Una passeggiata sospesa sul mare, le vele colorate a riparare dal sole, i locali per la nautica, un anfiteatro in fondo al molo. Nelle tavole progettuali del 2014, Vibo Marina aveva già un altro volto. Il porto diventava un luogo da attraversare, da vivere, nel quale fermarsi. Le barche rimanevano al loro posto, la banchina continuava a funzionare, ma intorno prendeva forma un’economia di servizi, accoglienza e cultura. Quel disegno aveva un promotore istituzionale, la Camera di commercio di Vibo Valentia, un presidente che lo aveva sostenuto, Michele Lico, e finanziamento già ottenuto e già nelle casse della Vibo Sviluppo.
Sono trascorsi più di dodici anni dalla presentazione. Rileggere oggi quelle pagine significa ritrovare un futuro che il territorio aveva cominciato a progettare e che non riuscì a costruire. Significa anche separare ciò che è documentato dalle spiegazioni rimaste senza un atto, una data, una firma. Perché il progetto esisteva, le risorse risultavano assegnate e le resistenze erano già raccontate dalla stampa. Come quella possibilità sia stata perduta merita una ricostruzione pubblica completa.
Il progetto di Lico: dare al porto un’economia capace di restare sul territorio
Il 7 marzo 2014, nella sede della Camera di commercio, venne presentato il progetto di riqualificazione funzionale e architettonica dell’area del muro paraonde del Molo Generale Malta e della Banchina Cortese, destinato all’escursionismo, al turismo nautico e crocieristico. I giornali dell’epoca pubblicavano fotografie, rendering e tavole tecniche. Lico aveva una visione precisa e descriveva il porto come una risorsa prioritaria per l’economia provinciale. Il suo ragionamento partiva da una realtà già esistente: lo scalo produceva attività e gettito, ma non riusciva a sviluppare tutte le proprie potenzialità. Nelle interviste dell’epoca, l’allora presidente della Camera di Commercio di Vibo indicava, per il triennio 2010-2012, quasi 1,18 miliardi di euro di accise petrolifere per lo Stato e oltre 111 milioni per la Regione, oltre alle tasse di ancoraggio e di imbarco e sbarco delle merci. Sono dati riferiti ad allora che restituiscono la dimensione economica attribuita all’infrastruttura.
La questione sollevata era la ricaduta locale. Intorno al sistema portuale, secondo i numeri citati e riscontrati, ruotavano oltre 700 imprese e circa 3.000 occupati. Un tessuto economico al quale offrire nuove possibilità, attraverso un porto più organizzato e una maggiore integrazione con la città. Il merito di Lico fu aver tradotto questa lettura in una proposta progettuale riconoscibile. La crescita della nautica, del commercio e dell’accoglienza veniva affrontata insieme alla qualità degli spazi pubblici. Vibo Marina avrebbe potuto trattenere una parte maggiore del valore generato dal mare, attraverso lavoro, servizi e presenze.
Cinquecento metri sul mare, un anfiteatro e servizi per chi arrivava in barca
L’intervento interessava il quadrante nord-nord-est del porto, lungo l’asse Via Emilia-Molo Generale Malta-Banchina Cortese. Una zona che i promotori descrivevano come degradata e disorganizzata, ma nella quale era già concentrata una parte importante dell’attività turistico-nautica. Il progetto riportava oltre 600 imbarcazioni ospitate nei pontili delle banchine Cortese e Generale Malta. Sui tre pontili aveva inoltre il proprio punto d’imbarco una decina di charter diretti verso le Eolie. Nell’area operava il Circolo Velico Santa Venere, ricordato anche per il coinvolgimento di studenti e giovani. Si cercava di colmare una carenza concreta: agli approdi mancavano spazi adeguati per ampliare l’offerta oltre i servizi logistici di base.
La soluzione scelta prevedeva un camminamento sopraelevato lungo il muro paraonde, per circa 500 metri. Pennoni e vele avrebbero offerto una copertura parziale e dato alla passeggiata un’identità legata alla navigazione. Sotto e accanto al percorso erano previsti locali per servizi nautici, attività promozionali ed espositive, circoli velici, bar e ristorazione. Il disegno comprendeva un terminal per la clientela delle navi da crociera e del charter nautico. Alla fine della banchina, un anfiteatro avrebbe ospitato incontri, conferenze, spettacoli ed eventi culturali.
La documentazione camerale precisa che il percorso avrebbe avuto una larghezza di circa otto-nove metri, con slarghi verso il mare, mantenendo al livello inferiore l’utilizzo della banchina e il transito dei veicoli. L’architettura cercava dunque di far convivere attività portuali e fruizione pubblica. Le immagini mostrano famiglie, ciclisti, persone a passeggio, barche e locali aperti sul porto. Erano simulazioni, naturalmente. Ma rendevano leggibile la trasformazione proposta: un’infrastruttura produttiva che diventava anche uno spazio urbano.
Un concorso internazionale e una rete di istituzioni: il lavoro dietro le immagini
La proposta era stata selezionata attraverso un concorso internazionale di progettazione, bandito dalla Camera di commercio e dall’Aspo, l’Azienda speciale per lo sviluppo del porto. A vincere era stata la RTP Studio Nicoletti Associati. Alla presentazione parteciparono l’assessore regionale ai Trasporti dell’epoca Luigi Fedele, il sindaco di allora Nicola D’Agostino, il comandante della Capitaneria Paolo Marzio, i vertici di Vibo Sviluppo e i progettisti Luca Nicoletti, Alessandra Pescarin, Antonio Pelle e Antonio Sorrento.
Lico riconosceva il contributo del direttore operativo dell’Aspo, Maurizio Caruso Frezza, e descriveva il confronto con gli operatori e con la Consulta economica portuale Santa Venere. Richiamava inoltre il precedente intervento su Via Emilia, realizzato attraverso una collaborazione avviata con l’amministrazione comunale allora guidata da Sammarco, come preparazione alla riqualificazione del molo. La continuità del percorso emerge anche dagli strumenti di pianificazione citati: ViboFutura2015 del 2008, il Piano integrato di sviluppo del porto del 2009, il Masterplan regionale della portualità del 2012 e il Piano economico-produttivo dell’Aspo 2012-2014. Questa rete di riferimenti documenta un lavoro istituzionale e progettuale che certificava la consistenza dell’iniziativa: il porto era stato studiato, una proposta era stata selezionata e una fonte di finanziamento era stata individuata.
L’operazione recuperava risorse dei Patti territoriali rimaste inutilizzate, indirizzandole verso un’opera pubblica con ricadute economiche e occupazionali. Il senso dell’intervento era evitare che quei fondi andassero dispersi e impiegarli nell’infrastruttura considerata più importante della provincia. Il progetto aveva superato la dimensione della semplice proposta da sottoporre, prima o poi, a un finanziatore e i soldi per realizzarla era addirittura arrivati. Poi, però, quando tutto sembrava ormai in discesa una serie di resistenze portarono al naufragio di un’idea che avrebbe per davvero cambiato il volto di Vibo Marina.
Le resistenze erano già cominciate: la cronaca del marzo 2014
Un vecchio titolo dal Quotidiano (“Porto, occasione da non sprecare”) sintetizza il clima dell’epoca. Riletto oggi, contiene un avvertimento che pesa più delle immagini del progetto. Angelo De Luca, oggi autore de “Le Iene”, descriveva un clima di diffidenza, alimentato anche dalla vicinanza delle elezioni amministrative. La proposta veniva contestata da pochi soggetti gettando sospetti su un’opera chiaramente pubblica, la cui eventuale realizzazione avrebbe evidentemente toccava interessi di alcuni privati che lavoravano contemporaneamente nelle stanze romane per revocare il finanziamento e far naufragare l’opera. Il tutto mentre Camera di Commercio, Comune di Vibo (soggetto attuatore del progetto), associazioni di categoria e sindacati stavano lavorando in grande sinergia per concretizzare l’idea, tutti insieme in un’unica direzione come poche altre volte si è poi rivisto in futuro. Ma come la tela di Penelope: di giorno si progettava il futuro di Vibo Marina, di notte si disfaceva.
Nel 2019 la Camera di commercio certificava l’occasione perduta
Cinque anni dopo la presentazione, il progetto ricomparve nel dibattito pubblico. Il 25 settembre 2019, la Camera di commercio guidata da Sebastiano Caffo ne propose il rilancio attraverso i Contratti istituzionali di sviluppo. Il comunicato dell’ente ricostruiva il percorso: progetto proposto nel 2014 dopo un concorso, condiviso con soggetti pubblici e popolazione, quindi consegnato al Comune per competenza e per gli adempimenti successivi. La mancata realizzazione veniva collegata alla revoca dei finanziamenti da parte del Mise che nel frattempo erano andati persi. Il tempo trascorso aveva trasformato una proposta di sviluppo in un progetto da recuperare.
Il merito di Michele Lico e il conto degli anni perduti
La lungimiranza dell’iniziativa emerge dal modo in cui teneva insieme nautica, turismo, commercio, cultura e spazio pubblico. Il porto veniva considerato una porta d’ingresso al territorio e un luogo nel quale generare attività economiche accessibili anche alla comunità residente. I collegamenti con l’autostrada, la ferrovia e l’aeroporto di Lamezia erano già allora al centro della valutazione. Vibo Marina poteva intercettare flussi e offrire servizi, beneficiando della propria collocazione lungo la costa tirrenica. Nessun progetto garantisce automaticamente occupazione e prosperità. La sua realizzazione avrebbe richiesto gestione, manutenzione, attività imprenditoriali e capacità di attrarre visitatori. Ma la proposta promossa da Lico affrontava proprio alcuni dei limiti che impedivano alla nautica esistente di crescere.
A Michele Lico va riconosciuto il merito dell’impulso e del lavoro camerale che portarono a quel risultato progettuale, insieme all’Aspo, ai professionisti e agli altri soggetti coinvolti. Resta il conto degli anni trascorsi: servizi mai aperti nell’ambito di quell’intervento, spazi pubblici mai realizzati secondo quel disegno, possibilità economiche che non hanno potuto essere messe alla prova. I rendering del 2014 conservano ancora l’immagine di una Vibo Marina possibile. Il territorio aveva ricevuto una proposta concreta per cambiare. Merita di sapere perché non è diventata un cantiere.

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