28 settembre 2026 – ore 12:30 – La politica dovrebbe avere una visione più ampia dei singoli problemi e valutare di risolverne le connessioni. Prendiamo la questione del lavoro. Molte imprese dichiarano di non riuscire a trovare lavoratori per svolgere le loro attività. Pensiamo, ad esempio, al settore degli autisti di autobus. Un’imprenditrice che gestisce un’azienda di trasporto per servizi scolastici, turistici e altri servizi dedicati alle persone racconta di avere difficoltà a trovare autisti disponibili. Per coprire il fabbisogno deve quindi cercare lavoratori anche all’estero. Su questa situazione incide il problema del “cuneo” tra costo del lavoro e salario. In Italia il costo complessivo di un lavoratore per l’impresa può essere molto superiore alla somma che il lavoratore effettivamente porta a casa. Tra contributi e imposte si crea una distanza significativa tra quanto costa assumere una persona e quanto quella persona percepisce come reddito disponibile. Questo produce un problema di incentivi. Se una persona deve affrontare costi elevati per trasferirsi, pagare un affitto, sostenere le spese di trasporto e accettare un lavoro con orari impegnativi, mentre dall’altra parte esistono trasferimenti pubblici o altre forme di sostegno che garantiscono una certa disponibilità economica senza lavorare, il differenziale può diventare troppo piccolo per rendere conveniente il cambiamento. Il problema nasce quando un sistema pensato per proteggere dalla povertà finisce anche per rendere meno conveniente l’inserimento nel mercato del lavoro. Una possibile riforma dovrebbe partire da un principio molto semplice: una rete di sicurezza deve esistere per chi si trova realmente in una condizione di bisogno, ma dovrebbe essere progettata in modo da non trasformarsi in un’alternativa permanente al lavoro quando una persona è concretamente in grado di lavorare. Il sostegno dovrebbe quindi concentrarsi soprattutto sulle situazioni di effettiva fragilità: persone prive delle risorse necessarie alla sussistenza, persone con disabilità che impediscono o limitano fortemente l’attività lavorativa, oppure persone temporaneamente disoccupate che vengono accompagnate rapidamente verso una nuova occupazione. In quest’ultimo caso, però, l’assistenza dovrebbe essere strettamente collegata a un percorso di reinserimento. Il principio dovrebbe essere: lo Stato ti sostiene mentre cerchi lavoro; non ti sostiene indefinitamente affinché tu non debba cercarlo. il rifiuto al lavoro dovrebbe comportare una progressiva riduzione del sostegno per evitare che il sistema produca involontariamente l’effetto opposto a quello desiderato: rendere conveniente rimanere fuori dal mercato del lavoro. Ma non basta togliere i sussidi disincentivanti. Se una persona vive in Campania e trova un lavoro stabile in Lombardia, per esempio, il problema non è soltanto trovare un posto di lavoro. Deve trovare una casa. Deve poter raggiungere il luogo di lavoro. Deve sostenere i costi del trasferimento. Deve eventualmente affrontare le spese per il proprio nucleo familiare. Se il salario aggiuntivo che ottiene lavorando viene quasi completamente assorbito dall’affitto e dai costi di spostamento, il problema degli incentivi rimane. Ecco perché serve qualcosa di più ampio: un ecosistema favorevole alla mobilità del lavoro. Prendiamo ancora il caso dell’autista. Un’azienda potrebbe avere bisogno di dieci autisti in una determinata provincia, mentre in quella stessa provincia non esiste un numero sufficiente di persone disponibili. A poche centinaia di chilometri di distanza, invece, potrebbero esserci lavoratori interessati. Perché non facilitare il trasferimento?
La risposta non dovrebbe essere quella di erogare sussidi pubblici ai datori di lavoro per costruire alloggi, né di creare nuovi villaggi monofunzionali gestiti o finanziati dallo Stato. Quella sarebbe una soluzione statalista, che rischia di generare strutture isolate e potenziali ghetti. La direzione più coerente con un approccio libertario è un’altra: togliere gli ostacoli burocratici che oggi impediscono alle imprese e ai privati di risolvere il problema da soli. Si potrebbe introdurre una disciplina specifica e radicalmente semplificata per non disincentivare i datori di lavoro ad investire nei moduli abitativi temporanei reversibili, che oggi raggiungono standard di comfort e bellezza molto elevati. Standard tecnici nazionali chiari (sicurezza, igiene, abitabilità, impianti), procedura digitale unica, tempi certi e silenzio-assenso. Installazione consentita su aree già urbanizzate, terreni industriali o di pertinenza degli stabilimenti, senza la macchina burocratica pensata per le costruzioni permanenti complesse. I moduli devono essere reversibili: quando non servono più ai lavoratori, possono essere smontati, trasferiti o messi liberamente sul mercato immobiliare ordinario. Nessun vincolo permanente che li trasformi in alloggi “speciali” per sempre. Allo stesso tempo va liberalizzato il mercato degli affitti, sul modello della riforma introdotta in Argentina da Milei: piena libertà di pattuire durata, canone, aggiornamento e condizioni del contratto, con la possibilità di collegare la locazione al rapporto di lavoro. Meno rigidità, meno rischi per i proprietari, più possibilità concrete di affittare alloggi esistenti a lavoratori in mobilità. In questo modo l’impresa può scegliere liberamente se affittare appartamenti sparsi sul territorio o installare piccoli nuclei di moduli, senza creare concentrazioni monofunzionali e senza ricevere un euro di denaro pubblico. Lo Stato non paga e non gestisce: si limita a non impedire. Anche i trasporti fanno parte del salario con un elemento sottovalutato: il tempo necessario per arrivare al lavoro. Un lavoro apparentemente ben pagato può diventare poco conveniente se richiede due ore di automobile ogni giorno oppure se il lavoratore deve sostenere centinaia di euro al mese di spese di trasporto. Per questo un vero ecosistema favorevole al lavoro dovrebbe comprendere anche collegamenti efficienti tra le aree residenziali e quelle produttive. Nel caso degli autisti, paradossalmente, potrebbe essere la stessa azienda a organizzare un servizio di trasporto per i propri dipendenti: un punto di raccolta, una navetta aziendale, un parcheggio attrezzato. Ancora una volta, l’obiettivo non dovrebbe essere quello di sostituire il mercato con lo Stato, ma di rimuovere gli ostacoli che impediscono al mercato del lavoro di funzionare.
Ma ridurre ostacoli burocratici e cuneo fiscale potrebbe non bastare se domanda e offerta di lavoro non si incontrano in modo efficace. Molte carenze di manodopera riguardano profili specifici, non una generica disponibilità a lavorare. Serve accelerare l’incontro tra chi cerca e chi offre lavoro attraverso agenzie più efficienti, formazione professionale mirata alle esigenze reali delle imprese e un sistema più rapido e trasparente di riconoscimento delle competenze acquisite, anche all’estero o in contesti non formali. Senza questo pezzo, la mobilità geografica e la semplificazione abitativa rischiano di rimanere incomplete. In alcune aree del Paese la produttività è strutturalmente più bassa e le reti di fiducia e di collaborazione sono più deboli. Qualsiasi ecosistema favorevole al lavoro deve tenere conto di queste realtà, altrimenti le misure restano parziali. Va accompagnata da politiche che alzino la produttività attraverso investimenti in capitale, migliore organizzazione del lavoro e innovazione. Senza un aumento della produttività si rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese o di generare pressioni inflazionistiche, vanificando parte dei benefici.
I ritardi strutturali dell’economia italiana e la conseguente stagnazione della produttività del lavoro affondano le radici in un blocco economico ben preciso: un cuneo fiscale tra i più alti d’Europa, un’oppressione burocratica che drena tempo ed energie, e le “trappole dimensionali” che incentivano il nanismo aziendale, spingendo le imprese a non crescere per paura di sanzioni e scaloni normativi. A completare questo habitat sfavorevole si aggiunge un’instabilità legislativa cronica che allontana i capitali esteri. Per invertire la rotta e restituire competitività al Paese non servono sussidi assistenziali, ma una riforma radicale fondata sulla semplificazione amministrativa, sulla neutralità dimensionale delle norme e sulla certezza del diritto, creando finalmente un ecosistema in cui fare impresa e lavorare tornino a essere convenienti e premianti
Serve aumentare il valore del lavoro. La discussione sui sussidi rischia spesso di diventare una contrapposizione ideologica tra “chi vuole aiutare i poveri” e “chi vuole costringere le persone a lavorare”. La questione può essere posta in termini molto più semplici. Una società funziona meglio quando lavorare conviene. Conviene al lavoratore, perché il reddito disponibile aumenta significativamente rispetto alla situazione di non occupazione. Conviene all’impresa, perché il costo del lavoro consente di offrire salari competitivi. Conviene allo Stato, perché più persone occupate significano più contribuenti e meno persone che dipendono dai trasferimenti. E conviene alla collettività, perché il lavoro non produce soltanto reddito: produce autonomia, competenze, relazioni sociali e possibilità di costruire un futuro. Per ottenere questo risultato non basta intervenire su una sola leva. Bisogna ridurre il cuneo fiscale e contributivo sui salari più bassi, rendere il sistema dei sostegni più semplice e condizionato all’effettiva necessità, accelerare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, favorire la formazione professionale e soprattutto facilitare la mobilità geografica, non con soldi pubblici, ma con regole più libere e procedure più semplici. Tutto questo va inserito in un quadro che tenga conto e della necessità di accompagnare la riduzione del cuneo con un innalzamento della produttività. Il punto, in definitiva, non dovrebbe essere semplicemente quanto lo Stato spende per l’assistenza. La domanda più importante dovrebbe essere: quanto stiamo facendo per rendere possibile e conveniente lavorare? Se un’azienda ha bisogno di autisti e non riesce a trovarli, mentre esistono persone disoccupate in altre regioni, qualcosa nel sistema non funziona. Se un lavoratore è disposto a trasferirsi ma non può permettersi un appartamento nella zona in cui ha trovato lavoro, qualcosa nel sistema non funziona. Se un’impresa sarebbe disposta ad aiutarlo a trovare una soluzione abitativa ma la burocrazia rende estremamente complesso realizzarla, qualcosa nel sistema non funziona. E se una persona che potrebbe lavorare ottiene un sostegno economico che rende marginale il vantaggio derivante dall’accettazione di un impiego, anche in questo caso esiste un problema di progettazione delle politiche pubbliche. Il sistema dovrebbe rendere il lavoro più remunerativo, la mobilità più semplice e l’assunzione meno costosa, togliendo vincoli inutili invece di aggiungere nuove spese pubbliche. Le semplificazioni “radicali” qui proposte, moduli abitativi temporanei con silenzio-assenso, liberalizzazione degli affitti, procedure digitali uniche, richiedono volontà politica forte e reale capacità amministrativa. Il silenzio-assenso e gli standard nazionali funzionano solo se i controlli restano efficaci su sicurezza e igiene, senza ricreare burocrazia a valle. Senza un’amministrazione capace di applicare regole chiare e prevedibili, anche le migliori intenzioni rischiano di rimanere sulla carta. Perché la vera politica contro la povertà non può limitarsi a distribuire reddito. Deve creare le condizioni perché sempre più persone possano guadagnarselo.
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Elena Vigliano
Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.
Articolo di Elena Vigliano
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