Di solito, quando si
parla di festival del cinema, si parla di red carpet, anteprime e star. Il
SàFF, Social Action Film Festival (ma forse il nome nasce come Sanità Film Festival) di Napoli, parte da un’altra domanda: cosa
succede se dai a un ragazzo che non studia e non lavora gli strumenti per
raccontare storie con le immagini? “Il cinema è comunità” è il claim
che accompagna il festival fin dalla prima edizione. Quest’anno diventa un
metodo di lavoro.
La terza edizione è
in corso fino al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, nel cuore
del centro storico di Napoli. Le prime due si erano svolte nel Rione Sanità, ai
Cristallini. Il programma conta oltre sessanta eventi gratuiti, divisi in quattro
sezioni (Cinema, Masterclass, Meeting ed Eventi): proiezioni in concorso,
rassegne, panel, concerti e performance. L’obiettivo dichiarato è ambizioso:
diventare il principale appuntamento cinematografico europeo dedicato al
sociale.
Il direttore del Sàff, da beneficiario a organizzatore: dare ai giovani di
oggi le opportunità avute qualche anno fa
La storia del
festival comincia molto prima del 2024, l’anno della prima edizione promossa da
Apogeo ETS. “Il progetto nasce da un’esperienza personale”, ci
racconta il direttore Andrea De Rosa. “Eravamo beneficiari di un progetto
su musica e nuove tecnologie nel Rione Sanità. In dodici anni il nostro gruppo
è cresciuto fino a diventare un’azienda di produzione audiovisiva, e a un certo
punto abbiamo deciso di restituire l’occasione che era stata data a noi.”
Da qui è nato un
percorso di formazione e inserimento lavorativo nell’audiovisivo, costruito con
fondazioni private e con l’Università Federico II. Quest’anno il gioco si fa
davvero serio: alla manifestazione hanno partecipato anche Prime Video, Sky,
Netflix e HBO Max, con sessioni convegnistiche specifiche.
Ogni tre anni il
progetto intercetta 100 NEET (Not in Education, Employement and Training),
giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione. Il
tasso di inserimento nel mondo del lavoro, dopo il percorso, è di circa il 70%;
e il restante 30% riprende gli studi.
Il festival stesso è
in gran parte nelle loro mani: in conferenza stampa gli organizzatori hanno
ricordato che i ragazzi coinvolti non sono volontari, ma persone formate dal
percorso ideato da Apogeo ETS.
È il cosiddetto
“metodo Sanità”: mettere allo stesso tavolo Terzo Settore, industria
audiovisiva, istituzioni, università e imprese, e far nascere valore dalle
risorse che un territorio ha già. Gli organizzatori parlano di economia
generativa. Applicata al cinema, significa processi creativi più inclusivi e un
impatto che va oltre lo schermo.

Senza democrazia digitale non sarebbe stato possibile
Un punto ci
interessa in particolare: il ruolo della tecnologia. Il crollo dei costi di
ripresa, montaggio e post-produzione è stato decisivo? “È stato un
elemento centrale, quasi un cardine”, risponde De Rosa. “Se un
progetto di formazione come il nostro fosse stato fatto con la pellicola,
sarebbe costato un’infinità, sarebbe stato irrealizzabile. Oggi il digitale
diventa una chiave democratica per trasferire competenze anche alle fasce
sociali più a rischio.”
È un dato che chi
segue DDAY.it conosce bene. Camere che girano in qualità cinematografica,
software di montaggio professionale alla portata di un portatile, distribuzione
via piattaforma: la filiera dell’audiovisivo si è aperta. In un quartiere come
la Sanità, questo significa anche un mestiere.

Il riscatto riguarda
anche i luoghi. Donnaregina è stato chiuso a lungo e oggi riapre grazie alla
Fondazione Napoli C’entro e al MUDD, il Museo Diocesano Diffuso, con il
sostegno della Fondazione di Comunità San Gennaro. Una formula che gli
organizzatori riassumono così: “Non è il festival che ha lasciato la
Sanità, è la Sanità che si è allargata al centro storico.”
Di Pietro, Hisense: “Non solo CSR”
Lo sponsor tecnico
dell’edizione è Hisense, che negli ultimi anni abbiamo visto soprattutto a
bordo campo nei grandi eventi calcistici, dai Mondiali agli Europei. Un
festival di cinema sociale è una scelta in discontinuità? “La vedo in
continuità”, spiega Gianluca Di Pietro, CEO di Hisense Italia, napoletano
trapiantato a Milano. “Un’azienda non può stare solo a un livello molto
alto. Deve partecipare sul territorio per capirne davvero le dinamiche e le
esigenze, e orientare anche in base a queste la propria direzione. Per noi non
è un’operazione di CSR, ma una collaborazione attiva.”

Sul palco della
conferenza di apertura Di Pietro è andato oltre, proponendo di superare l’idea
stessa di “terzo settore”, che rischia di sembrare qualcosa di
separato dalle logiche di business: “Per un’azienda grande come la nostra,
comprendere il territorio è fondamentale. Se perdi questa conoscenza, le
ripercussioni sul business possono essere importanti. Ed è un’esigenza
bidirezionale.”

In concreto, girando
per il complesso di Donnaregina si vedono ovunque TV e laser TV Hisense: su
questi schermi passeranno buona parte dei corti e delle opere in concorso,
compresi i cortometraggi premiati a fine manifestazione. “Qui la
tecnologia è la prova provata di un motore di rinnovamento e rigenerazione del
territorio”, aggiunge Di Pietro. Secondo il manager, gli organizzatori
hanno apprezzato il livello tecnologico portato da Hisense, che ha permesso un
salto di qualità rispetto alle edizioni precedenti.

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