quando il riscatto sociale corre su una Panda rossa


Ho approcciato “La meccanica delle ragazze” di Raffaella R. Ferré (Colonnese Editore, 2024) con un pizzico di scetticismo e troppa leggerezza. Avendo in mente il suo precedente saggio, Lo stronzo geniale, mi aspettavo di ritrovarmi più o meno nel medesimo filone e ho pensato, erroneamente, a un banale aggiornamento hardware del maschio tossico letterario. È il classico meccanismo che scatta quando esce un nuovo iPhone e si va subito a caccia del chip diverso, della fotocamera potenziata o di qualsiasi altra diavoleria sufficiente a convincerti che sì, serviva proprio un altro modello.

Poi però, il 3 ottobre, ho incontrato Ferré alla presentazione del libro al Campania Libri Festival, ho comprato la mia copia e in meno di ventiquattr’ore l’ho finita, mandando all’aria insieme al sonno anche il mio programma di lettura disimpegnata. Perché Mattia Lemerge – uno dei protagonisti del libro – può certamente essere, ed è in effetti, uno stronzo, ma arrivati a un certo punto, stabilirlo diventa quasi la cosa meno interessante del romanzo.

Sotto la superficie della storia sentimentale tra Mattia e Agostina si muove parecchio altro, e Ferré ha l’intelligenza di non segnalarlo con le quattro frecce. Al contrario, l’autrice dissemina dettagli, lascia oggetti in giro e costruisce situazioni apparentemente innocue, aspettando che sia il lettore a metterle in relazione per scoprirne la natura profondamente politica.

Tutto comincia da un luogo specifico. Il Cilento, infatti, non è soltanto lo sfondo scelto per far rincontrare i due protagonisti dopo circa sette anni di silenzio. Ferré, che viene da Eboli, ha raccontato durante la presentazione di aver cercato un territorio in cui le connessioni e i collegamenti iper-moderni potessero incepparsi, una necessità narrativa che finisce per svelare una verità più grande, e cioè che veniamo sempre da qualche parte prima ancora di poter decidere dove vogliamo andare.

Oggi il Cilento appartiene perfettamente a quell’immaginario della slow life che il cinema, la moda e la comunicazione hanno imparato a vendere benissimo, trasformandolo nella classica cartolina romantica fatta di mare, silenzio e persone che leggono rilassate accanto a una tovaglia d’incerata con la texture di limoni. È un Sud che funziona magnificamente come luogo dell’anima, a patto che il telefono prenda abbastanza da poterlo postare.

Viverci, però, è un’altra faccenda, ma la distanza e l’isolamento non significano affatto assenza di cultura. È proprio qui che si inserisce uno dei personaggi più densi del romanzo: il libraio del paese, la cui commemorazione funebre costringe Agostina a tornare da Napoli e a incrociare di nuovo la strada di Mattia. Quest’uomo non porta la cultura in provincia — una formula che già da sola contiene una discreta dose di classismo — ma le permette semplicemente di circolare, sottraendola alle logiche di un club privato. Quando parla ad Agostina de Il talento di Mr. Ripley, il libraio tira dentro la povertà, la solitudine, l’ambizione e le storture del capitalismo occidentale, mescolando l’italiano e il dialetto senza sentire il bisogno di travestirsi da intellettuale. Con la stessa assoluta naturalezza, un attimo dopo, passa a discutere della macchina portata in officina da Cenzino, il padre di Agostina. Highsmith, il capitalismo e un’officina meccanica convivono così nella stessa conversazione senza che nessuno si scandalizzi. È questo il punto di svolta per Agostina, che capisce di non dover per forza imparare la lingua di un’élite per sentirsi autorizzata a entrare dentro un libro, ricevendo dal libraio la certezza di avere già diritto a quel mondo.

Agostina e Mattia vengono dalla stessa terra, ma è nel momento in cui ne escono che la loro provenienza comincia a cambiare di segno. Mattia diventa l’uomo del Sud che ce l’ha fatta e l’autrice non ce ne racconta l’ascesa con una biografia allegata, ma mostrandoci direttamente ciò che è adesso, ovvero un uomo pubblicato, riconosciuto e perfettamente integrato nel proprio tempo, con voli e alberghi organizzati, una vita sempre connessa e un’auto ibrida presa a noleggio. Persino quando finisce al pronto soccorso, c’è qualcuno che sa esattamente chi sia. Agostina, invece, ha studiato e conquistato il proprio titolo a prezzo di una fatica che il romanzo lascia respirare in ogni pagina, eppure per il mondo continua molto più facilmente a essere semplicemente Agostina. Lui viene riconosciuto, mentre lei deve fare sempre attenzione a non sbiadire.

Il concetto di intersezionalità diventa carne viva e non solo la parola buona per i convegni. Scopriamo che le categorie con cui veniamo letti non fanno educatamente la fila, ma si accavallano bruscamente, e così la provenienza incontra il genere, la classe incontra il corpo, e ogni cosa finisce per cambiare di peso. Agostina lo sperimenta sulla pelle soprattutto quando Mattia la lascia alla Vigilia di Natale e lei si ritrova a presentare il conto quasi interamente a se stessa. Il suo corpo si allarga, si restringe, viene curato e poi trascurato in una ricostruzione lenta e tutt’altro che poetica, dove emerge che Agostina sa curare gli altri molto meglio di quanto sappia trattare se stessa. Del resto, l’abbia detto, è figlia di Cenzino detto “ò nsist”, un meccanico ostinatamente convinto che le cose rotte vadano fatte funzionare, ed è cresciuta accanto a lui e ad una madre dal «corpo rotto». Da adulta, Agostina trasforma questa eredità nel tentativo di diventare una ginecologa, una sorta di meccanico delle donne, con una differenza sostanziale però, lei, le donne non vuole ripararle, vuole curarle. Eppure, quando a rompersi è lei, questa distinzione si fa parecchio confusa.

Dentro questa stessa cornice, persino il brand Zara non è un semplice dettaglio di costume ma diventa un visto d’ingresso per la classe media, l’inganno democratico di copiare l’estetica del lusso e per provare a giocare qualche centimetro più in alto nel mondo. Ferré nomina spesso questo marchio per descrivere gli abiti della protagonista, mostrandoci quanto ne conosca il valore reale ed economico. Agostina infatti, tratta quei capi con cura estrema, li lava, li stira con attenzione, e persino quando Mattia la tocca il suo primo pensiero vola a quanto le sia costato l’abito che indossa. Nel classico complimento «Come eri elegante» seguito dalla risposta «Ma figurati, è Zara», c’è già tutto il peso di una barriera sociale invisibile. Agostina può cambiare città, lavoro e vestiti, ma il prezzo delle cose continua a conoscerlo a memoria, mostrando quanto la classe riesca a infilarsi persino dentro la dinamica del desiderio, senza bisogno di pronunciare una sola volta la parola proletariato.

Il gioco simbolico poi si fa ancora più evidente quando entrano in scena le automobili. Agostina attraversa il romanzo a bordo di una Panda rossa immatricolata nel 1994, una macchina vecchia e malconcia con la luce dell’abitacolo rotta proprio dal giorno della fine della relazione con Mattia. Mattia arriva invece con un’ibrida a noleggio: minimal, performativa e sostenibile, praticamente la vettura perfetta per un presente che vuole sentirsi già futuro. Poi però arriva un temporale, uno di quelli che il cambiamento climatico ha reso ormai drammaticamente quotidiani, e tutta quella meraviglia tecnologica impazzisce nel fango, mentre la Panda continua ad andare. Sarebbe facilissimo leggerla come la solita rivincita nostalgica del vecchio sul nuovo, ma Ferré invece fa qualcosa di molto più sottile, cambia improvvisamente le condizioni del gioco e lascia che siano gli oggetti stessi a dimostrare quanto valgono, svelando così che la Panda vale pochissimo simbolicamente forse, ma moltissimo nella materia, mentre l’ibrida fallisce nella sua funzione elementare di portarti da qualche parte. Agostina, proprio come quella Panda, ha dimostrato abbondantemente di saper restare in piedi, ma il romanzo per fortuna non si accontenta di celebrare la sua resistenza, perché elogiare una donna solo per come sa incassare le disgrazie sarebbe l’ennesima fregatura travestita da emancipazione.

Agostina ha imparato a sopravvivere, adesso deve iniziare a vivere. Così, nel finale, l’intero paradigma sociale si ribalta attraverso gli oggetti, Agostina spedisce Mattia quasi per direttissima pagandogli persino l’aereo del ritorno, prestandogli la Panda e prendendosi l’incarico di riportare la fragile auto ibrida all’autonoleggio. Lui se ne va con la macchina di lei, e lei si mette alla guida di quella di lui, dimostrando che Agostina non è incatenata al suo stereotipo, anzi, può guidare anche l’altra vettura.

La meccanica delle ragazze si legge velocemente, ma leggero non è. Perché sotto la storia di Agostina e Mattia resta una domanda molto meno leggera: quanto c’è davvero di individuale nelle nostre riuscite e nei nostri fallimenti?

Ci piace pensare che basti partire per essere liberi di arrivare. Ed è una delle favole meglio riuscite del nostro tempo, perché trasforma il privilegio in talento e la fatica in insufficienza personale. Così chi arriva può convincersi di aver corso più forte e chi resta indietro finisce spesso per domandarsi cosa abbia sbagliato. La meccanica di Raffaella Ferrè è politica perchè inceppa quella favola con elementi semplici e quotidiani da renderla visibile. Mattia può anche essere uno stronzo, certo. A quel punto, però, interessa molto di più chiedersi chi abbia costruito la strada sulla quale lui ha potuto diventarlo con tanto successo.

Agostina, intanto, guida.
Ed è forse questa l’immagine più politica di tutte.

 

 


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