Limitarsi all’analisi della sola IRPEF offre una lettura fuorviante della reale capacità contributiva del Paese, occultando il peso delle imposte sostitutive e i privilegi dei grandi capitali
La periodica pubblicazione delle statistiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze sull’anagrafe tributaria alimenta con matematica regolarità e con solita narrazione ormai consolidata, anche da parte dei media, un dogma ben preciso: l’IRPEF è sostenuta da una quota esigua di contribuenti.
I dati descrivono un Paese in cui l’80% del gettito IRPEF è versato da appena un terzo dei cittadini e da qui ecco la vulgata sociopolitica dominante dei ceti minori che non contribuiscono alla spesa pubblica e un’esigua minoranza di “ricchi” mantiene da sola il peso del welfare statale.
Esiste invece una lettura controcorrente di questo dato statistico che si presta troppo facilmente ad una lettura fuorviante della distribuzione del peso dei tributi in questo nostro Paese.
Quella descritta dai report ufficiali è una verità parziale che non rispecchia la reale distribuzione della fiscalità.
L’errore metodologico risiede nel sovrapporre l’andamento dell’IRPEF all’effettivo carico fiscale complessivo del Paese che, se analizzato nella sua interezza incrociando i patrimoni le rendite e i consumi reali, evidenzia un sistema fiscale italiano che smette di essere progressivo e rivela una profonda asimmetria strutturale, diventando fortemente regressivo proprio al vertice della piramide sociale mentre grava quotidianamente sui ceti meno abbienti e su una classe media ormai allo stremo.
Il tramonto dell’IRPEF e la disintegrazione del ceto medio
L’architettura originaria della riforma del 1973 disegnava l’IRPEF come una imposta universale destinata a catturare ogni forma di ricchezza personale sotto la bandiera della progressività sancita dall’Articolo 53 della Costituzione, impianto che oggi è ridotto a un simulacro.
La proliferazione legislativa di regimi sostitutivi, cedolari e flat tax ha progressivamente svuotato in questi ultimi decenni la base imponibile.
Le rendite finanziarie corrono da tempo su binari paralleli tra il 12,5% per i titoli di Stato e il 26% delle altre; la cedolare secca ha sottratto all’imposta progressiva la quasi totalità dei redditi da locazione abitativa con spinte ricorrenti verso l’estensione agli immobili commerciali che dovrebbero trovare riscontro nella manovra 2027.
Sul fronte del lavoro autonomo, il regime forfettario stabilizzato a un tetto di 85.000 euro e con costanti pressioni per un innalzamento a 100.000 euro di incassi permette un prelievo sostitutivo forfettizzato tra il 5% e il 15%.
A questo scenario si è aggiunto dal 2024 il Concordato Preventivo Biennale, anch’esso connotato di una sua imposta sostitutiva parziale sui redditi incrementali concordati.
Il risultato è la disintegrazione socioeconomica della classe media.
Chi guadagna tra i 35.000 e i 60.000 euro lordi, prevalentemente lavoratore dipendente o pensionato ma anche partita IVA o socio “trasparente” non beneficia di alcuna scappatoia proporzionale.
Questa fascia subisce l’impatto delle aliquote marginali più elevate, venendo paradossalmente etichettata come la platea di “ricchi” che deve mantenere il Paese.
In realtà non si tratta di opulenza del Paese ma dell’effetto ottico di una economia a bassi salari e progressività distorta dove la classe media è rimasta l’unico riferimento tributario facilmente tassabile.
L’imposta invisibile sui ceti minori: la regressività dei consumi
Se l’IRPEF esenta i redditi più bassi attraverso la no-tax area, il fisco presenta il conto ai ceti minori nel momento esatto in cui il reddito si trasforma in sussistenza.
Chi fa parte delle fasce meno abbienti mostra una propensione marginale al consumo: ogni euro guadagnato viene interamente speso per l’acquisto di beni di prima necessità, pagamento delle utenze e affitti e, forse, qualche pizzata il sabato sera.
Questa dinamica espone interamente i soggetti a basso reddito all’Imposta sul Valore Aggiunto e alle accise.
L’IVA e le imposte di fabbricazione sui carburanti o sull’energia essendo fisse sul prezzo del bene e slegate dalla capacità contributiva del compratore assumono un carattere fortemente regressivo.
Prendendo l’imposta del momento, l’accisa sulla benzina incide in percentuale in modo assai più devastante sul bilancio di una famiglia da 20.000 euro annui rispetto a una da 80.000 euro.
I meno abbienti non sono dunque “ospiti” a carico del sistema Paese ma al contrario, pur non risultando come contribuenti attivi IRPEF, alimentano un flusso di cassa quotidiano e vitale per l’Erario attraverso i consumi e la fiscalità locale, tra TARI, addizionali e ticket vari.
Il paradosso del vertice: la curva a “U” rovesciata
La distorsione più profonda emerge però quando si analizza il vertice della ricchezza nazionale.
Studi economici avanzati hanno più volte dimostrato che l’aliquota fiscale effettiva totale tra imposte dirette, indirette e contributi in Italia segue una preoccupante curva a “U” rovesciata, con il prelievo che sale progressivamente per le fasce medio-basse, raggiunge il suo picco intorno al 95% della popolazione quindi all’altezza della classe media e dei quadri superiori dipendenti per poi crollare drasticamente per il top 5% e il top 1% dei contribuenti.
Effetto di regressione apicale che è dovuto da tre fattori strutturali:
- Natura del reddito: i super-ricchi non percepiscono la propria ricchezza solo tramite salari soggetti all’aliquota massima IRPEF del 43%, ma attraverso dividendi, capital gains e plusvalenze societarie stabilmente protette dalle imposte sostitutive fisse al 26%.
- Il massimale contributivo: i contributi previdenziali obbligatori prevedono un tetto massimo che superata la soglia limite di reddito, la percentuale prelevata dall’INPS si azzeri sulla quota eccedente. Di conseguenza un top manager versa in rapporto molti meno contributi di un impiegato.
- L’esenzione dei grandi patrimoni: al vertice della piramide la propensione al risparmio e all’investimento è altissima e la maggioranza della ricchezza accumulata non viene spesa in consumi quotidiani “sfuggendo” all’IVA ed è tutelata da imposte di successione e donazione tra le più basse d’Europa. Una condizione quest’ultima di estremo favore che promuove ormai da tempo un vero e proprio “turismo successorio” internazionale verso il nostro Paese.
Una nuova chiave di lettura
Continuare a valutare l’equità e la tenuta del sistema pubblico italiano con il solo “termometro dell’IRPEF” è un errore prospettico.
L’IRPEF ha smesso di essere lo specchio della ricchezza nazionale, trasformandosi in una tassa principalmente applicata sul lavoro dipendente e da pensione
La realtà controcorrente mostra un fisco capovolto indulgente con i grandi capitali liquidi e le grandi fortune, grazie ai regimi sostitutivi, ma spietato nel drenare risorse dai consumi dei ceti medio bassi e focalizzato nel gravare su una classe media sempre più esigua e schiacciata.
I tentativi embrionali da parte del Governo di introduzione del quoziente familiare non possono bastare.
Una riforma tributaria organica non può limitarsi alla sola rimodulazione delle aliquote dirette ma deve correggere l’effetto combinato di esenzioni, regimi sostitutivi e imposte indirette.
Solo così si eviterà che la progressività costituzionale rimanga un principio valido esclusivamente per chi non ha vie di fuga.
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