La succursale di Tim in Brasile deve oltre 800mila euro al fisco di San Paolo, piazzandosi terza nella classifica delle aziende con il debito più alto con lo Stato sudamericano a luglio 2026. E questa situazione economica non è un unicum per la multinazionale delle telecomunicazioni, controllata al 100% dalla capogruppo italiana: almeno dal 2020 è nelle prime 10 delle più indebitate e negli ultimi cinque anni il suo “debito attivo”, ovvero la quota di tasse, imposte o multe dovute alle istituzioni e non ancora riscosse, ha registrato un tasso di crescita cumulato del 67,8%.
Sono i ricercatori del Center for international corporate tax accountability and research (Cictar) a mettere l’impresa sotto i riflettori, evidenziando che il lassismo con cui si approccia ai tributi non viene affatto da una carenza di entrate ma piuttosto dalla capacità di trarre sistematicamente vantaggio dalle lacune legislative del Brasile. I conti intanto schizzano: tra 2020 e 2024 Tim Brasile ha fatturato 18 miliardi di euro, con profitti per 2,12 miliardi; ciononostante, le tasse pagate si sono fermate a circa 68 milioni. Pari allo 0,38% del fatturato.
Insieme a Vivo e Claro, Tim “chiude” un cerchio oligopolistico che si spartisce la quasi totalità dei servizi legati alla telefonia e all’accesso a internet del Paese, coprendo il 95,2% dei clienti. Oltre a essere tutte parte di grandi multinazionali -Vivo è di proprietà del colosso spagnolo Telefónica, mentre Claro è del gruppo messicano América Movil- le tre compagnie sembrano anche essere sintonizzate dal punto di vista fiscale: nel 2025 la somma dei loro “debiti attivi” con il solo Stato di San Paolo ammontava a 11,1 miliardi di real, quasi 1,9 miliardi di euro.
Il Cictar sottolinea comunque che i “debiti attivi” sono solo la punta dell’iceberg perché non considerano tutte le presunte irregolarità non ancora accertate, iscritte nel registro apposito o scadute. Nel 2024, ad esempio, Tim ha segnato 331 procedimenti tra federali e statali per cui ha accantonato risorse, prevedendone probabilmente degli esiti negativi.
Lo studio si concentra in particolare sulla giurisdizione di San Paolo non solo perché contribuisce per quasi un terzo al Prodotto interno lordo (Pil) dell’intero Paese ma anche perché si è distinta per l’inefficienza nella riscossione del debito, registrando un aumento della giacenza del 4,2% all’anno per lo scorso decennio ed esemplificando con chiarezza quella che gli autori del report definiscono una generalizzata “cultura del mancato pagamento dei debiti che normalizza l’inosservanza degli obblighi fiscali”. A fine 2025, a livello federale, il Brasile era in attesa di riscuotere 342 miliardi di euro, mentre l’amministrazione di San Paolo era in credito per più di 78 miliardi, l’equivalente di più di 12 mesi di spesa in salute, educazione e welfare.
A fronte di un sistema già indulgente, la succursale del gruppo italiano ha messo in campo diverse strategie affinché il proprio carico fiscale tra 2020 e 2024 risultasse appena del 7,9% invece che del 34%.
Ricostruire le tecniche impiegate non è semplice. Una delle principali, ipotizzano i ricercatori, è l’adesione sistematica ai “programas de refinanciamento”, piani che consentono ai contribuenti di regolarizzare i debiti arretrati mediante il pagamento rateale e la negoziazione tramite riduzioni di sanzioni e interessi. Nonostante dovrebbero essere strumenti straordinari, sono stati adottati in modo stabile e continuo dalle amministrazioni, tanto che nell’ultimo ventennio ne sono stati approvati almeno 40 solo a livello a federale, benché si sia stato riscosso un modesto 11,6% del previsto. Inoltre i condoni non prevedono limiti d’accesso alle sole imprese in effettiva difficoltà economica o la pubblicazione degli sconti concessi e delle condizioni di pagamento, né impediscono nuove adesioni a chi non ha completato i programmi precedenti. Queste condizioni favorevoli hanno permesso alle multinazionali di farvi affidamento impiegandole come meccanismi di pianificazione fiscale. Vivo, “concorrente” di Tim, nel solo 2024 ha beneficiato di quasi 400 milioni di euro sotto forma di sconti grazie alla partecipazione a tre programmi federali o statali.
Un altro caso riguarda gli interessi di mora rinegoziati con il Programa acordo paulista, l’ultimo entrato in vigore nel 2024 nello Stato di San Paolo: a Tim sono state accordate 119 rate, ottenendo di pagare circa il 27% del dovuto (sei milioni, invece che 21); a dicembre 2025, comunque, ne aveva effettivamente versati 1,2.
Come se non bastasse queste aziende godono anche di incentivi fiscali, tra cui quello pensato per ridurre le disuguaglianze territoriali. Stando ai dati resi pubblici dal governo, le due principali società riferibili a Tim Brasile -la Tim Sa e la Tim Celular Sa- hanno ricevuto 273,8 milioni di euro in agevolazioni federali tra il 2015 e il giugno 2024. A cui vanno aggiunti gli eventuali benefici nei singoli Stati.
E poi c’è la beffa. Benché figurino come ufficialmente indebitate con il fisco, queste aziende non sono escluse dai bandi pubblici. Tra 2017 e 2025 le tre società hanno firmato 250 contratti con lo Stato di San Paolo per un totale di 92,4 milioni di euro e Tim, dall’inizio del 2021 a oggi, si è aggiudicata 188 appalti a livello federale. E questo è possibile per via di una scappatoia: per essere ammessi a una gara bisogna possedere la “certificazione negativa dei debiti” (Certidão negativa de débitos, Cnd), un attestato di regolarità con il fisco. Esiste però anche la “certificazione positiva con gli effetti della negativa” (Certidão positiva com efeitos de negativa, Cpen), che regolarizza la posizione pur riconoscendo l’esistenza dei debiti perché attesta che essi sono inclusi in un programma di rateizzazione e sono pagati con puntualità. Dunque le società possono continuare a partecipare alle gare pubbliche anche se non saldano i propri debiti.
I ricercatori citano un ultimo possibile metodo, scaltro e difficile da quantificare, di elusione fiscale: l’inserire nelle bollette, a insaputa dei clienti, anche l’abbonamento digitale a libri, giornali e periodici. Questo non solo permette di gonfiare gli introiti ma vi include anche una quota non tassabile per legge perché violerebbe la libera circolazione di idee. Nel report c’è il caso di una bolletta di Vivo in cui si notava che l’importo tax-free ammontava a ben il 25,8% del totale.
Da sottolineare infine il contenzioso ancora aperto per Tim da 119,4 milioni di euro con il Consiglio amministrativo per i ricorsi fiscali perché nel 2024 una sentenza ha dichiarato illegittimo l’ammortamento dell’avviamento commerciale interno risalente al 1998. Secondo la corte tributaria, l’azienda, nell’ambito della ristrutturazione societaria avvenuta all’epoca, avrebbe acquistato società a lei connesse e non indipendenti al fine di abbattere il gettito fiscale detraendo dai profitti l’avviamento d’azienda, ovvero la cifra arbitraria, sciolta dal valore di mercato, con cui si stimano gli asset della società nel momento dell’acquisizione. Tim aveva dichiarato che avrebbe fatto ricorso. Contattata da Altreconomia per un commento Tim non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione.
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