TORINO. Tre miliardi di euro. È la prima misura economica della ferita lasciata dall’estate 2026 nelle campagne italiane. La stima è di Coldiretti e comprende i danni provocati dall’insieme degli eventi climatici estremi – caldo, siccità, grandine e incendi – ma è stata soprattutto la mancanza d’acqua a mettere in crisi una parte importante dell’agricoltura italiana. Mais, riso, seminativi, foraggi e allevamenti sono stati fra i comparti più colpiti. In alcune aree le perdite dei raccolti sono arrivate all’80%, mentre nelle stalle caldo e scarsità di foraggio hanno ridotto la produzione di latte e aumentato i costi.
Il conto definitivo arriverà nei prossimi mesi. Ma mentre tornano le piogge, la domanda è già cambiata: non più soltanto quanto è costata questa siccità, ma come prepararsi alla prossima. Il governo punta innanzitutto sui ristori. «C’è la necessità dei ristori alle aziende colpite, attraverso il sistema AgriCat», ha spiegato nei giorni scorsi il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il secondo fronte è strutturale: «Bisogna continuare a investire sulla captazione delle acque e sulla ristrutturazione della rete idrica».
E’ nel Nord-Ovest che danni e possibili soluzioni appaiono con particolare evidenza. In Piemonte la situazione più grave si registra nelle aree non irrigue della Baraggia, tra Vercellese e Biellese: secondo Coldiretti, per il riso le perdite possono raggiungere il 70-80%, per il mais il 50-60% e per i foraggi circa il 50%. Nei noccioleti più vecchi i cali sono stimati fra il 20 e il 30%. Le piogge di fine agosto hanno attenuato la crisi senza cancellarne gli effetti. «Le imprese hanno subito danni ingenti e riscontrano difficoltà che richiedono risposte concrete», avverte il presidente di Confagricoltura Piemonte Enrico Allasia.
La prima risposta è economica. La Regione sta valutando prestiti a tasso agevolato, proroghe delle scadenze del credito ed esoneri parziali dei contributi previdenziali. Per individuare le aziende danneggiate si utilizzeranno anche i satelliti: il protocollo fra Piemonte e Agea consente di delimitare le particelle agricole colpite, quantificare le perdite e accelerare i pagamenti. Ma è sulla gestione futura dell’acqua che si gioca la partita più importante. Il Piemonte ha ottenuto dal ministero dell’Agricoltura altri 3,321 milioni di euro per microinvasi aziendali e interventi irrigui. Tre milioni rafforzano il bando 2026 per impianti più efficienti, bacini di stoccaggio e raccolta dell’acqua piovana. Il contributo pubblico copre il 65% degli investimenti ammessi, da 5 mila a 150 mila euro. Altri 321 mila euro vanno al precedente bando, che aveva già finanziato 241 interventi.
Il progetto più ambizioso riguarda la riforma della governance irrigua regionale, alla quale sarà aggiunto un piano dei piccoli e medi invasi. «Sarà strategico per dare uno strumento completo per i prossimi anni al nostro mondo agricolo», sostiene l’assessore Paolo Bongioanni. Gli agricoltori chiedono però di far parte del tavolo. «La gestione dell’acqua destinata all’agricoltura deve continuare a vedere protagonisti gli agricoltori e gli enti irrigui che da generazioni operano sul territorio», avverte Allasia. Confagricoltura sollecita inoltre un piano degli invasi e delle infrastrutture irrigue. A questo si aggiungono circa 20 milioni destinati alle aziende piemontesi colpite dall’aumento dei costi dei fertilizzanti. Non sono ristori per la siccità, ma risorse europee contro l’aumento dei costi produttivi destinate alle aziende interessate che hanno presentato domanda unica Pac 2026.
Pochi chilometri più a nord la siccità ha messo in discussione una certezza: l’abbondanza d’acqua delle Alpi. La Valle d’Aosta ha riconosciuto l’intero territorio regionale come «area gravemente colpita», qualificando la siccità come evento meteorologico grave e circostanza eccezionale ai fini della Politica agricola comune. «La siccità non è stata un fenomeno circoscritto: ha interessato tutto il territorio regionale», spiega l’assessora all’Agricoltura Speranza Girod. Le conseguenze: meno fieno nei fondovalle, meno foraggio e qualità inferiore nei pascoli, maggiori acquisti di mangimi e rientro anticipato del bestiame dagli alpeggi. «La nostra agricoltura vive un equilibrio molto stretto con il territorio e con la disponibilità di acqua e di foraggio – avverte Girod –. Quando questo equilibrio viene compromesso, le conseguenze ricadono direttamente sui bilanci delle aziende», fino al «rischio di chiusura». Il riconoscimento regionale permette alle aziende di far valere la causa di forza maggiore nelle misure Pac, evitando penalizzazioni a chi è stato costretto ad anticipare la discesa dagli alpeggi. Ma anche qui l’orizzonte si sposta dall’emergenza alla prevenzione. L’Osservatorio idrico regionale continuerà a lavorare in autunno coordinando agricoltura, acqua potabile, sanità, bacini, produzione idroelettrica e impianti a fune. «Occorre una strategia a lungo termine e congiunta», dice l’assessore all’Ambiente Davide Sapinet.
La strada indicata per tutto il Nord-Ovest è conservare più acqua nei periodi di abbondanza per averla quando piove meno: costruire piccoli e medi invasi, ridurre le perdite delle reti, raccogliere l’acqua piovana e riutilizzare per i campi quella depurata. Per le imprese significa adottare colture e tecniche che richiedono meno acqua, irrigazione di precisione e investimenti nello stoccaggio. Per la politica significa passare dalla gestione della calamità alla programmazione. Le piogge di settembre possono rialzare i fiumi, ma non restituiscono il mais bruciato, il fieno che non è cresciuto o il latte non prodotto. È l’eredità dell’estate 2026: la siccità non è più soltanto un’emergenza da affrontare quando manca l’acqua, ma un costo da mettere nei bilanci delle aziende e nella programmazione delle Regioni. La sfida è capire se alla prossima estate estrema il Nord-Ovest dovrà nuovamente contare i danni oppure avrà imparato a conservare l’acqua prima di dover correre ai ripari.
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