Suicidio assistito, i vescovi del Veneto: “La vera libertà è non lasciare solo chi soffre”


Italia

Dopo l’approvazione della legge regionale, mons. Pavanello e mons. Cipolla richiamano alla cura, alle cure palliative e all’accompagnamento: “Non c’è un diritto a darsi la morte, ma il diritto a essere curati e assistiti”. La dignità della persona non dipende dalla sua autonomia: “Il verbo della fede, in queste ore, non è fare, ma restare”

Fine vita (foto archivio)

«In questi giorni la legge della Regione Veneto è stata presentata come una scelta di libertà: dobbiamo chiederci quale libertà sia possibile quando un malato non è stato adeguatamente assistito o quando la famiglia è stata lasciata sola. La vera sfida da affrontare quindi è quella di prevenire la richiesta del ‘suicidio assistito’: la libertà vera si ha quando al malato si offrono alternative valide alla richiesta di anticipare la morte». Lo afferma il vescovo di Adria-Rovigo, mons. Pierantonio Pavanello, in merito all’approvazione della legge sul suicidio medicalmente assistito da parte del Consiglio Regionale del Veneto, avvenuta ieri.

«Un primo pensiero – sottolinea il presule – va alle persone che si trovano nelle condizioni per usufruire dell’assistenza che, d’ora in poi, nella Regione Veneto il Sistema sanitario offrirà per arrivare al ‘suicidio assistito’: si tratta di situazioni estreme, alle quali va tutto il nostro rispetto e la nostra comprensione». «La sofferenza di queste persone – precisa mons. Pavanello – deve innanzitutto interrogarci se come singoli e come società abbiamo fatto tutto il possibile per trasmettere loro la nostra vicinanza e per dare tutto il sollievo possibile al malato e ai suoi familiari». «Non c’è un diritto di darsi la morte, c’è invece il diritto di essere curati ed assistiti», ammonisce il vescovo, aggiungendo che «a questo proposito dovremo vigilare perché la possibilità di ricorrere al suicidio assistito, ora prevista per casi limitati, non si ampli progressivamente aprendo la strada ad una deriva eutanasica».

«Va riconosciuto che la legge in oggetto prevede alcuni interventi per sostenere i malati (ad esempio le cure palliative)», prosegue mons. Pavanello per il quale «sarà importante tenere alta la guardia perché questi impegni siano mantenuti e non accada quanto già abbiamo visto per la legge 194 sull’aborto, per la quale è stata largamente disattesa la parte positiva di prevenzione e di aiuto alla donna». Il vescovo evidenzia poi che «il coinvolgimento del Sistema sanitario pubblico» comporta «un grave vulnus ad uno dei principi fondamentali della professione medica»: «Affidare a medici e altri operatori sanitari il suicidio assistito, sia pure in casi limitati, oltre a creare seri problemi deontologici, può costituire un pericoloso precedente», osserva mons. Pavanello, convinto che «l’approvazione di questa legge sollecita un rinnovato impegno a difesa della vita da parte di tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, da parte di coloro che credono in Gesù Cristo e nel suo Vangelo».

In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, a seguito dell’approvazione della legge regionale del Veneto sul suicidio medicalmente assistito. «Nell’orto degli ulivi Gesù non chiede ai suoi discepoli di essere risparmiato. Chiede una cosa più piccola e insieme più difficile: di restare svegli accanto a lui. È la domanda che sale – quasi sempre inespressa – dal letto di chi soffre o sta per morire. Non chiede anzitutto spiegazioni, né protocolli, né soluzioni: chiede che qualcuno rimanga». Parte da questa richiesta – stare accanto, rimanere, esserci – la riflessione di mons. Cipolla. «Accompagnare l’ultimo tratto di una vita – sottolinea il presule – significa prendere sul serio questa richiesta. Non è un compito residuale, ciò che resta da fare quando la medicina ha esaurito le sue possibilità. È una delle forme più alte della carità cristiana, perché tocca il punto in cui la persona è più esposta: quando non produce nulla, non decide quasi più niente, dipende in tutto dagli altri. Qui si gioca una questione di fede prima ancora che di etica».

«Viviamo un tempo in cui si misura silenziosamente il valore di ciascuno sulla base delle sue prestazioni», osserva mons. Cipolla, ricordando che «nella Magnifica Humanitas Papa Leone XIV indica come particolarmente insidiosa proprio l’idea che una persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore (n. 51)». «La malattia inguaribile sembra la smentita di tutto questo. E invece – prosegue il vescovo – la dignità non dipende dalle capacità che si possiedono, dal ruolo che si ricopre, dalle scelte riuscite o sbagliate che si sono compiute: la precede e la eccede, perché è dono di Dio. Nessun fallimento, nessuna umiliazione, nemmeno quella della dipendenza totale, può intaccarla (n. 53). Ne viene una conseguenza pastorale precisa. Edificare nel bene, scrive il Papa, significa ‘accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere’ (n. 12)». «La fragilità – ammonisce mons. Cipolla – non è un guasto da cancellare il prima possibile: è la condizione in cui la vita si rivela per quello che è sempre stata, affidata. Curare, allora, non è rimuovere il limite, ma custodire chi lo porta: con la terapia del dolore, con le cure palliative, con la fedeltà nascosta di chi assiste in casa un familiare, giorno dopo giorno, senza che nessuno lo veda».

Evidenziando che «il morire non è mai una faccenda privata, di libertà, di scelte personali», il vescovo rileva che «la visita a un malato, il silenzio accanto ad un letto, una mano tenuta, la Parola letta a voce bassa, l’unzione degli infermi e il viatico non sono gesti accessori: sono il modo in cui il Signore continua a farsi prossimo. Una comunità è chiamata a conoscere i suoi malati molto prima del giorno del funerale. Cristo non ci ha risparmiato la morte: l’ha abitata. E sotto la croce Maria non ha detto nulla, stava». «Un altro fronte su cui impegnarsi è quello di aprire spazi di riflessione sul valore della vita umana, sul significato della malattia e della morte», conclude mons. Pavanello: «Nessuna legge, tantomeno quella approvata in questi giorni, può dare risposta alle domande che nascono davanti a queste realtà che toccano la vita di ogni uomo». E proprio sulla necessità di una presenza accanto a chi soffre si chiude la riflessione di mons. Cipolla: «Il verbo della fede, in queste ore, non è fare, ma restare. Accompagnare qualcuno a vivere fino in fondo, con dignità, significa dirgli – più con la presenza che con le parole – che la sua vita è ancora attesa: da noi e da Dio».


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