La sindaca di Genova ha chiesto al Governo di garantire le materie prime e impedire lo stop degli impianti. La crisi riapre una questione strategica: se il mercato privato non è in grado di assicurare il futuro dell’acciaio italiano, lo Stato deve assumersi la responsabilità di rilanciare il settore, tutelando i lavoratori, l’ambiente e un uso civile della produzione industriale.
La battaglia dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano e Novi Ligure è diventata una questione che riguarda l’intero Paese. Non soltanto perché sono in gioco centinaia di posti di lavoro e la sopravvivenza di un patrimonio di competenze industriali costruito nel corso di generazioni, ma perché la crisi della siderurgia italiana mette a nudo una contraddizione fondamentale: si può davvero rinunciare a una produzione strategica per l’economia nazionale quando esistono impianti, professionalità e una domanda di mercato che potrebbero consentirne la prosecuzione?
È questo l’interrogativo che accompagna la mobilitazione del 12 ottobre, quando i lavoratori dello stabilimento genovese si sono riuniti davanti alla fabbrica e hanno dato vita a un corteo diretto verso la Prefettura. Accanto a loro è scesa in strada la sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha scelto di accompagnare la protesta e di trasformare la solidarietà istituzionale in una richiesta precisa al Governo: trovare subito una soluzione per garantire la continuità produttiva.
La fermata annunciata da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria riguarda gli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure, con una prospettiva di arresto delle attività entro il 15 novembre. Una decisione collegata alle difficoltà di approvvigionamento dell’acciaio dopo lo stop dell’area a caldo di Taranto e alle conseguenze dei provvedimenti giudiziari che interessano il sito pugliese.
Per i lavoratori, tuttavia, la crisi di Taranto non può trasformarsi automaticamente nella condanna degli stabilimenti del Nord. Cornigliano e Novi Ligure hanno funzioni industriali specifiche, competenze consolidate e lavorazioni che alimentano una filiera più ampia. Fermarle significherebbe compromettere attività produttive che, secondo la posizione espressa da Salis, possono continuare a operare se vengono assicurate le materie prime necessarie.
Salis: acquistare l’acciaio sul mercato internazionale
La sindaca ha individuato nell’approvvigionamento alternativo di semilavorati la strada immediata per evitare la chiusura. Nella lettera inviata al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, Salis ha chiesto di intervenire sul piano operativo, finanziario e logistico per reperire sul mercato coils e bramme da destinare agli impianti liguri.
Il ragionamento è concreto: se lo stabilimento di Genova dispone delle strutture e delle maestranze necessarie e se esiste una domanda per le sue lavorazioni, non è ragionevole lasciare che la mancanza di semilavorati ne determini l’inattività senza avere prima verificato tutte le alternative disponibili.
«Ci sono centinaia di lavoratori che vogliono solo continuare a lavorare e il mercato ha bisogno della produzione dello stabilimento di Genova», ha dichiarato Salis in apertura del corteo. «Ci sono quindi tutte le caratteristiche per continuare a produrre: manca la materia prima, che può essere acquistata sul mercato internazionale».
La richiesta della sindaca non è soltanto economica. La continuità produttiva è una condizione essenziale per salvaguardare il reddito delle famiglie, evitare il ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali e impedire che una sospensione presentata come temporanea finisca per indebolire progressivamente gli impianti, rendendo sempre più difficile la loro ripartenza.
La posta in gioco riguarda anche l’autonomia industriale del Paese. Un’Italia che rinunciasse a importanti lavorazioni siderurgiche diventerebbe maggiormente dipendente dalle forniture estere, esponendo le proprie imprese alle oscillazioni dei prezzi, alle crisi internazionali e alle decisioni di produttori situati fuori dai suoi confini.
Salis ha quindi chiesto al Governo di assumersi le proprie responsabilità, mettendo a disposizione gli strumenti necessari per garantire l’arrivo dei materiali e mantenere operativa la rete produttiva del Nord. Una richiesta che si inserisce in una vertenza più ampia, nella quale la sindaca ha già sollevato un interrogativo decisivo: che cosa farà lo Stato se non dovessero arrivare investitori privati disposti a impegnarsi nel rilancio dell’ex Ilva?
Cornigliano e Novi Ligure non possono pagare per la crisi di Taranto
Il destino dei due stabilimenti liguri è strettamente legato alla crisi complessiva del gruppo siderurgico, ma non coincide necessariamente con quello dell’area a caldo pugliese.
A Cornigliano si svolgono lavorazioni a freddo e attività di zincatura che hanno un ruolo importante nella filiera dell’acciaio. Novi Ligure rappresenta un altro nodo produttivo del sistema industriale del Nord. La loro attività non può essere valutata soltanto come una conseguenza accessoria delle vicende di Taranto: occorre considerare le caratteristiche dei singoli impianti, la loro capacità di produrre valore e la possibilità di reperire semilavorati attraverso canali alternativi.
La mobilitazione dei lavoratori nasce proprio da questa consapevolezza. Gli operai non chiedono soltanto di essere protetti dagli effetti sociali di una crisi aziendale. Rivendicano il diritto di continuare a lavorare, di utilizzare competenze che non si improvvisano e di contribuire a una produzione che resta necessaria per numerosi comparti dell’economia.
Il corteo, partito da Cornigliano, ha attraversato la città diretto verso la Prefettura. Alla protesta hanno partecipato anche rappresentanti istituzionali e politici, mentre il vicesindaco Alessandro Terrile aveva portato all’assemblea la solidarietà dell’amministrazione comunale. La presenza di Salis ha dato visibilità a una vertenza che non riguarda soltanto una categoria professionale, ma coinvolge l’intera comunità genovese.
Quando una fabbrica chiude, infatti, le conseguenze non si fermano ai cancelli. Si ripercuotono sulle famiglie, sui consumi, sulle attività commerciali, sulle imprese fornitrici e sulla capacità di un territorio di offrire opportunità alle nuove generazioni. Per una città come Genova, che ha costruito una parte importante della propria identità sulla produzione industriale e sul lavoro portuale, la perdita di un presidio siderurgico rappresenterebbe anche un impoverimento della propria struttura economica.
La difesa di Cornigliano e Novi Ligure deve dunque essere considerata una questione nazionale, senza contrapporre gli interessi dei lavoratori liguri a quelli degli operai di Taranto. Il problema non è scegliere quale stabilimento salvare, ma costruire una soluzione industriale che eviti di scaricare sui lavoratori il costo di una crisi che si trascina da anni.
Se il capitale privato non investe, lo Stato deve intervenire
La vicenda dell’ex Ilva ripropone una domanda che la politica italiana continua a rinviare: quali strumenti pubblici devono essere utilizzati quando un settore industriale strategico non riesce a trovare un assetto stabile attraverso il mercato?
L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato quanto sia fragile affidare il futuro di un patrimonio produttivo essenziale a operazioni societarie, trattative con potenziali acquirenti e piani industriali che non riescono a tradursi in investimenti certi. Nel frattempo, gli impianti soffrono, le manutenzioni diventano più difficili, i lavoratori vivono nell’incertezza e i territori sono costretti a mobilitarsi ciclicamente per scongiurare nuove fermate.
È qui che la richiesta di Silvia Salis al Governo assume un significato più ampio. La domanda su che cosa fare in assenza di investitori privati non può restare senza risposta. Se la siderurgia è davvero un settore strategico, come sostengono le istituzioni quando ne rivendicano il valore per l’economia nazionale, allora la sua sopravvivenza non può dipendere esclusivamente dalla convenienza contingente di un compratore.
Una possibile risposta è il ritorno della siderurgia strategica sotto il controllo pubblico, attraverso una partecipazione statale stabile, una gestione industriale competente e un piano pluriennale di investimenti. Non si tratterebbe semplicemente di coprire le perdite di un’azienda o di rinviare una crisi. L’obiettivo dovrebbe essere ricostruire una capacità produttiva autonoma, tutelare l’occupazione, modernizzare gli impianti e garantire che le decisioni industriali rispondano a un interesse collettivo.
La proprietà pubblica, da sola, non rappresenta una garanzia automatica di efficienza. Per questo dovrebbe essere accompagnata da una governance trasparente, da obiettivi industriali verificabili, da controlli rigorosi sulla spesa e dalla partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori. Lo Stato non dovrebbe limitarsi a intervenire quando un’impresa è sull’orlo del fallimento per poi ritirarsi appena si presenta un nuovo acquirente. Dovrebbe invece assumersi una responsabilità di lungo periodo, soprattutto quando sono in gioco infrastrutture produttive difficilmente sostituibili.
La nazionalizzazione, o comunque il controllo pubblico effettivo degli impianti strategici, tornerebbe così a essere uno strumento di politica industriale e non soltanto una misura d’emergenza. Una prospettiva che merita di essere discussa apertamente, senza pregiudizi ideologici, alla luce dei risultati concreti delle politiche finora adottate.
Un’acciaieria pubblica deve produrre per la società, non per la guerra
Esiste, tuttavia, un’altra questione che non può essere separata dal futuro della siderurgia: quale destinazione dare alla produzione dell’acciaio?
L’acciaio è una materia prima fondamentale per costruire ferrovie, ponti, abitazioni, infrastrutture energetiche, macchinari industriali e mezzi di trasporto. È indispensabile per la manutenzione del territorio, per la riconversione ecologica e per numerose attività produttive civili. Ma è anche utilizzato dall’industria degli armamenti, che alimenta una corsa al riarmo capace di assorbire risorse pubbliche e di aggravare le tensioni internazionali.
Una politica industriale realmente orientata all’interesse generale dovrebbe rendere esplicita questa distinzione. Difendere la siderurgia italiana non significa considerare ogni possibile destinazione dell’acciaio ugualmente desiderabile. Significa, al contrario, rivendicare il diritto della collettività di stabilire le priorità produttive, orientando gli investimenti verso i bisogni sociali e ambientali.
Per questo, accanto al controllo pubblico della siderurgia, sarebbe opportuno prevedere criteri trasparenti di destinazione della produzione e una vigilanza rigorosa sulle forniture destinate all’industria bellica. L’obiettivo politico dovrebbe essere evitare che risorse e impianti sostenuti dalla collettività diventino strumenti di una crescente militarizzazione dell’economia.
Un simile indirizzo richiederebbe regole precise, tracciabilità delle forniture, controlli sulle commesse pubbliche e una disciplina compatibile con il diritto nazionale ed europeo. Non basterebbe una dichiarazione di principio: occorrerebbe rendere verificabili gli impieghi dei materiali, distinguere le produzioni civili da quelle militari e impedire che il sostegno pubblico venga utilizzato per finanziare indirettamente attività contrarie agli obiettivi dichiarati di pace e riconversione industriale.
La questione è anche culturale. Un Paese non deve rinunciare alla propria capacità di produrre acciaio per essere coerente con una politica di pace. Deve piuttosto utilizzare quella capacità per soddisfare bisogni collettivi, creare lavoro qualificato, rendere più sostenibili le infrastrutture e ridurre la dipendenza dalle importazioni. La riconversione verso usi civili non è una debolezza industriale, ma può diventare una scelta strategica.
Lavoro, ambiente e riconversione: una sola strategia
Il rilancio della siderurgia pubblica dovrebbe inoltre affrontare senza ambiguità il problema ambientale. La storia dell’ex Ilva, e in particolare di Taranto, dimostra che la tutela dell’occupazione e quella della salute non possono essere messe in alternativa. Non si può chiedere ai lavoratori di scegliere tra il salario e il diritto a vivere in un ambiente sicuro, così come non si può affrontare la transizione ecologica attraverso la semplice chiusura degli impianti senza un piano credibile per le persone coinvolte.
Servono investimenti tecnologici, manutenzione, sistemi di controllo delle emissioni e una programmazione che accompagni l’evoluzione dei processi produttivi. L’utilizzo di tecnologie meno inquinanti, compresi i forni elettrici laddove sostenibili e concretamente realizzabili, deve essere valutato all’interno di un progetto industriale complessivo, con adeguate forniture energetiche e materie prime disponibili.
Anche la decarbonizzazione deve essere affrontata con realismo: richiede capitali, tempi, competenze e infrastrutture. Non può essere ridotta a uno slogan né utilizzata come alibi per lasciare gli stabilimenti senza prospettive. Una strategia pubblica potrebbe coordinare questi investimenti, distribuire i costi della trasformazione e assicurare che i benefici non siano ottenuti scaricando il prezzo della riconversione sulle famiglie operaie.
In questo quadro, Genova e Novi Ligure possono diventare parte di una politica industriale che tenga insieme produzione, occupazione e sostenibilità. Ma perché ciò avvenga occorre che il Governo presenti un piano concreto, con scadenze, risorse finanziarie e responsabilità definite, anziché limitarsi a rincorrere le emergenze.
La solidarietà di Genova deve diventare una scelta nazionale
La giornata di mobilitazione del 12 ottobre ha mostrato che la vertenza dell’ex Ilva non è confinata ai cancelli di una fabbrica. La presenza della sindaca e il sostegno dell’amministrazione comunale testimoniano che la difesa del lavoro industriale può diventare una battaglia condivisa dalla città.
Adesso la responsabilità passa al Governo. L’acquisto dei semilavorati sul mercato internazionale può rappresentare una risposta urgente per impedire il fermo degli impianti liguri, ma non risolve da solo la crisi strutturale del gruppo. Occorre una strategia che garantisca la continuità produttiva nell’immediato e chiarisca, nello stesso tempo, chi governerà gli stabilimenti, con quali investimenti e secondo quali obiettivi.
Se il mercato non offre una soluzione credibile, lo Stato deve essere pronto a intervenire direttamente. Non per perpetuare inefficienze, ma per impedire che un patrimonio industriale costruito con il lavoro di intere generazioni venga disperso in assenza di un progetto. E deve farlo garantendo trasparenza, sicurezza ambientale, partecipazione dei lavoratori e una destinazione socialmente utile della produzione.
La sfida non è soltanto salvare una fabbrica. È decidere se l’Italia vuole conservare una propria politica industriale o affidare il futuro della siderurgia alle sole convenienze private. È stabilire se il lavoro debba essere considerato una variabile sacrificabile oppure un diritto da proteggere. Ed è scegliere se le capacità produttive del Paese debbano essere orientate innanzitutto alla costruzione di un’economia civile, capace di rispondere ai bisogni delle persone, anziché alimentare la corsa agli armamenti.
Da Cornigliano e Novi Ligure arriva una richiesta semplice: poter continuare a lavorare. La risposta dovrebbe essere altrettanto chiara: garantire subito la produzione, costruire un futuro industriale stabile e sottoporre le scelte strategiche al controllo democratico. Perché una siderurgia pubblica, moderna, sostenibile e orientata agli usi civili può rappresentare non soltanto una soluzione alla crisi dell’ex Ilva, ma anche una scelta di autonomia economica e di pace.
Roberto Bobbio
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