Clamoroso dietrofront della famiglia Fulchir nel salvataggio di BCS spa, storica azienda di Abbiategrasso (Milano) produttrice di macchine agricole con i marchi BCS, Ferrari, Pasquali e Mosa, che a inizio aprile era stata ammessa alla procedura di concordato in bianco (ex art. 44 Codice della Crisi). A pochi giorni dall’annuncio del piano di rilancio (si veda altro articolo di BeBeez), il gruppo industriale veneto ha infatti deciso di non procedere all’ingresso nel capitale di BCS, dopo che l’accesso all’azienda e le successive verifiche avrebbero fatto emergere, secondo Fulchir, criticità industriali significativamente più gravi di quelle precedentemente valutate (si veda qui il comunicato stampa).
Il piano prevedeva una prima fase basata sull’affitto del ramo d’azienda a Italica srl, una newco costituita dalla famiglia Fulchir, e un successivo completamento dell’operazione nell’ambito del percorso concordatario. La newco avrebbe preso in affitto il ramo d’azienda comprendente i marchi e le attività produttive di BCS, Ferrari, Pasquali e Mosa, con l’obiettivo di riavviare la produzione già da ottobre. Il piano prevedeva inoltre l’immissione immediata di 5-10 milioni di euro di mezzi propri, accompagnata da nuove linee di credito bancarie, e il trasferimento alla newco dei circa 430 dipendenti, con ricorso alla cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione e l’obiettivo del pieno reimpiego entro l’inizio del 2028.
Ora inveve il nuovo comunicato precisa che Fulchir, “di comune accordo con BCS”, ha deciso di non procedere al completamento dell’acquisizione delle quote, lasciando alla società la prosecuzione delle procedure in corso.
A determinare il ritiro sarebbe stata la situazione riscontrata direttamente una volta entrati nell’azienda. Fulchir parla di un “complessivo deperimento del sistema industriale”, con difficoltà rilevanti nella disponibilità dei componenti, nella continuità delle forniture e soprattutto nella possibilità di riattivare i processi produttivi. La situazione della supply chain sarebbe risultata particolarmente critica anche a causa, sostiene il gruppo, delle compromissioni intervenute nella rete dei fornitori e delle conseguenti difficoltà nel reperire componenti e materiali indispensabili alla produzione.
Problemi che, secondo Fulchir, avrebbero richiesto tempi e costi non previsti inizialmente, aumentando sensibilmente il rischio operativo del turnaround. Il gruppo segnala inoltre il rischio di una forte dipendenza da alcuni fornitori strategici, che avrebbe potuto tradursi in condizioni di approvvigionamento economicamente non sostenibili. Sono questi elementi, afferma il comunicato, ad avere modificato “in maniera sostanziale” la valutazione iniziale dell’investimento.
Quello appena sfumato, peraltro, era già il secondo tentativo di arrivare a una soluzione con la famiglia Fulchir. A inizio settembre la stampa di settore aveva infatti riferito che la trattativa sviluppata nel corso dell’estate si era interrotta ad agosto, nel quadro di uno stallo sulla procedura concordataria (si veda qui Meccagri). La situazione si era poi sbloccata nuovamente nei primi giorni di settembre: nell’incontro del 9 settembre in Assolombarda, Fulchir era tornata al tavolo confermando il progetto della newco e il riavvio produttivo (si veda qui Il Giorno).
Il nuovo stop riporta quindi BCS esattamente al cuore della crisi che aveva portato la società a cercare un investitore. Controllata dalla famiglia Castoldi, BCS aveva subito nel 2024 una brusca contrazione dell’attività, con ricavi scesi a circa 114 milioni di euro, rispetto ai circa 155 milioni dell’anno precedente, a causa soprattutto della frenata degli investimenti delle aziende agricole europee in un contesto di tassi elevati. L’esercizio si era chiuso con una perdita operativa di circa 8,8 milioni, mentre l’indebitamento finanziario netto era salito a circa 48 milioni di euro, dai 19 milioni del 2020.
La crisi era poi sfociata nel ricorso agli strumenti previsti dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Il dossier era arrivato anche al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove a luglio era emersa l’esistenza di almeno due soggetti potenzialmente interessati all’acquisizione delle attività. La Regione Emilia-Romagna, coinvolta per la presenza dello stabilimento di Luzzara, aveva allora sottolineato la necessità di verificare solidità finanziaria e piani industriali dei potenziali acquirenti (si veda qui RERNotizie).
Il processo di ricerca dell’investitore, seguito da Pirola Corporate Finance, aveva coinvolto oltre 110 potenziali controparti industriali, finanziarie e immobiliari italiane ed estere. Da quel processo era emerso l’interesse di Stefano, Carlo e Federico Fulchir, inizialmente attraverso Zetronic srl, per poi strutturare l’intervento attraverso la nuova Italica srl.
La famiglia Fulchir aveva già costruito negli ultimi due anni un track record di operazioni di rilancio industriale. Nell’ottobre 2024 aveva rilevato dalla multinazionale americana Molex l’ex Molex Zetronic di Padova, oggi appunto Zetronic, attraverso iVision Tech, quotata su Euronext Growth Milan e controllata da Stefano Fulchir, con il 45%, e Innovatek, riconducibile a Carlo Fulchir, con il restante 55%. Nell’aprile 2025 Zetronic era poi intervenuta nel salvataggio di Estrima, società quotata all’EGM e produttrice delle minicar elettriche Birò, sottoscrivendo un aumento di capitale riservato da 3 milioni di euro e acquisendone il 52%.
Proprio questa esperienza industriale aveva contribuito a individuare Fulchir come candidato per il rilancio di BCS. Ma le condizioni riscontrate dopo l’accesso diretto all’azienda hanno ora portato il gruppo a una conclusione opposta.
Per BCS si riapre così una situazione particolarmente delicata. Il comunicato Fulchir si limita a precisare che la società proseguirà le procedure in corso, senza indicare quale sarà il nuovo percorso industriale o concorsuale. Secondo quanto riportato dalla stampa locale dopo il ritiro di Fulchir, tra le ipotesi che tornano sul tavolo vi sarebbe anche la liquidazione, mentre la vertenza resta aperta presso il Mimit; al momento, tuttavia, non risulta annunciato un nuovo investitore (si veda qui Milano Pavia News).
Il nodo più urgente torna quindi a essere quello della continuità produttiva e occupazionale. Ancora il 15 settembre il piano Fulchir veniva presentato come la soluzione in grado di salvaguardare tutti i circa 430 dipendenti e far ripartire le linee a ottobre (si veda qui RaiNews) Con il ritiro dell’investitore, quelle condizioni vengono meno e il futuro degli stabilimenti di Abbiategrasso e Cusago, nel Milanese, e Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, torna a dipendere dall’esito della procedura e dall’eventuale individuazione, in tempi molto stretti, di un nuovo soggetto industriale.
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