La ministra del Lavoro: serve per rafforzare le pensioni dei giovani. La Lega vuole congelare l’adeguamento alla speranza di vita? Attenzione ai conti
«Una proposta utile e opportuna, sulla quale stiamo lavorando». Marina Calderone, ministra del Lavoro, spiega in quest’intervista qual è la sua idea sulla quale convergono i presidenti di Inps, Covip e Ania, che potrebbe entrare nella prossima legge di Bilancio. Si tratta della creazione di un «fondo previdenziale alla nascita», che verrebbe aperto per ogni nuovo nato con un piccolo contributo iniziale versato dallo Stato e poi alimentato volontariamente da genitori e familiari e infine dal beneficiario stesso quando cominci a lavorare. Obiettivo: costruire un nuovo pilastro previdenziale a capitalizzazione che con piccoli versamenti farebbe maturare sul lungo periodo (65-67 anni, l’età di pensionamento) un capitale importante per le future pensioni dei giovani.
«Da parte del governo e del ministero c’è massima la attenzione a tutto quanto attiene alla costruzione di pilastri aggiuntivi di previdenza. Siamo già intervenuti, stabilendo che dal primo luglio di quest’anno vi sia l’adesione automatica ai fondi pensione dei nuovi assunti e aumentando il tetto alla deducibilità dei contributi fino a 5.300 euro l’anno. Ora valutiamo la fattibilità del fondo previdenziale alla nascita. Credo che per il successo di questo strumento servirebbe anche prevedere incentivi fiscali sui contributi versati in questa sorta di salvadanaio, magari incrementando ancora la deducibilità».
Servirebbe però anche una copertura per il versamento iniziale dello Stato. Si potrebbero utilizzare le risorse del bonus bebè (mille euro una tantum)?
«Le coperture si trovano, senza sottrarle ad altri strumenti, tanto più che per far partire il fondo previdenziale alla nascita bastano piccoli importi. In Germania, il governo ha appena varato un fondo del genere, prevedendo un versamento di 10 euro al mese».
Chi dovrebbe gestire il fondo? L’Inps o i privati?
«Immagino un sistema in cui la vigilanza sia ovviamente della Covip mentre la gestione del fondo sia in capo all’Inps. Questo non significa che ci sia una preclusione a operare in modo sinergico con realtà di mercato, ma, considerando che ci dovrebbe essere anche un iniziale contributo dello Stato, credo che l’Inps possa occuparsi della gestione, del monitoraggio e della rendicontazione mentre i ministeri del Lavoro e dell’Economia svolgono il ruolo di indirizzo e vigilanza».
Questa proposta nasce dalla preoccupazione che il declino demografico metta a rischio la tenuta della previdenza obbligatoria fondata sul sistema a ripartizione. Come si può intervenire?
«Il principale intervento per mettere al sicuro le pensioni dei giovani è il lavoro. Il primo pilastro regge se i giovani hanno carriere lavorative non precarie. Per questo, fin dal suo insediamento, il governo si è speso per aumentare l’occupazione stabile e i risultati ci danno ragione: il contratto a termine è rientrato nell’alveo naturale dei lavori temporanei mentre oggi le aziende investono sul lavoro a tempo indeterminato. Abbiamo favorito questa svolta con incentivi alle assunzioni stabili e con il “salario giusto”».
L’occupazione stabile è aumentata, ma i salari italiani restano troppo bassi.
«Il recupero del potere d’acquisto non avviene in maniera repentina, ma abbiamo preso i provvedimenti che servono, stanziando due miliardi. Ne ricordo qualcuno. La detassazione al 5% degli aumenti contrattuali significa che un lavoratore, su mille euro di aumento in un anno, non versa più mediamente 330 euro di Irpef ma solo 50. E l’aliquota dell’1% sui premi aziendali, con l’aumento da 3mila a 5mila euro dell’importo detassabile, ha prodotto un aumento sia del valore sia dei lavoratori beneficiari dei premi stessi. Infine, aver messo al centro il “salario giusto”, stabilendo che il riferimento per le retribuzioni è il “trattamento economico complessivo” indicato nei contratti stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative, significa andare oltre i minimi di retribuzione, e le stesse parti sociali hanno in corso una trattativa che parte da questi presupposti».
«C’è un impegno non solo mio ma soprattutto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ritengo inoltre che vada confermata la tassazione agevolata sul resto del “pacchetto”, dal lavoro notturno ai festivi».
Un altro nodo è quello dell’età pensionabile, che, dal 2027, salirà di un mese e dal ’28 di altri 2. Fu deciso con la manovra 2026, spalmando su 2 anni l’aumento che altrimenti sarebbe stato di 3 mesi nel ’27. Ora però la Lega, vuole di nuovo congelare lo scatto. Che ne pensa?
«Che è stato già fatto un grosso intervento distribuendo tra il 2027 e il ‘28 l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita. Ci confronteremo nella maggioranza e con le parti sociali, ma dico che dobbiamo fare attenzione alla stabilità dei conti e che le scelte non debbono ricadere sui giovani. Penso anche che si possa lavorare sulla pensione contributiva e sulle uscite anticipate per i gravosi e gli usuranti e per favorire l’invecchiamento attivo, costruendo meccanismi di staffetta generazionale».
Quando parla della pensione contributiva si riferisce alla soglia di un trattamento maturato pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale per poter lasciare il lavoro al 64 anni? Si potrebbe abbassare la soglia?
«Su questo come sulle altre ipotesi che riguardano la previdenza, ripeto, bisogna fare gli approfondimenti necessari e sentire anche le valutazioni delle parti sociali».
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