Fine vita in Veneto, il voto sulla legge slitta a mercoledì 2 settembre


Slitta a mercoledì 2 settembre la votazione del Consiglio regionale del Veneto sulla legge di iniziativa popolare sul fine vita. Proprio mercoledì si procederà con l’esame degli emendamenti. Sono dieci gli emendamenti di giunta.Tra questi 

Ecco il testo di uno dei principali emendamenti, presentato dal presente di Regione Stefani:

«Con il presente emendamento si prevede che, oltre all’obbligo di fornire informazioni al richiedente sulla possibilità di fruire di cure palliative, debba essere offerta la possibilità, a chi lo richiede, di intraprendere un percorso di sostegno psicologico finalizzato a favorire la piena e consapevole valutazione delle alternative al suicidio medicalmente assistito, con particolare riferimento all’accesso alle cure palliative e agli strumenti terapeutici, assistenziali e psicologici idonei a sostenere la prosecuzione del percorso di vita. A tal riguardo L’Azienda ULSS eroga il percorso di sostegno psicologico avvalendosi del proprio personale e offre altresì la possibilità di ricevere le informazioni relative agli enti e alle associazioni che perseguono statutariamente finalità di tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Ciò avviene esclusivamente su iniziativa e richiesta dell’interessato, senza comunicazione dei suoi dati personali agli enti o alle associazioni da parte dell’azienda ULSS»

Martedì 1° settembre doveva essere il giorno del fine vita, nel piccolo parlamento del Veneto. Di questo futuro collettivo – delle persone, della stessa direzione della società – decideranno 51 eletti. Perché la legge passi, è necessario il voto favorevole della metà di loro più uno. Le astensioni avranno il valore dei voti negativi.

Il primo tentativo, fallito, era stato due anni fa. Il Consiglio veneto ci riprova a partire da quel testo, preso a picconate dagli emendamenti del centrodestra (15) e del centrosinistra (28). Tanto da spingere Marco Cappato, tesoriere e volto dell’associazione Coscioni, a dire: «La nostra proposta di legge va approvata integralmente, senza cedere a tentativi di svuotarla o renderne più difficoltosa l’applicazione».  Ha assistito alla discussione Cristina Gheller, sorella di Stefano, che di questa battaglia è stato il volto.

Ma quello di Cappato è un auspicio destinato a rimanere lettera morta. Perché i numeri, per arrivare all’approvazione della legge, ci sono: lunedì il pallottoliere indicava 31 sì, 15 no, quattro astenuti e un indeciso. 

La discussione

In apertura di seduta, il consigliere Stefano Valdegamberi di Futuro Nazionale ha chiesto il rinvio del provvedimento in Commissione sollevando una questione di legittimità relativa all’iter seguito dal provvedimento, «approdato in Aula senza essere stato sottoposto, unitamente ai relativi emendamenti, al vaglio delle Commissioni consiliari». Proposta respinta con 31 voti contrari, 16 favorevoli e 4 astenuti. Non hanno votato Riccardo Barbisan e Rosanna Conte, oltre ad Alberto Stefani e Francesco Calzavara, assenti.

Poco prima di mezzogiorno, il via alla discussione.

Tra i primi a parlare, il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia: «Penso che un atto di grande lealtà e responsabilità sarebbe quello di approvare una legge a livello nazionale che ponga fine alla necessità che ogni regione si doti di una legge. Non è colpa del Parlamento nazionale o di questo Governo perché questa vicenda si trascina ormai dalla vicenda di Eluana Englaro. Nel 2009 Eluana muore per la sospensione dell’alimentazione artificiale in virtù non di una legge, ma di una sentenza di un Tar. E dal 2009 ad oggi si sono susseguiti un sacco di maggioranze variegate in questo Paese».

E ancora: «E’ giusto che sappia che non stiamo votando sul fine vita, ma stiamo facendo un atto di civiltà, cercando di apportare un processo organizzativo a un servizio che dovrebbe erogare il Sistema sanitario».

La posizione di Stefani

«Oggi andiamo ad approvare una legge che non istituisce il suicidio medicalmente assistito. Il suicidio medicalmente assistito è un istituto che è stato delineato dalle sentenze della Corte Costituzionale, in particolare nel 2025 e nel 2026. Quindi oggi dire che si istituisce il suicidio medicalmente assistito significa dire una cosa falsa dal punto di vista giuridico». Così il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani a margine della seduta del Consiglio regionale.

«Abbiamo presentato una serie di emendamenti che potenziano le cure palliative e che soprattutto permettono un accesso prioritario a chi ne fa richiesta», ha aggiunto, «Abbiamo garantito l’istituzione di un comitato bioetico regionale che dia le linee guida ai comitati bioetici di pratica clinica a livello territoriale. Abbiamo ribadito i principi della sentenza che stabiliscono che il medico può agire su base volontaria e che quindi non è una eterosomministrazione».

Stefani ha poi ribadito: «Credo sia rispettoso nei confronti dei propri cittadini dire le cose come stanno, sapendo che c’è una sentenza auto-applicativa della Corte contro la quale non si può andare. Peraltro non c’è una norma nazionale».

La doppia manifestazione

All’esterno della sede del Consiglio regionale, in mattinata una doppia manifestazione pro e contro la legge.

A chiedere l’approvazione del provvedimento senza gli stravolgimenti degli emendamenti sono gli attivisti dell’associazione Luca Coscioni, con in testa Marco Cappato.

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Assiste alla discussione, tra gli altri, anche Luca Faccio, il migliore amico di Stefano Gheller, prima persona in Veneto ad aver ottenuto il via libera al suicidio assistito.

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Il commento di Lanzarin

«La proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito non introduce un nuovo diritto: la Regione non ha il potere di farlo. Il diritto di accedere alla procedura, nei casi e alle condizioni previste, deriva dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale. Quello che siamo chiamati a fare è definire procedure e tempi, garantendo uniformità, trasparenza e presa in carico da parte del servizio sanitario regionale». Lo dice Manuela Lanzarin, presidente della V Commissione consiliare.

«La proposta – ricorda Lanzarin -, trae origine dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019, che ha individuato specifiche condizioni nelle quali non è punibile l’aiuto al suicidio: la presenza di una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dalla persona, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli, nell’ambito delle verifiche previste dal Ssn. Il progetto di legge interviene sulle modalità operative: dall’accertamento medico della sussistenza dei presupposti, attraverso una commissione multidisciplinare, al ruolo delle aziende sanitarie e dei comitati etici, fino ai tempi e alle modalità di accesso all’assistenza». 

«La proposta prevede, inoltre, la gratuità delle prestazioni e dell’assistenza sanitaria previste dalla procedura, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. È importante ribadire che la Regione non può sostituirsi al Parlamento – sottolinea Lanzarin -. Spetta infatti al legislatore nazionale disciplinare complessivamente la materia, stabilendo eventualmente criteri diversi, più ampi o più restrittivi. Alle Regioni compete invece garantire l’organizzazione dei propri servizi nel rispetto del quadro costituzionale e giurisprudenziale».

«Il tema del fine vita non può essere affrontato separandolo dal diritto alle cure, alla terapia del dolore, alle cure palliative e al rispetto delle volontà della persona. Proprio per la delicatezza della materia, auspico un confronto serio, responsabile e improntato all’ascolto reciproco. Il nostro compito – conclude Lanzarin – è assicurare che, all’interno delle competenze regionali e nel rispetto delle decisioni della Corte costituzionale e del legislatore nazionale, ci siano procedure chiare, uniformi e trasparenti, evitando disparità nell’accesso ai servizi sanitari sul territorio regionale”.

Gli indecisi

Di suicidio assistito si parla da anni. Almeno due (e mezzo): data del primo tentativo nell’Aula veneta. C’è chi ha eletto il fine vita a battaglia, come l’ex presidente Luca Zaia, leghista, scettico sugli emendamenti del centrodestra. O la consigliera di Avs Elena Ostanel, che lunedì ha diffuso una lettera per ricordare l’importanza dell’occasione. A riprova dell’apoliticità di un tema che è, prima di tutto, etico. Ma che la politica ha comunque provato a portare nella sua arena.

Di fine vita si parla da anni. Eppure, lunedì sera, c’era ancora chi, sul punto, non aveva elaborato una sua idea. Come la leghista Morena Martini, per cui è un «ricatto morale» chiedere conto in anticipo del suo voto. O il Partito democratico, che, lunedì sera, tramite il capogruppo Giovanni Manildo, faceva sapere di non avere ancora deciso la propria posizione sugli emendamenti di giunta, che invece saranno respinti da Avs. Chi, alla lettura degli emendamenti, ha sollevato qualche dubbio è invece l’ex assessora leghista Manuela Lanzarin. Perplessa dalla posizione di forza assegnata ai medici palliativisti, a scapito degli altri professionisti, oncologi compresi.

Una posizione chiara è quella di Stefano Valdegamberi, di Futuro nazionale. Posizione irricevibile, non nel merito ma nel metodo, con la predizione di «morte rapida e terribile» per coloro che questa legge la stanno spingendo. Anche per questo rimbrottato da Manildo, con l’invito «ad abbassare i toni». E poi ci sono i consiglieri in attesa delle indicazioni «del segretario nazionale e di quello regionale», come Mirko Patron, di Forza Italia. Con buona pace per la tanto sbandierata libertà di coscienza.

Infine, una voce fuori dal coro è quella di Alessio Morosin, il consigliere della Liga, «a disagio per le tante pressioni arrivate da comitati e associazioni pro vita, incapaci di inquadrare correttamente la fattispecie di questa legge, con i suoi limiti rigorosi».

Gli incontri dei gruppi

Coerenti con le loro posizioni, i Fratelli d’Italia oggi voteranno contro. Una decisione formalizzata nell’incontro di lunedì all’hotel Piroga di Selvazzano, nel Padovano, alla presenza del governatore Stefani, che nulla ha potuto di fronte all’attivismo di Claudio Borgia. «Abbiamo massimo rispetto per la libertà e l’autodeterminazione di ogni persona», ha detto il capogruppo, «ma una materia così delicata impone di considerare anche il dovere della comunità e delle istituzioni di tutelare la vita, in particolare delle persone più fragili».

Parole diverse, a metà pomeriggio, nella sede leghista di Noventa Padovana, di fronte ai leghisti schierati (quasi) al completo.

Galvanizzati da emendamenti che, della legge, non lasceranno praticamente nulla, voteranno per il fine vita, con l’eccezione dei vertici del partito, tutti contrari – e anche questo è indicativo: il capogruppo Riccardo Barbisan, il suo vice Filippo Rigo e, probabilmente, il commissario regionale Andrea Tomaello; mentre è sfumata la posizione di Rosanna Conte.

A chiudere la giornata di incontri sono stati gli azzurri, la cui «libertà di coscienza» – ribadita dal capogruppo Alberto Bozza – probabilmente verrà declinata nell’astensione, con possibilità di cambiare idea, a seconda dell’andamento della discussione. Questo, nonostante le spinte aperturiste di Marina Berlusconi e della capogruppo a palazzo Madama Stefania Craxi. E ad astenersi, nonostante le dichiarazioni di stampo contrario, dovrebbe essere pure Eric Pasqualon (Udc), richiamato all’ordine dai vertici nazionali del partito.

 


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