L’ Ape ed il peggiore Architetto: il futuro di Napoli in queste mani


Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera.

Karl Marx – Il Capitale, Libro primo, sezione terza

Le ultime settimane napoletane di agosto sono state foriere – non solo dell’allucinante ondata di calore – ma anche di una ritrovata discussione circa il futuro assetto architettonico, urbanistico e territoriale (e, di conseguenza, economico/sociale) della città e della sua area metropolitana.

Mentre la concreta condizione quotidiana in cui sono costretti a vivere i cittadini segnala una generalizzazione degli elementi di degrado, di pessimo funzionamento dei servizi pubblici essenziali e di una diffusa sensazione di abbandono verso i più elementari elementi di civiltà e di uso urbano (tra cui l’essenziale ed urgente dato del Verde Pubblico oramai azzerato in città) sono apparsi, sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno, alcuni articoli in merito al futuro prossimo della città.

E’ stato, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e della Città Metropolitana, nonché Commissario Straordinario per le vicende inerenti l’American’s Cup oltre – ovviamente – ad essere il nume tutelare del cartello di forze politiche, economiche ed interessi materiali che hanno consentito a Roberto Fico di diventare Presidente della Regione Campania ad indicare (al di là dei formali e retorici richiami ad un auspicabile dibattito collettivo) la vera e propria linea di condotta.

Il primo elemento che colpisce delle argomentazioni di Manfredi è la ferma rivendicazione di ciò che è stato annunciato negli ultimi anni (almeno dalla sottoscrizione del Patto/Pacco per Napoli – marzo 2022 – con Mario Draghi allora Presidente del Consiglio) e la determinazione ad andare avanti nell’attuazione di scelte e provvedimenti che, nella loro interezza, si configurano come una sorte di moderna edizione di “Le Mani sulla Città” (ricordando, non astrattamente, il celebre ed attualissimo film di Francesco Rosi, 1963).

Come interpretare, altrimenti, il complesso dei vari interventi strategici che l’Amministrazione ha annunciato e che – in parte – sta cominciando a realizzare? Basta dare uno sguardo allo stato delle cose nell’area metropolitana ed, immediatamente, salta all’attenzione l’evidenza di un autentico filo nero che intreccia, sapientemente, il variegato ciclo economico del cemento, le pulsioni alla esternalizzazione/privatizzazione di beni e servizi, l’aumento esponenziale della bolla immobiliare e speculativa e i mai sopiti appetiti dell’articolato sottobosco di aziende, studi di progettazione ossia quella infinita gamma di soggetti (tra cui alcuni settori della riconvertita Criminalità Organizzata) i quali sognano – ma stanno già realizzando – profitti e plusvalenze fuori controllo.

Del resto – e non è un dettaglio da poco – anche nelle vicende napoletane in corso, ed in quelle che si approssimano, si evince il carattere parassitario e predatorio del sistema delle imprese agenti e di importanti settori della borghesia cittadina.

Gran parte dei progetti, anche quelli che avranno, sostanzialmente, una futura gestione privata e/o orientata stabilmente agli indici di Mercato, si realizzeranno sulla base di consistenti finanziamenti pubblici i quali – ed anche questo aspetto serve ribadirlo ad alta voce – potrebbero servire al miglioramento della qualità della vita, delle condizioni di lavoro e di sopravvivenza di significativi settori popolari i quali, oggi e domani, assisteranno al lento ma inesorabile incrudimento degli indici complessivi di vivibilità e di benessere.

Ma su tale aspetto basta scorrere i periodici rapporti dell’ISTAT, dell’Osservatorio di Mestre e dei principali indicatori statistici ufficiali per cogliere questa accertata tendenza alla proletarizzazione del ceto medio e piccolo borghese. Una tendenza che a Napoli è il combinato disposto con il vertiginoso aumento della polarizzazione sociale che, in questi territori, mostra un impressionante parossismo fenomenologico.

Al netto di tali premesse occorre prendere atto che Gaetano Manfredi, il suo sodale Edoardo Cosenza, il blocco economico che sostiene questa cordata politico/affaristica/corporativa insediata a Palazzo San Giacomo ed a Palazzo Santa Lucia, le aziende coinvolte nei vari bacini di intervento, gli ordini professionali, le banche, i fondi di investimento e l’intero caravanserraglio che lucra da questo tipo di progettualità hanno parlato chiaro.

L’intervista di Manfredi al Corriere del Mezzogiorno e alcuni successivi articoli, intelligentemente pilotati in cui si faceva cenno a qualche (sommessa) critica confermando sostanzialmente i desiderata del Sindaco e – soprattutto – l’esautoramento, oramai di fatto, del Consiglio Comunale rappresentano un punto di non ritorno della progettualità capitalistica in città.

Nell’area occidentale (Bagnoli/Coroglio) e nell’intero spazio dei Campi Flegrei, nell’area Orientale (San Giovanni, Barra, Ponticelli ma anche Gianturco) con diramazioni nella fascia costiera vesuviana, nell’area Nord in continuità urbana con i grandi comuni dell’area metropolitana ed – ovviamente – nel Centro Antico/Storico sono in atto interventi strutturali importanti che muteranno il volto della città e la sua composizione di classe determinando un assetto profondamente antisociale ed aggiungerei anche antiumano se consideriamo alcune ricadute sul terreno delle relazioni sociali e delle modalità di relazioni, singole e collettive, di consistenti pezzi della (frantumata) società napoletana.

Certo Manfredi e gli altri soggetti istituzionali stanno accompagnando questo processo con un uso disinvolto e mistificante della comunicazione pubblica teso alla decantazione delle virtù mirabolanti di questa nuova Napoli che verrà. In città le redazioni dei giornali sono volgari megafoni dei proclami che provengono dal Palazzo e le pagine locali delle testate nazionali si reggono, in gran parte, con i proventi della pubblicità istituzionale. In Consiglio Comunale non esiste nessun tipo di opposizione a tale nefasto corso politico.

La Destra nella nostra città è storicamente concertativa ed interessata alla partecipazione, anche in forme marginali, al sottobosco clientelare e alle forme di grassazione istituzionale.

Nel contempo gli epigoni della “Sinistra” sono letteralmente incollati alle poltrone, all’avventura del Campo Largo e mantengono il silenzio/complicità/subordinazione nei confronti del Comitato di Affari che regge l’Amministrazione.

Insomma – come è capitato in altre epoche – siamo dentro un processo, non breve, ma già in atto, di una profonda trasformazione delle forme della metropoli imperialista con conseguenze ad ampio raggio che travalicheranno i confini geografici dell’area metropolitana con esiti, politici e sociali, che avranno notevole influenza a proposito delle nuove caratteristiche della questione/contraddizione meridionale/mediterranea.

Non è un caso che l’azione e le modalità degli interventi in corso hanno come baricentro la questione urbana e territoriale ma, per una efficace configurazione/valorizzazione di questi che Manfredi definisce poli di sviluppo, servono reti infrastrutturali (la realizzazione della linea Alta Velocità/Alta Capacità con la Puglia), servono le ZES (Zone Economiche Speciali) dove attrarre investitori e/o riciclare eccessi monetari, servono sistemi logistici (da quelli su strada a quelli portuali) e servono le cosiddette reti immateriali dove la conoscenza, la ricerca e le nuove tecnologie sono piegate, deliberatamente, alla imperante filosofia del dogma del profitto e delle nuove ed inedite forme dello sfruttamento della moderna e complessificata forza/lavoro.

La metropoli partenopea ha sempre vissuto questo tipo di trasformazioni (anche quelle avvenute dopo eventi catastrofici, tipo il sisma del 23 novembre 1980) in maniera contraddittoria e la progettualità capitalistica, di riffa o di raffa, ha sempre dovuto pagato un prezzo politico e materiale alle sacrosante rivendicazioni proletarie e popolari che, di volta in volta, si andavano agglutinando ed esprimendo attraverso variegati movimenti di lotta sociali ed esperienze politiche diverse e mutevoli nel tempo.

Insomma per gli agenti del capitale imporre i loro desiderata a Napoli non è mai stata una passeggiata e non sono mai riusciti ad imporre tranquillamente il loro punto di vista. Il conflitto metropolitano, con caratteristiche spurie e bastarde, ha sempre espresso nei nostri territori una vitalità notevole anche se, naturalmente, anche su tale versante, non sono mancati alcuni riusciti tentativi di sussunzione/disciplinamento/cooptazione delle lotte e delle loro ragioni sociali.

Ma tale fenomenologia è una dinamica insita nei processi della lotta di classe (specie nei punti alti dello sviluppo capitalistico) e merita, sicuramente, una adeguata trattazione di altra sede.

Ciò che – invece – in questi primi giorni di Settembre vogliamo evidenziare è la necessità di dare nuova vitalità ad una prospettiva di rappresentanza politica – autonoma ed indipendente – agli interessi, immediati e storici, dei settori popolari.

In questa torrida estate le proteste degli abitanti di Pozzuoli ed alcune vicende sindacali/sociali non hanno conosciuto pause o rallentamenti nelle loro mobilitazioni. Nei vari territori – nonostante tutto – anche come riflesso concreto della condizione di degrado generalizzato dello spazio pubblico e della qualità della sopravvivenza sta prendendo corpo una diffusa sensazione che chi occupa Palazzo San Giacomo è ostile alla città ed è dichiarato nemico dei poveri e della dignità delle persone.

In città è già cominciata, attraverso le modalità del peggiore politicantismo borghese, la campagna elettorale per le elezioni comunali la quale, in ogni caso, si intreccerà con le elezioni politiche. Questo terreno di scontro politico non è mai stato agevole per le forze anticapitalistiche e per quanti intendono interpretare la necessità della oramai, non più rinviabile, costruzione di un Campo Politico Indipendente. Di questa vera difficoltà siamo consapevoli fino in fondo.

Sappiamo che questo passaggio – una autentica cruna dell’ago da cui far passare il cammello del conflitto – sarà un terreno di iniziativa politica e sociale non evitabile se – veramente – oltre ogni suggestione elettoralista fuori tempo massimo, vogliamo contribuire a dare voce, forza e rappresentanza alle ragioni sociali che, oggettivamente, emergono dalle dinamiche della città e dallo sviluppo tumultuoso delle contraddizioni.

Organizzazione del conflitto metropolitano, inchiesta e con/ricerca militante dentro le trasformazioni capitalistiche della Città Negata e rafforzamento delle strutture sindacali e sociali indipendenti sono il migliore antidoto per mettere in difficoltà i nostri avversari di classe e mantenere aperta una prospettiva di cambiamento.

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