Crisi industriali, la mediazione del governo che riapre il futuro delle imprese


Novanta milioni di investimenti, il ritiro dei licenziamenti unilaterali e una prospettiva di reindustrializzazione per Cerreto d’Esi. Sono i punti del nuovo piano Electrolux emersi dal tavolo del 5 ottobre, secondo le informazioni raccolte da Adnkronos. Restano fino a 1.250 uscite volontarie e incentivate in tre anni e un accordo da costruire entro ottobre, con un nuovo incontro fissato al 29. La mediazione condotta al Mimit ha contribuito a spostare il confronto dai tagli annunciati alla ricerca di una soluzione negoziata, con investimenti e una prospettiva produttiva per il sito marchigiano. È il passaggio rilevante: evitare decisioni unilaterali e creare le condizioni per il rilancio. Il futuro industriale e occupazionale deve ancora essere definito, ma la trattativa ha cambiato direzione.

Il lavoro del ministero guidato da Adolfo Urso si inserisce in un’azione che coinvolge il governo, le amministrazioni territoriali, i sindacati e le imprese. La mediazione serve a mettere in relazione interessi e strumenti diversi: tutela dei lavoratori, disponibilità degli investitori, ammortizzatori sociali e sostegno ai nuovi piani produttivi. Nel caso Electrolux Urso ha indicato la disponibilità del governo a sostenere il rilancio anche con strumenti straordinari da mettere in campo nella prossima legge di bilancio. Una disponibilità politica che dovrà diventare concreta, ma che rafforza il negoziato: alla richiesta di cambiare il piano si accompagna la ricerca delle condizioni per renderlo sostenibile.

Il bilancio pubblicato dal Mimit il 10 agosto 2026 registra 37 tavoli attivi contro i 55 di inizio legislatura: una riduzione del 32,7%. Sono invece più che dimezzati i lavoratori a rischio, passati da 70 mila a meno di 30 mila, secondo la stessa rilevazione. I tavoli di monitoraggio sono aumentati da 33 a 46; nei primi mesi del 2026 il ministero segnala 16 intese e oltre 11 mila posti salvaguardati. Si tratta di numeri ministeriali, con un perimetro preciso. Documentano una riduzione delle crisi attive e una maggiore attenzione alla fase successiva agli accordi.

Il 2025 si era chiuso, secondo il bilancio ministeriale, con 27 intese e oltre 14.260 lavoratori tutelati o stabilizzati. Nell’elenco figurano La Perla, Coin, Dema, Diageo, Riello, Jabil e Venator, insieme ad altre vertenze. Furono convocati 208 incontri plenari, affiancati dal lavoro tecnico. Sono casi diversi per dimensione, settore e condizioni di partenza: in alcuni si è trovato un acquirente, in altri un percorso di riorganizzazione o una nuova destinazione produttiva. Il numero degli accordi dà conto dell’attività svolta; la loro tenuta nel tempo resta il criterio per valutarne l’efficacia.

A Bagnoli della Rosandra la vertenza Wärtsilä ha trovato una soluzione attraverso il cambio di produzione. L’accordo di programma del luglio 2024 ha previsto la riconversione del sito con Innoway Trieste, partecipata da Msc e Innofreight: circa 100 milioni di investimenti e assorbimento dei 261 lavoratori in esubero, con la prospettiva di produrre vagoni ferroviari. Il primo agosto 255 dipendenti e lo stabilimento produttivo sono effettivamente passati a Msc, secondo ANSA. Il trasferimento è un risultato concreto della trattativa, mentre gli obiettivi produttivi successivi appartengono alla fase di attuazione. È uno dei casi in cui l’intervento pubblico ha contribuito a individuare un nuovo investitore per un sito destinato a perdere la propria attività.

Più complesso il bilancio di Beko. L’intesa dell’aprile 2025 ha previsto un Piano Italia da 300 milioni, l’assenza di licenziamenti collettivi e uscite su base volontaria. Ha mantenuto una prospettiva produttiva per Comunanza e previsto la reindustrializzazione di Siena. Nel luglio 2026, però, la Fim-Cisl ha denunciato il mancato decollo del rilancio produttivo, difficoltà nei volumi e la chiusura della fabbrica senese. L’accordo ha modificato il quadro iniziale, ma le criticità segnalate mostrano quanto sia difficile tradurre gli impegni in una ripresa stabile. Il monitoraggio serve precisamente a questo: verificare investimenti, produzioni e rispetto delle condizioni concordate.

A Macchiareddu, invece, la vertenza Bekaert è entrata nella fase di definizione di una nuova prospettiva industriale. Il 2 settembre il Mimit ha confermato il percorso con Nuova Icom, che riguarda 160 lavoratori. La stessa Bekaert ha annunciato un accordo preliminare per il trasferimento del sito e il reimpiego dei dipendenti, indicando ottobre come termine atteso per il perfezionamento, subordinato alle condizioni previste. È un avanzamento del negoziato, che potrà essere valutato compiutamente quando l’operazione sarà conclusa e la nuova attività avviata.

Il confronto con il passato aiuta a capire quanto siano profonde le difficoltà ereditate. Nel 2013, anno del governo Letta, i dati Mise riportati da ANSA registravano 131 tavoli. Nel 2014 e nel 2015, durante il governo Renzi, erano rispettivamente 159 e 151. Le crisi degli elettrodomestici erano già definite sistemiche. Alcoa, Lucchini e Termini Imerese comparivano tra i dossier capaci di trascinarsi per cinque anni. Ma gli stessi dati indicavano un tasso medio di soluzione positiva del 58% nel periodo 2012-2017: anche allora furono raggiunti risultati, che un confronto serio deve riconoscere.

Durante il secondo governo Conte, nel novembre 2019, Patuanelli indicava 149 vertenze e ricordava che alcune erano aperte da oltre sette anni. All’inizio del 2022, sotto Draghi e con Giorgetti al Mise, il quadro riportato da lavialibera era di 69 tavoli: 55 attivi e 14 in monitoraggio. Una parte della riduzione rispetto al 2019 dipendeva anche da chiusure aziendali e trasferimenti dei dossier ad altri ministeri. Per questo trasformare 149, 69 e 37 in una graduatoria automatica dei governi sarebbe scorretto: periodi, classificazioni e perimetri non coincidono.

La successione dei governi mostra la persistenza di alcuni problemi industriali. Una vertenza può cambiare proprietà, ricevere sostegno pubblico e tornare in difficoltà dopo pochi anni. Per questo la mediazione ha valore quando tiene insieme la protezione immediata dei lavoratori e la ricerca di un’attività capace di reggere sul mercato. È il percorso seguito, con esiti e tempi diversi, per Wärtsilä, Beko e altre imprese. L’attività del Mimit va letta dentro il lavoro collegiale del governo: il coinvolgimento del Ministero del Lavoro, gli strumenti di investimento e la presenza di Invitalia consentono di affrontare aspetti che la sola trattativa aziendale non potrebbe risolvere. La politica industriale prende forma anche in questa capacità di coordinamento, oltre che nelle singole misure di sostegno.

Su Electrolux il confronto ha avuto anche una dimensione europea. Già a luglio la Regione Veneto documentava il lavoro del Mimit con Francia, Germania e Polonia su un documento comune per chiedere il riconoscimento della strategicità degli elettrodomestici. La questione riguarda le condizioni competitive dell’intera filiera, oltre alla sorte dei singoli stabilimenti. Il 30 settembre i protocolli firmati da Urso e Orsini hanno inoltre rafforzato la collaborazione con Confindustria nella ricerca di investitori e nei percorsi di riconversione, prevedendo un tavolo tecnico permanente. Sono strumenti di coordinamento la cui utilità si misurerà nelle operazioni che riusciranno a sostenere.

Restano vertenze pesanti: ex Ilva, Piombino, Electrolux e altre aziende figurano ancora nell’elenco dei tavoli attivi. Il loro peso impedisce di parlare di un’emergenza industriale superata. Allo stesso tempo, la riduzione delle crisi attive e gli accordi raggiunti rendono incompleta una lettura del Mimit fondata soltanto sui dossier irrisolti. Il bilancio del ministero guidato da Urso contiene risultati concreti, trattative in avanzamento e promesse ancora da verificare. Il passaggio decisivo sarà trasformare gli investimenti annunciati in capacità produttiva e occupazione stabile. È su questo che andrà misurato il lavoro dei prossimi mesi, a partire da Electrolux.


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