È vero che minimo contrattuale e salario effettivamente percepito non sono la stessa cosa. Ma qualunque misura si utilizzi, l’Italia ha subito una forte perdita di salario reale rispetto agli altri grandi paesi. Chiamando in causa la contrattazione collettiva.
Una misura diversa per i salari
In un loro intervento su lavoce.info, Mariano Bella e Paolo Refuto hanno sollevato un’obiezione utile al nostro ragionamento sulla contrattazione collettiva. Noi avevamo guardato ai minimi tabellari dei contratti nazionali e mostrato che, durante la grande inflazione, alcuni importanti contratti del terziario hanno protetto assai meno di altri il potere d’acquisto dei lavoratori. Bella e Refuto ci ricordano che il minimo contrattuale non è tutta la retribuzione. È vero. Nella busta paga ci sono anche superminimi, scatti, premi, secondo livello, arretrati e una tantum. Perciò propongono di guardare alle retribuzioni effettivamente corrisposte.
Il problema è che la loro conclusione dipende molto dal punto dal quale fanno partire l’orologio.
Bella e Refuto confrontano il primo semestre del 2019 con il primo semestre del 2026. Con questa scelta trovano che nell’area Confcommercio la retribuzione reale per Ula (unità lavorativa per anno) è diminuita soltanto dell’1,2 per cento, contro una sostanziale stabilità nella manifattura e un -2,2 per cento per l’intera economia. È certamente un risultato meno drammatico di quello ottenuto guardando ai minimi contrattuali.
A sostegno della loro interpretazione aggiungono un secondo argomento. Tra il 2019 e il 2026 le Ula dipendenti dell’area Confcommercio sono aumentate dell’11,4 per cento, contro appena il 3,4 per cento della manifattura. Molti nuovi occupati sarebbero entrati agli inquadramenti iniziali e dunque a salari relativamente bassi. L’aumento dell’occupazione avrebbe quindi abbassato per composizione la retribuzione media per Ula. Gli stessi autori scrivono che il -1,2 per cento non rappresenterebbe il lavoratore rimasto nella stessa posizione, perché la platea degli occupati si è nel frattempo allargata di oltre un decimo.
È un’osservazione ragionevole che mette in luce come salari e occupazione sono tendenzialmente legati da una relazione inversa (la domanda di lavoro) per cui a bassi salari (o discendenti) corrisponde un aumento dell’occupazione che a sua volta di conseguenza cambia composizione. Nel discorso di Christine Lagarde a Jackson Hole del 23 agosto 2025 c’è un numero molto netto: la Banca centrale europea stima che il cosiddetto “factor substitution effect” abbia spiegato circa un quarto dell’aumento complessivo dell’occupazione nell’area euro dalla fine del 2019.
Punto di partenza il primo trimestre 2021
Ma se vogliamo sapere come la contrattazione e più in generale i salari di fatto hanno reagito allo shock inflazionistico (che si situa a partire dal secondo trimestre 2021), perché partire dal 2019? Prendiamo invece il primo trimestre 2021, cioè immediatamente prima dell’accelerazione dei prezzi. I contratti collettivi non sono stati sospesi durante la pandemia e nel 2020 e nel 2021, i salari hanno continuato ad aumentare mentre l’inflazione era ancora stabile: dal primo trimestre 2019 al primo trimestre 2021 i salari reali sono aumentati di ben il 3,6 per cento. In altre parole, gli aumenti maturati nel 2019 e 2020 prima dello shock dei prezzi fanno parte della normale dinamica salariale (si veda qui per un esercizio più approfondito). Se, come Bella e Refuto, partiamo dal primo trimestre 2019 invece che dal primo trimestre 2021, partiamo da un livello dei salari del 3,6 per cento inferiore e così riduciamo la perdita di potere d’acquisto misurata al 2025.
Abbiamo quindi ripetuto l’esercizio sulle retribuzioni lorde per Ula dei lavoratori dipendenti, non sui minimi contrattuali, utilizzando i conti economici trimestrali. Le variazioni del primo trimestre, dal 2021 al 2026, sono quelle riportate in tabella 1.
Tabella 1 – Retribuzioni lorde lavoratori dipendenti per Ula nominali, variazioni nominali rispetto al primo trimestre
Il risultato è piuttosto eloquente. Nel periodo in cui si concentra lo shock inflazionistico, le retribuzioni effettivamente pagate aumentano molto meno nel commercio che nella manifattura. Non è dunque una peculiarità dei minimi tabellari.
Correggiamo ora per i prezzi. Utilizzando, come Bella e Refuto, il deflatore dei consumi delle famiglie, che tra il primo semestre 2021 e il 2026 aumenta complessivamente del 18,6 per cento. l’ordine di grandezza diventa quello mostrato in tabella 2.
Tabella 2 – Retribuzioni lorde lavoratori dipendenti per Ula nominali e reali, variazione 2021-2026 primo trimestre

Il punto non è il decimale. Il punto è la distanza fra i settori. Partendo dal 2021, e guardando proprio alle retribuzioni di fatto che Bella e Refuto preferiscono, la manifattura perde potere d’acquisto ma il commercio ne perde sensibilmente di più, sugli stessi livelli dell’intera economia.
I calcoli dell’Oecd
Ma c’è un’altra verifica che rende la discussione sul 2019 o sul 2021 meno decisiva. Basta confrontare l’Italia con gli altri paesi.
L’Oecd utilizza retribuzioni effettive, non i minimi tabellari, e prende esplicitamente come riferimento l’inizio del 2021, prima dell’impennata inflazionistica. Nel primo trimestre del 2026 i salari orari reali italiani erano ancora del 6,1 per cento inferiori al primo trimestre del 2021: la perdita più ampia tra le grandi economie Oecd (tabella 3). Il risultato non dipende dalla scelta del 2021 come anno base. Anche prendendo il primo trimestre 2020 o il primo trimestre del 2019, tra i quattro paesi, l’Italia resta quindi quello con la dinamica peggiore.
Tabella 3 – Salari orari reali al primo trimestre 2026 con diverse basi di confronto

Fonte: Oecd Employment Outlook 2026 (fig. 1.11 – panel C e fig. 1.A.7).
E l’Oecd arriva a una conclusione interessante anche sulla contrattazione: i rinnovi hanno accelerato gli aumenti nominali, ma non sono riusciti a recuperare la perdita di potere d’acquisto. Lo studio economico sull’Italia del 2026 calcola che i salari contrattuali reali fossero ancora dell’8,8 per cento sotto gennaio 2021.
La reazione della contrattazione collettiva all’inflazione
Dunque, Bella e Refuto hanno ragione su una cosa importante: minimo contrattuale e salario effettivamente percepito non sono la stessa cosa. Ma passando dai minimi alle retribuzioni di fatto non scompare il problema. Se si sceglie come base il 2021, che è la data naturale per valutare la capacità dei salari di assorbire lo shock inflazionistico, il commercio, i trasporti e i servizi per alloggi e ristorazioni perdono nettamente più della manifattura.
E soprattutto rimane il dato comparato: qualunque misura ragionevole si utilizzi, l’Italia ha subito una perdita di salario reale eccezionale rispetto agli altri grandi paesi avanzati.
Perciò non crediamo che dai dati sulle retribuzioni di fatto si possa trarre la conclusione che la contrattazione italiana abbia funzionato bene. Semmai suggeriscono il contrario. Il sistema ha certamente molti meriti e rimane un’infrastruttura fondamentale del mercato del lavoro. Ma davanti al più grande shock inflazionistico degli ultimi decenni ha reagito troppo lentamente e in modo molto diseguale tra settori. La distinzione tra minimo e salario effettivo serve a misurare meglio il problema. Non a farlo scomparire.
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