La buona notizia è che per via Arduino, piazza Gioberti e il Borghetto c’è finalmente una “visione”. La cattiva è che, per il momento, è appunto una visione.
La scorsa settimana, ai giardini del Castellazzo, è stato presentato il progetto elaborato da Arecom, con la collaborazione di Confesercenti, per provare a restituire un po’ di vita a una fetta di centro storico che negli ultimi anni di vita ne ha persa parecchia. Negozi chiusi, serrande abbassate, passaggio ridotto, problemi di sicurezza, degrado. Il quadro, purtroppo, non ha bisogno di grandi studi sociologici: basta farsi una passeggiata.
E allora ecco le idee. Una nuova illuminazione, più calda, più elegante, più “da salotto”. In via Arduino elementi di arredo davanti ai negozi, tavolino e sedie, insegne coordinate per commercianti e artigiani. Insomma, una strada più bella, più accogliente, più ordinata. Quasi quella che tutti vorrebbero. Quando? Bella domanda.
Perché qui finisce la parte delle immagini e comincia quella, molto meno romantica, dei soldi. Per realizzare buona parte degli interventi bisognerà partecipare a un bando. E naturalmente vincerlo. Quindi, al momento, più che opere sono intenzioni. Visioni, appunto. Se arriveranno i finanziamenti diventeranno lampioni, sedie e insegne. Altrimenti resteranno dove stanno meglio tutte le buone intenzioni: sulle slide. Qualcosa, invece, dovrebbe arrivare prima: le telecamere di videosorveglianza.
Ed è proprio durante l’incontro che alcuni dei pochi commercianti presenti hanno posto una domanda molto meno scenografica e decisamente più concreta: che fine hanno fatto i contributi promessi per le nuove aperture?
Qui entra in scena un numero che negli ultimi mesi a Ivrea è diventato quasi mitologico: 120 mila euro.
Centoventimila di qua, centoventimila di là. A forza di citarli qualcuno ha finito per convincersi che esistesse un bel salvadanaio da 120 mila euro in Municipio, pronto per essere rotto ogni volta che qualcuno avesse deciso di alzare una serranda.
Non è così. I 120 mila euro certi sono quelli del Distretto urbano del commercio e riguardano tutta Ivrea, non soltanto via Arduino. E soprattutto non sono tutti destinati alle nuove aperture.
La divisione è molto semplice: 85 mila euro sono destinati alle attività già esistenti, 20 mila euro alle nuove imprese o alle nuove unità locali e altri 15 mila euro al commercio su area pubblica.
Tradotto: il famoso tesoretto da 120 mila euro per riempire i negozi vuoti del centro storico non esiste.
Per chi decide di aprire una nuova attività il contributo può coprire fino all’80 per cento della spesa, con un massimo di 6 mila euro. E c’è un incentivo che, questo sì, interessa particolarmente via Arduino: vengono assegnati 10 punti in più a chi apre in un locale commerciale rimasto sfitto o inutilizzato da almeno un anno.
Considerato il numero di serrande abbassate, da quelle parti non dovrebbe essere difficile trovare la materia prima.
Il problema è un altro. Quando nei mesi scorsi si è fatto il primo conto delle domande presentate, ce n’erano appena 16, per circa 55 mila euro di investimenti. Talmente poche da spingere il Comune ad allungare i tempi del bando fino al 22 settembre
Domanda: possibile che in una città che continua a raccontare la crisi del commercio, non ci sia la fila per chiedere un contributo?
Certo che lo è, anche perché per ottenere soldi pubblici bisogna avere i requisiti, essere in regola con il DURC, con gli obblighi contributivi e fiscali. Ed evidentemente il mondo reale è anche peggiore di come la si tenta di raccontare.
Ma sarebbe comunque sbagliato pensare che il problema di via Arduino cominci e finisca con un bando.
La verità è molto più semplice e molto più scomoda: il commercio del centro storico sta soffrendo da anni e continua ad aspettare risposte che arrivano con una lentezza inversamente proporzionale alla velocità con cui si abbassano le serrande.
Questa primavera e questa estate il tema aveva già prodotto un lungo botta e risposta tra l’assessora al Commercio Gabriella Colosso e Ciro Lubrano Lavadera, titolare di “Vino e dintorni” e uno dei commercianti che più spesso ci ha messo la faccia.
Colosso aveva ricordato che la crisi del commercio di prossimità non è un’invenzione eporediese: e-commerce, grande distribuzione, nuove abitudini dei consumatori. Quindi aveva elencato gli interventi messi in campo dal Comune: la “sosta gentile”, gli eventi, il Distretto del Commercio, gli arredi urbani, i progetti.
Lubrano, però, aveva risposto con una domanda molto meno teorica: che cosa state facendo adesso?
Aveva chiesto parcheggi gratuiti, più telecamere in Ztl contro la sosta selvaggia. Si era concentrato sui problemi notturni. Aveva rilanciato perfino l’idea di una navetta ecologica capace di collegare il centro con i parcheggi esterni, sostenendo che gli stessi commercianti sarebbero stati disponibili a contribuire economicamente.
E soprattutto aveva contestato i tempi. Perché va bene spiegare che la crisi è nazionale, strutturale, epocale, planetaria e magari pure cosmica. Ma poi uno apre il negozio al mattino e deve fare i conti con la sua strada, non con l’e-commerce mondiale.
E in quelle stesse vie, mentre si parlava di attrattività urbana, per mesi si è discusso anche di guano di piccione, sporcizia, cattivi odori, pulizie insufficienti e commercianti costretti a lavare davanti ai propri locali.
La verità? Tutto bello. L anuova illuminazione, il tavolino davanti al negozio e un’insegna coordinata. Tutte idee rispettabilissime. Ma prima di trasformare via Arduino in un salotto bisognerebbe forse assicurarsi che ci siano ancora abbastanza negozi davanti ai quali mettere le sedie. Perché il centro storico non muore perché manca il tavolino giusto.
Muore quando non passa più nessuno, quando aprire un’attività diventa una scommessa, quando chi già c’è si sente lasciato solo, quando una serranda chiude e per mesi nessuno la rialza. Muore un pezzetto alla volta.
Al Castellazzo, la scorsa settimana, il Comune ha mostrato come vorrebbe che diventassero via Arduino, piazza Gioberti e il Borghetto. Adesso resta da capire una cosa molto più importante.
Che cosa intende fare, e quanto velocemente, perché quando arriveranno lampioni, arredi e insegne coordinate ci sia ancora qualcuno a cui servano.
Ogni volta che si parla della crisi del commercio arriva, prima o poi, la stessa risposta. Il problema è nazionale. C’è Amazon. C’è la grande distribuzione. Sono cambiate le abitudini. La gente compra su Internet. I Comuni possono fare poco.
Tutto vero? Più o meno….
Perché un Comune non può fermare Amazon, non può obbligare la gente a comprare un paio di scarpe in via Arduino anziché sul telefonino e non può neppure impedire per decreto che un commerciante abbassi la serranda. Ma può fare delle cose.
Può, per esempio, decidere quanto costa parcheggiare. Anzi, il Codice della strada dice chiaramente che sono i Comuni, previa deliberazione della Giunta, a stabilire le aree nelle quali la sosta è a pagamento, fissandone condizioni e tariffe.
Quindi si può discutere di parcheggi gratuiti, di prima ora gratis, di gratuità nella pausa pranzo, di agevolazioni per chi viene in centro a fare acquisti. Si può decidere che una politica della sosta serva soprattutto a fare cassa. Oppure che serva anche a rendere più semplice raggiungere i negozi. Sono scelte. Si può intervenire sulla TARI.
Anche qui, attenzione, perché per alcuni sindaci quando si parla di questa tassa, spesso sembra di parlare delle tavole della legge consegnate a Mosè sul Sinai.. “Non si può, la tariffa deve coprire il servizio, non dipende da noi…”. Balle!!!
La normativa consente ai Comuni di prevedere ulteriori riduzioni ed esenzioni TARI, anche per ragioni di interesse pubblico e di sostegno al territorio. C’è naturalmente un piccolo particolare: quelle agevolazioni devono essere finanziate con altre risorse del bilancio comunale. Ah. Ecco il problema.
Bisogna trovare i soldi. Ed è proprio qui che la discussione sul commercio smette di essere una bella conferenza sulla desertificazione urbana e diventa politica nel significato più elementare del termine. Perché amministrare significa soprattutto questo: scegliere.
Se il Comune decidesse, per fare un esempio, di ridurre per due o tre anni la TARI alle nuove attività che aprono nei locali rimasti sfitti da tempo, dovrebbe mettere dei soldi a bilancio. Se decidesse di alleggerirla anche ai piccoli negozi già esistenti, idem.
Se decidesse di rinunciare a una parte degli incassi dei parcheggi per rendere più conveniente arrivare in centro, dovrebbe capire come compensare quelle minori entrate e tenere conto delle destinazioni previste dalla normativa per i proventi della sosta.
Non è gratis. Ma neppure impossibile. La domanda, quindi, non è più «si può fare?».
La domanda è: quanto siamo disposti a spendere per evitare che il centro storico diventi una lunga esposizione di serrande abbassate? E soprattutto: dove mettiamo il commercio nella graduatoria delle priorità della città?
Proviamo a fare una domanda volutamente brutale. È più importante tenere aperto il Museo Garda o tenere aperti i negozi?
Domanda ingiusta, naturalmente. Perché un museo è cultura, patrimonio, turismo e identità e non c’è nessuna ragione seria per contrapporlo a un panettiere, a un’enoteca o a un negozio di abbigliamento. Ma serve a capire il concetto.
Perché quando si costruisce un bilancio comunale si decide continuamente che cosa finanziare e quanto finanziarlo. Cultura, sport, manifestazioni, manutenzioni, servizi sociali, turismo, personale, contributi, eventi. Morale? Anche un negozio aperto è un servizio alla città.
Illumina una strada. Porta gente. Produce lavoro. Paga affitto e tasse. Fa presidio. Rende più sicuro un pezzo di quartiere semplicemente perché qualcuno, dietro quella vetrina, c’è. Quando chiude, invece, resta una serranda.
E dopo la prima ne arriva una seconda. Poi una terza. Alla fine puoi mettere tutti i totem turistici di Comotto che vuoi, in lingua inglese, francese, spagnola, o araba, ma rischi di avere turisti perfettamente informati mentre passeggiano davanti a locali vuoti.
Stesso ragionamento per lo Storico Carnevale. Nessuno sano di mente proporrebbe di cancellarlo. Fa parte dell’identità di Ivrea e porta in città migliaia di persone. Ma anche il Carnevale costa.
Senza neppure pretendere di ricostruire qui il costo complessivo sostenuto dal Comune, alcuni affidamenti pubblicati per l’edizione 2026 danno già la dimensione degli ordini di grandezza: 120.814 euro per il supporto tecnico, 31.551 euro per lavaggio e sanificazione delle vie, quasi 15 mila euro per la pulizia straordinaria delle caditoie e oltre 19 mila euro per reti e accessori di protezione degli edifici. Solo queste quattro voci fanno circa 186 mila euro, e non rappresentano l’intero conto del Carnevale.
Sono soldi buttati? No. Sono scelte. Ed è esattamente questo il punto.
Perché se troviamo centinaia di migliaia di euro per organizzare, proteggere e pulire la città durante il Carnevale significa che, quando consideriamo qualcosa importante, i soldi in qualche modo li cerchiamo.
Ed è giusto che sia così. La domanda da fare alla politica è un’altra: quanto è importante il commercio? Abbastanza da dedicargli 20 mila euro per le nuove aperture dentro un bando da 120 mila? Abbastanza da mettere qualche tavolino davanti ai negozi se arriveranno i finanziamenti? Oppure abbastanza da cominciare a ragionare su misure strutturali, mettendoci risorse vere? Per esempio: agevolazioni TARI mirate. Una politica diversa della sosta. Incentivi pluriennali per chi riapre un locale chiuso da anni. Riduzioni o esenzioni sul suolo pubblico in casi determinati. Fondi per sistemare le vetrine abbandonate. Sicurezza, illuminazione, pulizia. Procedure più semplici.
Poi si può discutere su quali misure funzionino meglio e quali costino troppo. Ma almeno smettiamo di raccontarci che un Comune non possa fare nulla. Può fare ciò che le sue competenze e il suo bilancio consentono. E il bilancio non è una calamità naturale. È un documento politico.
Nel frattempo, mentre a Ivrea fanno i “visionari” a livello nazionale, qualcuno ha provato a mettere il tema nero su bianco.
Si chiama “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”, iniziativa di legge popolare depositata in Cassazione e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 19 maggio 2026. L’iniziativa è promossa nell’ambito della campagna di Confesercenti.
Al centro della proposta sono le cosiddette ZESpro, le Zone Economiche Speciali di Prossimità: aree urbane e periurbane nelle quali concentrare agevolazioni fiscali, sostegni finanziari e semplificazioni amministrative per negozi e servizi di vicinato. È prevista anche l’istituzione di un fondo e di un osservatorio nazionale.
L’iniziativa sulla piattaforma nazionale ha l’identificativo 6700009 e può essere sottoscritta digitalmente. Confesercenti indicava, al 15 settembre, quasi 45 mila firme rispetto all’obiettivo delle 50 mila. In diverse città i Comuni hanno anche messo a disposizione gli uffici per la raccolta cartacea; a Lucca, per esempio, sindaco e amministrazione hanno pubblicamente aderito all’iniziativa. E allora anche a Ivrea una domanda si potrebbe fare. Che cosa intende fare il Comune?
Perché sulla crisi del commercio possiamo continuare a organizzare incontri, elaborare progetti, disegnare insegne coordinate e immaginare via Arduino come un bel salotto. Va benissimo. Ma il rischio è che la visione già oggi per alcuni è un incubo…
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