TARANTO – Una città stretta tra grandi vertenze industriali, migliaia di lavoratori sostenuti dagli ammortizzatori sociali, crisi storiche ancora senza soluzione e settori produttivi che rischiano di perdere ulteriori pezzi. È il quadro tracciato da Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della Uil di Taranto, che mette insieme i principali fronti occupazionali aperti nel territorio ionico e chiede risposte concrete alle istituzioni.
“Taranto sta perdendo il lavoro, un pezzo alla volta, e con il lavoro sta perdendo la propria dignità”, afferma Oliva, richiamando i dati sulla cassa integrazione, le vertenze industriali ancora irrisolte e le difficoltà che attraversano diversi comparti economici.
Il primo indicatore preso in esame è quello degli ammortizzatori sociali. Secondo i dati riportati nella nota, nel 2025 in Puglia sono state autorizzate 30.285.074 ore di cassa integrazione. Oltre la metà sarebbe concentrata nella provincia di Taranto, con circa 16 milioni di ore, delle quali 14,5 milioni di cassa integrazione straordinaria.
Per la Uil, questa situazione coinvolge più di 17.000 lavoratori tarantini.
“Non sono numeri, sono famiglie, sono stipendi che si assottigliano, sono progetti di vita che si fermano”, sottolinea il coordinatore territoriale.
Tra le vertenze più pesanti resta quella dell’ex Ilva, iniziata il 26 luglio 2012 e arrivata ormai, secondo Oliva, a oltre 14 anni di durata.
Acciaierie d’Italia ha chiesto l’estensione della cassa integrazione straordinaria a 4.450 lavoratori, dei quali 3.803 a Taranto. Intorno allo stabilimento ruotano inoltre migliaia di addetti dell’indotto e, secondo le stime sindacali riportate nella nota, il sistema coinvolgerebbe complessivamente circa 20.000 lavoratori tra diretti e indiretti.
“L’ex Ilva è la ferita che non si rimargina”, afferma Oliva, contestando una gestione ancora centrata sugli ammortizzatori sociali anziché su un progetto industriale definito.
Per il coordinatore della Uil, la situazione avrebbe raggiunto “un punto di non ritorno”, con il rischio di conseguenze sociali particolarmente pesanti per l’intero territorio.
Un altro fronte aperto è quello del porto di Taranto, dove restano da definire le prospettive di 307 ex lavoratori Tct ancora inseriti nella Taranto Port Workers Agency.
L’indennità di mancato avviamento scadrà il 31 dicembre 2026 e, secondo Oliva, serve una soluzione strutturale prima che venga meno la tutela economica.
La vertenza dura ormai da oltre 10 anni. L’arrivo di Yilport nel 2020 ha consentito il riassorbimento soltanto di una parte degli addetti, mentre il coordinatore Uil richiama anche le aspettative legate agli investimenti per fare dello scalo un punto di riferimento per l’eolico offshore.
“Tra pochi mesi, se non arriva una soluzione strutturale, 307 persone rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela economica”, avverte Oliva. “Non è più tempo di proroghe tampone”.
La fotografia della crisi occupazionale comprende anche l’Arsenale Militare di Taranto.
Nel 1975, ricorda la Uil, vi lavoravano oltre 4.700 dipendenti civili. Oggi sarebbero meno di 900, mentre il fabbisogno stabilito dal decreto ministeriale è pari a 1.428 unità.
Secondo Oliva, considerando l’intero presidio ionico della Difesa, mancherebbero circa 2.000 lavoratori civili. A questo si aggiungerebbe il problema degli straordinari che, secondo il sindacato, non sarebbero stati pagati da mesi.
“Non è tollerabile investire milioni di euro in missioni internazionali e contemporaneamente negare il giusto compenso ai lavoratori civili che hanno contribuito al successo della Difesa”, sostiene il coordinatore.
Nel quadro delle vertenze viene inserita anche la situazione della Natuzzi, con effetti diretti sul territorio tarantino attraverso lo stabilimento di Laterza.
Il gruppo occupa complessivamente, secondo i dati riportati, tra 1.800 e 1.850 persone. L’accordo sulla cassa integrazione straordinaria sottoscritto nel maggio 2026 riguarda 1.755 lavoratori e prevede una rimodulazione dell’ammortizzatore fino alla fine dell’anno.
A luglio è stata inoltre disposta la chiusura definitiva dello stabilimento Jesce 2 di Santeramo, insieme alla sospensione temporanea delle attività nei siti Graviscella e Centrale Ps di Altamura.
Nelle strutture erano impiegati complessivamente 668 lavoratori. Di questi, 251 provenienti da Jesce 2 sarebbero stati trasferiti quasi interamente a Laterza, mentre gli altri 417 sarebbero stati distribuiti tra Matera e Laterza.
“Sono lavoratori pugliesi che arrivano sul nostro territorio dentro una vertenza segnata da incertezza, spostamenti forzati e nessuna garanzia sul futuro”, osserva Oliva.
Il coordinatore richiama inoltre l’annuncio aziendale di settembre relativo al pagamento degli stipendi in 2 tranche, contestando il riferimento all’assenteismo utilizzato dall’azienda.
“Il conto della crisi industriale rischia di ricadere sulle spalle di chi lavora e non su chi decide”, sostiene.
La Uil richiama poi un settore profondamente legato all’identità economica e culturale della città: la mitilicoltura.
Secondo quanto riportato nella nota, durante l’estate 2026 le temperature particolarmente elevate nel Mar Piccolo avrebbero determinato una nuova moria del novellame, soprattutto nel Primo Seno.
La situazione si inserisce in un quadro già compromesso dal 2024, quando il caldo avrebbe distrutto oltre il 70 per cento del novellame.
Secondo Uila Pesca Taranto, sarebbero oltre 400 le famiglie di mitilicoltori a rischio, strette tra difficoltà produttive, costi delle concessioni, vincoli sanitari e conseguenze dei cambiamenti climatici.
“Se muore il novellame oggi, salta la produzione dei prossimi mesi”, avverte Oliva.
Il Comune di Taranto ha chiesto l’accesso ai fondi nazionali di solidarietà per le calamità naturali, ma il sindacato sollecita interventi più rapidi.
“Taranto non può permettersi di perdere un altro pezzo della sua storia produttiva”, afferma il coordinatore Uil. “Difendere oggi il novellame significa difendere il lavoro di domani, il reddito delle imprese e una delle identità più radicate di questa città”.
Un altro capitolo riguarda le risorse destinate alla transizione economica e industriale di Taranto.
Oliva richiama il Just Transition Fund, che avrebbe previsto per il territorio quasi 795,6 milioni di euro, su un totale nazionale di 1,211 miliardi.
Secondo il sindacato, però, l’attivazione degli interventi starebbe procedendo lentamente, tra avvisi pubblicati in ritardo, procedure complesse e progetti che faticano a trasformarsi in cantieri.
Tra le misure già partite vengono ricordati un avviso da 20 milioni di euro per progetti di cura e inclusione sociale e un altro, sempre da 20 milioni, dedicato a nuove imprese e diversificazione produttiva.
Per la Uil, tuttavia, la ricaduta sul lavoro resta ancora insufficiente rispetto alle dimensioni delle risorse annunciate.
Nel documento viene affrontato anche il tema del Pnrr e delle risorse originariamente destinate alla riconversione dell’ex Ilva.
Oliva sostiene che il miliardo previsto sarebbe stato successivamente stralciato e richiama anche gli oltre 800 milioni di euro inizialmente ipotizzati per il preridotto, successivamente ridotti e rimodulati attraverso altri strumenti finanziari.
Secondo un calcolo citato nella nota, nell’arco degli ultimi 4 anni Taranto avrebbe perso complessivamente oltre 1,8 miliardi di euro tra fondi cancellati, ridimensionati o destinati diversamente.
Da questo quadro nasce l’appello finale del coordinatore territoriale della Uil.
“Mentre si moltiplicano gli annunci, i tavoli, le passerelle, i lavoratori di Taranto continuano ad aspettare”, afferma Oliva.
Il sindacato chiede interventi per garantire le tutele ai lavoratori del porto dopo il 31 dicembre, un piano industriale per l’ex Ilva, il completamento degli organici dell’Arsenale, garanzie per gli addetti Natuzzi trasferiti a Laterza, misure immediate per la mitilicoltura e la concreta attivazione delle risorse destinate alla transizione del territorio.
“Non permetteremo che la campagna elettorale che si avvicina si consumi sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di questa città”, conclude Oliva.
Poi il messaggio finale: “Taranto ha bisogno di risposte concrete e verificabili. Questa città è affamata di lavoro. Non di annunci, non di slogan, non di bandiere issate in campagna elettorale. Di lavoro vero”.
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