energia e assicurazioni con sede a Lama. La chiusura ha lasciato senza lavoro circa 50 operatori, molti dei quali con contratti di collaborazione, privandoli inoltre dell’accesso al fondo di garanzia.
Appalti Enel: nel luglio 2026 è scoppiata una vertenza coinvolgente circa 450 lavoratori, preoccupati dalla possibile cancellazione o modifica delle clausole sociali relative agli appalti.
Sulla crisi complessiva, i sindacati SLC CGIL e UGL hanno sollecitato l’intervento dei gruppi parlamentari, richiedendo un piano regionale e misure straordinarie da parte del Governo per tutelare l’occupazione e regolamentare l’impiego dell’intelligenza artificiale nel settore.
Le iniziative sindacali a Taranto per contrastare questa crisi si articolano su tre fronti principali, con un’intensificazione delle azioni rilevata nell’ottobre del 2026.
La SLC CGIL di Taranto ha proclamato lo stato di vertenza per l’intero comparto locale. Dopo i gravi episodi di esuberi, come i 55 licenziamenti tra le sedi di Roma e Taranto nella società In&Out, oltre al crack finanziario di Benchmark People, i sindacati stanno organizzando assemblee con i lavoratori. L’obiettivo è mobilitare il territorio attraverso scioperi e presidi, con il monito che “senza riscontri concreti si procederà verso una mobilitazione generale”.
C’è la richiesta di un Tavolo istituzionale nazionale. In seguito all’annuncio di Konecta Italia relativo al taglio di oltre 1.000 posti di lavoro a livello nazionale, che include 76 dipendenti della sede di Taranto, i sindacati nazionali e territoriali (Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom) hanno rigettato un approccio esclusivamente aziendale nella gestione degli esuberi. È stata avanzata una richiesta formale per l’attivazione immediata di un tavolo interministeriale di crisi, che coinvolga il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT).
Inoltre, le iniziative legali e sindacali si concentrano su due tematiche cruciali per salvaguardare i lavoratori: clausola sociale e territorialità, governance dell’Intelligenza Artificiale.

COMPARTO DIFESA
Attualmente, il settore della Difesa a Taranto impiega circa 900 dipendenti civili presso l’Arsenale Militare Marittimo, supportati da circa 200 militari della Marina. Tuttavia, l’organico complessivo soffre di una significativa carenza di personale. Nell’Arsenale Militare, a fronte di un fabbisogno teorico stabilito dai decreti ministeriali di 1.428 unità, i lavoratori attuali variano tra 800 e 900. Per confronto, nel 1975, lo stabilimento contava più di 4.700 dipendenti. Per quanto riguarda l’intera area ionica, includendo la Base Navale, le scuole di formazione come Mariscuola e altre infrastrutture, mancano circa 2.000 lavoratori civili rispetto alle effettive necessità operative, secondo dati sindacali e recenti relazioni istituzionali. Per affrontare questa carenza e promuovere l’occupazione locale, sono stati proposti piani straordinari e richieste in Parlamento per l’assunzione immediata di 2.000 nuove unità civili nel settore della Difesa ionica.

COMMERCIO
La crisi del settore si inserisce in un contesto più ampio di desertificazione economica, determinata dal collasso dell’indotto industriale dell’ex Ilva e dalla contrazione di altri settori strategici per il territorio.
Le storiche vie dello shopping tarantino, come Via Pupino, sono oggi caratterizzate da numerose serrande abbassate, vetrine vuote e cartelli che segnalano affitti o vendite immobiliari. L’area, un tempo cuore pulsante del commercio cittadino, soffre di un evidente declino.
La carenza di attività e frequentazione nelle ore serali peggiora ulteriormente la situazione, rendendo il centro meno attrattivo per i visitatori e inviando segnali negativi agli esercizi ancora in funzione.
Naturalmente, a pesare di più è l’impatto della crisi dell’ex Ilva. Com’è noto, la siderurgia e il relativo indotto hanno subito drastiche riduzioni operative, con conseguenze dirette sulla liquidità circolante in città. Questo ha influenzato negativamente il potere d’acquisto delle famiglie locali, comprimendo i consumi e danneggiando profondamente i negozi di vicinato. La sofferenza dell’ex Ilva è, però, solo uno dei tanti fattori che contribuiscono a una spirale discendente, con effetti a catena su tutto il tessuto economico.
 I dati forniti da Confcommercio e dalla Camera di Commercio confermano l’entità della crisi. Taranto emerge come una delle città italiane maggiormente colpite dal fenomeno noto come “desertificazione commerciale”, posizionandosi su livelli estremamente preoccupanti, sia in ambito regionale che nazionale.
Le cifre. Innanzitutto, la diminuzione drastica degli esercizi commerciali. Secondo l’Osservatorio sulla Demografia d’Impresa di Confcommercio, tra il 2012 e il 2024 Taranto ha perso il 22,8% delle attività commerciali al dettaglio. Questo dato rappresenta il secondo peggior calo registrato in Puglia, superato solo da Foggia (-25,5%), e risulta ben al di sopra della media nazionale (-21,4%).
Nel triennio tra il 2021 e il 2023, i rapporti della Camera di Commercio segnalano che ben 507 negozi di prossimità hanno cessato l’attività, confermando la gravità dello scenario locale.
Questi dati evidenziano una crisi strutturale che richiede interventi concreti in tempi rapidi sia a livello locale che nazionale, al fine di contrastare la progressiva perdita del tessuto economico-produttivo di Taranto.

ARTIGIANATO
La crisi dell’artigianato tarantino evidenzia la fragilità del tessuto produttivo locale, penalizzato dalla predominanza della grande industria e da marcati squilibri economici.
C’è di certo una bassa densità imprenditoriale. A Taranto si contano solo 2,29 imprese artigiane ogni mille abitanti, un valore decisamente inferiore rispetto a realtà industriali come Brescia (9,81), Ravenna (6,20), Terni (5,94), Brindisi (5,58) o Siracusa (4,86).  
La provincia ionica mostra un incremento delle imprese artigiane pari ad appena lo 0,35%, un dato che impallidisce di fronte alle performance più dinamiche di altre province pugliesi come Bari, Lecce, Foggia e Brindisi, secondo Casartigiani Puglia.
Confartigianato Taranto sottolinea come l’economia locale sia stata per troppo tempo concentrata sulla siderurgia (ex Ilva), favorendo la scomparsa progressiva di piccole attività artigianali e autonomi, indipendentemente dai problemi dello stabilimento industriale.  
Poi c’è il fenomeno dell’abusivismo e della concorrenza sleale. Il lavoro irregolare e l’abusivismo compromettono migliaia di lavoratori, danneggiando fortemente le attività artigiane legali.  
Inoltre, le difficoltà geopolitiche e le sfide economiche globali stanno rendendo più complicato per i piccoli artigiani ottenere prestiti bancari. Per non parlare dei Fondi europei inutilizzati: strumenti come il Just Transition Fund, che mette a disposizione circa 800 milioni di euro, non hanno ancora prodotto un impatto significativo in termini di occupazione nel commercio e nell’artigianato locale.

ATTIVITA’ DI MARE
La crisi delle attività legate al mare a Taranto, in particolare del settore storico della mitilicoltura e dell’economia associata al Mar Piccolo e al Mar Grande, ha raggiunto un punto critico a causa di una combinazione di fattori climatici, ambientali e strutturali.
Le principali criticità della crisi sono la decimazione del seme e collasso della mitilicoltura. Le eccezionali ondate di caldo estivo, culminate nell’estate del 2026, hanno portato alla quasi totale scomparsa del seme di mitili nel Mar Piccolo. Gli operatori stimano che ciò determinerà una completa assenza di prodotto per l’estate del 2027, con effetti economici negativi prolungati nei successivi anni. Questa situazione rischia di compromettere seriamente la sopravvivenza di un settore profondamente legato alla tradizione di Taranto.  Che, ricordiamo, coinvolge circa 1.000 lavoratori diretti e se si considera considera l’intera filiera (compreso l’indotto commerciale, la logistica, la depurazione e la vendita), il comparto garantisce il sostentamento di migliaia di famiglie locali.
Altri motivi della crisi sono i cambiamenti climatici e il riscaldamento delle acque, oltre all’inquinamento storico e i problemi ambientali. Perciò la richiesta di interventi istituzionali: organizzazioni di categoria come Confcooperative e Confcommercio hanno promosso incontri con il Governo e il Sottosegretario al Masaf per ottenere misure di sostegno immediato, tra cui ristori economici, ammortizzatori sociali per le famiglie dei mitilicoltori e l’elaborazione di un piano strutturale per bonifiche e protezione climatica.


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