Per salvare Konecta sarebbe bastata una telefonata. Una di quelle che si fanno tra persone che si conoscono, magari tra un impegno istituzionale e una conferenza stampa. Alberto Cirio prende il cellulare, cerca il numero di Giorgia Meloni, schiaccia il tasto verde e le spiega che in Piemonte ci sono centinaia di famiglie che rischiano di ritrovarsi senza lavoro. Tutto qui. Lo dicono e lo scrivono i consiglieri regionali del Partito Democratico Alberto Avetta e Laura Pompeo. Hanno deciso di mettere il dito nella piaga di una crisi industriale trascinata per quasi un anno tra annunci di chiusura, ripensamenti, trattative, uscite incentivate e promesse che, a giudicare da quello che sta succedendo, sono servite a ben poco.
«Il presidente Cirio avrebbe dovuto essere lui a sollecitare un intervento al Governo. Gli sarebbe bastata una telefonata…», attaccano i due esponenti del PD. E la battuta non nasce dal nulla. Perché alla fine una PEC è arrivata davvero. Solo che a mandarla non è stata la Regione Piemonte, ma Konecta Italia, la multinazionale spagnola dei call center che giovedì 8 ottobre ha scritto ai ministeri del Lavoro e delle Imprese per chiedere un intervento urgente. Tradotto dal linguaggio aziendale: o si trova una soluzione oppure bisognerà tagliare ancora. E, questa volta, potrebbero chiudere degli stabilimenti.
Non è un’interpretazione. È scritto nella comunicazione ufficiale dell’azienda, che parla esplicitamente della possibilità di procedere al «ridimensionamento/chiusura di siti produttivi» qualora non si trovino soluzioni urgenti per gestire gli esuberi. Quali stabilimenti? Konecta non lo dice. Ma a Ivrea, dove lavorano ancora circa 555 persone, e ad Asti, dove il personale è già stato pesantemente ridotto, non c’è molto da stare allegri.
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna riavvolgere il nastro. E tornare al 5 dicembre 2025, quando Konecta annuncia un piano industriale che prevede la chiusura delle sedi di Ivrea e Asti e il trasferimento delle attività a Torino. Una bella botta per oltre 1.100 lavoratori piemontesi, circa 700 a Ivrea e 400 ad Asti. Sulla carta nessuno viene licenziato: basta trasferirsi. Peccato che per chi lavora part-time, magari guadagna 750 euro al mese, ha figli da accompagnare a scuola o genitori da assistere, fare avanti e indietro ogni giorno tra Ivrea e Torino non sia esattamente una passeggiata. Lo avevano spiegato gli stessi dipendenti in una lettera aperta: quel trasferimento, per molti, equivaleva a perdere il lavoro senza neppure essere licenziati.
Scoppia la protesta. Si muovono i sindacati, i sindaci, i consiglieri regionali, i parlamentari. Arrivano comunicati di solidarietà a ripetizione. A febbraio si apre la strada degli esodi incentivati e ad aprile, dopo settimane di trattative, arriva quella che sembra una buona notizia. Konecta rinuncia all’accorpamento delle sedi piemontesi. Ivrea e Asti non chiuderanno.
Evviva. Peccato che nel frattempo se ne siano andati 213 lavoratori: 107 da Ivrea, 93 da Asti e 13 da Torino. Uscite volontarie, certo. Incentivate, naturalmente. Ma sempre 213 posti di lavoro in meno. In cambio, l’azienda ritira il progetto di chiusura e si impegna a rivedere il piano industriale. Le criticità, però, restano. Soprattutto per le attività documentali e di back office, con 125 addetti destinati al trasferimento a Torino, una quarantina dei quali da Ivrea. Prima il trasferimento è previsto per luglio, poi slitta a ottobre. Ad Asti, per 97 lavoratrici, viene ulteriormente rinviato a novembre.
Passa l’estate e il 15 settembre arriva un’altra doccia fredda. Konecta comunica ai sindacati che ci sono 670 esuberi equivalenti a tempo pieno, distribuiti su tutto il territorio nazionale: 600 nelle attività operative e 70 tra impiegati indiretti e personale di staff. Siccome nei call center i contratti part-time sono moltissimi, quei 670 posti equivalgono in realtà a circa mille persone.
Le ragioni? L’azienda mette sul tavolo la riduzione delle commesse, il calo del fatturato, la concorrenza sui prezzi, il cambiamento delle esigenze dei clienti e naturalmente l’evoluzione tecnologica. Che oggi significa soprattutto intelligenza artificiale. Quella che nelle conferenze viene presentata come una straordinaria occasione di sviluppo, ma che nei call center comincia ad assomigliare sempre più a una macchina capace di fare il lavoro degli esseri umani. E gli esseri umani, a differenza delle macchine, hanno il brutto vizio di dover pagare l’affitto, fare la spesa e mantenere una famiglia.
I sindacati Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil chiedono un intervento nazionale. Vogliono che al tavolo siedano anche le istituzioni e, quando necessario, le grandi aziende che affidano le commesse ai call center. Perché il problema non riguarda soltanto Konecta. Riguarda un intero settore nel quale gli appalti si perdono, i margini si assottigliano e gli ammortizzatori sociali vengono utilizzati da anni per contenere una crisi che nessuno sembra capace di risolvere.
Il 6 ottobre azienda e sindacati tornano a incontrarsi. Non si trova un accordo. Due giorni dopo Konecta scrive al Governo e mette nero su bianco la propria versione dei fatti: secondo la società, le organizzazioni sindacali non hanno mostrato la disponibilità necessaria a definire rapidamente un’intesa per gestire gli esuberi.
Una ricostruzione che racconta soltanto una parte della storia. Perché i sindacati non hanno mai detto di non voler trattare. Hanno detto una cosa diversa: non si può continuare a discutere soltanto di quanti lavoratori mandare a casa. Occorre capire come salvare le attività, quali investimenti fare e quale futuro dare a un settore che sta cambiando sotto i colpi della tecnologia.
L’azienda sostiene che i conti non consentono di aspettare ancora. E così arriva la richiesta di una mediazione governativa. Con la minaccia di ridimensionamenti e chiusure, se la situazione non verrà sbloccata.
«Sulla vicenda Konecta di fatto si è perso un anno», scrivono oggi Avetta e Pompeo. E ricostruiscono la sequenza degli avvenimenti, dal piano di chiusura annunciato a dicembre fino alla PEC dell’8 ottobre, osservando che il destino degli stabilimenti di Ivrea e Asti è nuovamente in bilico.
Ll bersaglio principale è Alberto Cirio. Secondo Avetta e Pompeo, il presidente della Regione avrebbe dovuto muoversi molto prima, utilizzando anche i rapporti politici con il Governo nazionale per portare la vertenza all’attenzione dei ministeri. Invece, denunciano, «lavoratori, sindacati ed amministrazioni locali sono stati lasciati soli».
Dopo l’uscita di scena di Elena Chiorino, osservano ancora i consiglieri dem, non è nemmeno chiaro a chi ci si debba rivolgere. «Non si capisce chi si debba occupare delle crisi industriali, se l’assessore regionale Maurizio Marrone o Andrea Tronzano o Daniela Cameroni o se lo stesso Cirio».
Una bella domanda. Perché mentre la politica cerca di capire a chi spettino le deleghe, le aziende continuano a prendere decisioni e i lavoratori continuano a non sapere che cosa succederà domani.
A dire il vero, qualcosa dalla Regione si è mosso. Martedì 6 ottobre, rispondendo in Consiglio regionale alle interrogazioni di Alberto Unia, del Movimento 5 Stelle, e Alice Ravinale, di Alleanza Verdi e Sinistra, l’assessore Gian Luca Vignale ha annunciato che il Piemonte aveva chiesto al Ministero del Lavoro l’apertura di un tavolo nazionale sulla crisi dei call center. Una richiesta che riguarda Konecta, ma anche altre aziende in difficoltà, come Numero Blu Torino a Leinì e Innovaway a Torino.
Bene. Solo che siamo nell’ottobre del 2026. E la crisi di Konecta non è scoppiata martedì scorso. I primi contratti di solidarietà risalgono al 2025, il piano di chiusura è stato presentato a dicembre e da allora sono passati dieci mesi. Nel frattempo 213 dipendenti piemontesi hanno già lasciato l’azienda e altri mille, a livello nazionale, rischiano di fare la stessa fine. Chiedere un tavolo è una cosa. Riuscire a convocarlo, ottenere risposte e soprattutto impedire che gli stabilimenti chiudano è tutta un’altra faccenda.
C’è poi un particolare che rende la vicenda ancora più amara. Chiara Gribaudo, deputata del PD, già il 22 settembre aveva presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo ai ministri competenti quanti dei nuovi esuberi riguardassero Ivrea, quale fosse la situazione delle sedi piemontesi e quali iniziative il Governo intendesse assumere. Domande alle quali si aggiunge adesso quella più importante: quali stabilimenti ha in mente Konecta quando parla di possibili chiusure? Anche quello di Ivrea? Solo quello di Ivrea? Quello di Asti? Boh!
E intanto ad Ivrea ci sono 555 persone che ogni mattina continuano ad andare a lavorare. Molte hanno già vissuto la paura della chiusura, hanno partecipato alle assemblee, hanno seguito le trattative, hanno tirato un sospiro di sollievo quando ad aprile l’azienda ha annunciato che avrebbe lasciato aperta la sede. Adesso scoprono che quella rassicurazione potrebbe non valere più nulla.
«Le lavoratrici e i lavoratori di Konecta meriterebbero ben altra attenzione», insistono Avetta e Pompeo. E chiedono se, di fronte all’ennesimo impoverimento del tessuto produttivo piemontese, la Regione intenda continuare a lasciare tutto nelle mani di Roma.
Quanto alla famosa telefonata alla Meloni, naturalmente non sappiamo se Cirio l’abbia fatta oppure no. Magari ne ha fatte dieci. Magari ha parlato con qualche ministro. Magari qualcuno gli ha anche promesso che se ne sarebbe occupato.
Quello che sappiamo è che Konecta, non avendo ancora trovato una soluzione, ha dovuto scrivere una PEC ai ministeri per chiedere un intervento urgente.
E che a Ivrea, dopo dieci mesi di annunci, proteste e trattative, si è tornati esattamente alla domanda del dicembre scorso: quanti lavoratori resteranno senza un posto di lavoro?
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