Dunque, è venuto il momento di guardare non solo all’ampiezza del fenomeno, ma anche alla sua profondità. In effetti si tratta di un fenomeno che cresce quando aumenta il malessere sociale e si innalza l’insicurezza, cosa che ci rammenta il grande disorientamento collettivo che affligge da tempo larga parte degli operai (non solo quelli dell’industria) e porzioni crescenti di ceto medio.
Dobbiamo purtroppo constatare come le nuove destre siano state capaci di sintonizzarsi meglio con questo diffuso disagio e con questa domanda di rassicurazione e di senso: offrendo risposte molto discutibili, ma che colgono nel vivo la richiesta di attenzione e di riconoscimento da parte di questi gruppi sociali. In questo senso sarebbe sbagliato ridurre tutta questa protesta sociale a un rigurgito nostalgico o neo-nazista, che costituisce al più uno degli ingredienti della attuale ricetta della destra-destra.
Per questo rendere chiaro il programma sociale del centro-sinistra e comunicarlo in modo efficace alla parte più popolare dell’elettorato è diventata una urgenza non più rinviabile.
Un programma sociale e fondato sul lavoro, se è diventato chiaro, oltre che vero, che l’alternativa alle destre si gioca sul terreno della riduzione dell’insicurezza e su quello della capacità di rivolgersi in modo affidabile e da vicino ai lavoratori.
Naturalmente un programma elettorale deve contenere diversi aspetti, anche se non troppi. E molto netti. E tra questi i messaggi centrali debbono riguardare il lavoro se si vuole davvero gettare un ponte verso quei ceti produttivi delusi che negli ultimi quindici anni si sono allontanati dalla sinistra o non vanno più a votare. Si tratta di indicare gli obietti giusti e realizzabili individuando le risorse e le condizioni di contesto che li rendono concretamente praticabili.
In questo senso, come abbiamo sostenuto più volte, il punto di attacco principale nel nostro Paese resta quello della tutela e del rilancio dei salari.
Come è noto, tutte le fonti – e più di recente anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – concordano sul fatto che i salari italiani siano quelli con maggiore sofferenza tra i paesi OCSE e addirittura che siano diminuiti sensibilmente rispetto al 2019.
Deve essere chiaro che, se nel confronto con il 2019, i salari reali perdono in media il 6,1%, la perdita effettiva ammonta a circa 9 punti. Un salario reale di 32 mila euro, quest’anno arriverà ad un taglio di più di 3000 euro: quindi, cumulando la perdita dal 2021 al 2026 calcoliamo circa 12 mila euro persi e non più recuperabili senza un incremento retributivo superiore all’inflazione reale. Anche quest’anno con l’inflazione ormai al 3% e i salari con una crescita al 2,2% la spirale di continuo calo, senza correttivi, è destinata a durare. Le spese per la famiglia, inclusi mutui e bollette, segnano inoltre un altro balzo, che rende ancora più importante realizzare un’inversione di tendenza. Diversamente dalla retorica ottimista del governo Meloni dobbiamo constatare come aumentino i rischi di un ulteriore allargamento della platea delle persone che non arrivano a fine mese.
Per questa ragione far crescere i salari è diventata, oltre che la questione sociale per eccellenza, una necessità urgente per la nostra economia, come ha ammesso a Cernobbio lo stesso ministro Giorgetti.
Nonostante ciò qualcuno continua a sostenere che, quando una economia come la nostra si trova poco più che in stagnazione, non esistono margini per aumentare i salari. In realtà, invece, dobbiamo considerare questo come un potente argomento a favore: la crescita dei salari può tradursi – se ben costruita – in uno stimolo formidabile per tutto il processo produttivo, oltre che in una spinta al cambiamento tecnico e organizzativo che farebbe bene alle imprese e ne migliorerebbe la produttività.
Come abbiamo già sostenuto nel nostro volume “L’Italia che non arriva a fine mese” (Feltrinelli, 2025), far crescere i salari costituisce anche la risposta più forte ai problemi delle componenti deboli del mondo del lavoro, ai lavoratori con tutele ridotte e con condizioni di lavoro inadeguate: i quali rappresentano, specie nel terziario, una parte crescente del nostro tessuto sociale e produttivo. Dunque, per questa via, si rende possibile innescare un aumento anche della qualità del lavoro e dello spessore delle tutele.
La questione salariale è anche la principale spiegazione dei problemi crescenti delle generazioni più giovani. Le basse retribuzioni e la carenza di lavori stabili e di qualità costituiscono il retroterra del corposo esodo degli ultimi dieci anni: circa 600 mila giovani che hanno scelto di emigrare, di cui il 34% laureati. Il Cnel ha mostrato di recente come l’83% degli emigrati sarebbe disponibile a rientrare se le retribuzioni venissero innalzate a livelli dignitosi. Non dimentichiamo i tanti che lavorano nei servizi, come bar e ristoranti, e che guadagnano generalmente tra i 1000 e i 1300 euro e ancora di meno se sono costretti a lavorare con contratti di part time involontario. Senza contare che anche le retribuzioni delle occupazioni più qualificate restano per i giovani a livelli bassi e inadeguati. Guadagnare (almeno) 2000 euro, come avviene in Germania o Francia, è davvero un’utopia? Non si tratta di un obiettivo irrealizzabile . Non mancano i casi virtuosi a cui fare riferimento . In Portogallo è stata varata una norme che prevede per i più giovani un sostegno decennale attraverso l’abbassamento delle tasse, un azzeramento nel primo triennio, che poi diventa meno 70% per altri quattro anni, e infine si situa a meno 30% nell’ultimo triennio.
Un programma efficace e vincente deve possedere un respiro di sistema e concentrarsi sui temi tra loro interconnessi che fanno la differenza sul piano sociale: Lavoro, Salari, Pensioni, Fisco, Sanità, Scuola e contrasto al cambiamento climatico.
In questa sede intendiamo ribadire come i miglioramenti per i lavoratori debbono essere visti dentro un quadro d’insieme: politiche contrattuali e fiscali, un quadro di politica industriale, un sostegno legislativo alle acquisizioni più rilevanti delle parti sociali, delle quali va incoraggiato lo sforzo attuale di arrivare ad un nuovo Patto di portata generale in grado di rimettere in moto e ridare speranza all’insieme delle nostre imprese e dei nostri lavoratori.
Al centro del programma va messo, come abbiamo già sottolineato, un impegno per far recuperare gradualmente i salari rispetto alle perdite registrate negli anni successivi al 2019.
Quindi, la previsione nei prossimi contratti di un incremento dei minimi al di sopra dell’inflazione prevista. In questo senso bisogna immaginare di immettere nella crescita salariale ogni anno un 1% di quota di produttività e una quota di extraprofitti destinata ai salari.
Per rafforzare questa traiettoria positiva sono importanti altre cose. Una base di calcolo del costo della vita fondata sull’Ipca generale, in modo da tener conto dell’andamento complessivo dell’inflazione: incluso l’aumento del prezzo del petrolio, che tanto pesa sulle incertezze sociali e sulla stessa inflazione.
E poi, in modo particolare, ragionare sull’introduzione di un meccanismo semiautomatico di recupero salariale annuale, come già previsto nel contratto dei metalmeccanici e di altre categorie.
Inoltre, se è vero che i salari meglio protetti sono quelli dei settori dove i contratti sono stati sottoscritti in modo più tempestivo (che poi sono anche i settori dove è più incisiva la presenza sindacale), diventa importante favorire attivamente la chiusura rapida dei contratti.
Come ormai è divenuto chiaro nel tempo, il governo del fiscal drag e la politica fiscale debbono accompagnare con scelte pubbliche adeguate questo potenziamento del ruolo salariale della contrattazione collettiva. Questo aspetto, già centrale in passato , va pienamente recuperato. Per questo servirà una politica fiscale mirata in funzione della restituzione di 25 miliardi di fiscal drag. In passato esisteva una legge che proteggeva le retribuzioni da questo effetto perverso: una legge di regolazione del drenaggio fiscale che quindi andrebbe ripristinata. Più in generale si tratta di rafforzare l’equità nel prelievo contributivo, a differenza di quanto fatto dalla destra. Non risulta accettabile un sistema nel quale lavoratori e pensionati a 50 mila euro hanno un prelievo fiscale fissato al 43%, ed invece i dividendi azionari sono tassati al 26%. La tassazione deve essere omogenea e progressiva sulla base della ricchezza reale come indicato dalla Costituzione.
Le risorse aggiuntive per finanziare questo sforzo di recupero dei salari e di riduzione delle disuguaglianze vanno prese dove sono. Due misure, di cui si parla, sarebbero utili e in grado di aiutare in modo consistente questo processo riformatore. Parliamo di un intervento sugli extraprofitti, già immaginato dal Governo Draghi, e di una imposta sulle grandi ricchezze finanziarie. Misure di questo tipo, se realizzate in modo adeguato e combinate bene, possono portare fino a circa 30 miliardi di prelievo aggiuntivo.
E da ultimo, per completare e rafforzare questo disegno, serve immaginare l’introduzione, intelligente ed anche graduale, del salario minimo, a partire dal riconoscimento di legge dei minimi fissati dai contratti nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, che diventerebbero in tal modo inderogabili. Con l’intento di spingere progressivamente verso l’alto i gruppi e i settori più deboli. Se si parlava negli anni scorsi di un salario minimo orario a 9 euro, oggi diventa necessario aggiornare quella previsione e ipotizzare circa 12 euro. Senza contare che un buon lavoro preparatorio delle istituzioni e delle parti sociali potrebbe condurre ad una previsione sistematica di una varietà di protezioni minime, non solo orarie, per combattere le diverse facce del fenomeno dei bassi salari,
Soprattutto va enfatizzato come questi provvedimenti evochino lo spirito di una forte cooperazione per le riforme. Quello spirito che si evidenziò nel 1993 con l’Accordo Ciampi e che oggi andrebbe riscoperto e ripensato nella logica di un grande patto sociale volto a mobilitare le forze migliori in funzione del bene comune.
Come è possibile vedere, il solo tema del lavoro e del salario richiede il coordinamento di misure diverse e un forte raccordo con la contrattazione e il ruolo delle parti sociali.
Per questa ragione quello che proponiamo è un programma che ruoti intorno al lavoro e in grado di evocare un salto di qualità nella integrazione tra più strumenti e più attori , oltre che nella capacità di comunicarli in modo stringente con l’intento di coinvolgere attivamente i diretti interessati.
Non si tratta di una riedizione di antichi dirigismi o della verticalità messa in campo dall’attuale Governo: l’orizzonte è quello di un patto sociale in grado di rianimare e rimobilitare trasversalmente la società a partire da un rapporto virtuoso tra soggetti politici e grandi organizzazioni sociali.
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