(AGENPARL) – Roma, 6 Ottobre 2026 – Dove sta cercando capitale l’Africa? La domanda non riguarda più soltanto i grandi investimenti annunciati dalle multinazionali o dai fondi sovrani. In queste settimane una quantità crescente di progetti africani sta entrando nelle piattaforme ufficiali di investimento, nei programmi di partenariato pubblico-privato e nei procurement plan delle istituzioni finanziarie multilaterali.
La fotografia che emerge all’inizio di ottobre 2026 è quella di un continente che sta mettendo progressivamente sul mercato infrastrutture, energia, acqua, digitale, logistica, industria e servizi, cercando investitori, operatori, consulenti e partner tecnologici.
Non esiste quindi un’unica Africa degli investimenti. Esistono diverse geografie della domanda di capitale, ciascuna legata a una trasformazione economica e, in molti casi, anche geopolitica.
Egitto, una piattaforma con oltre 1.200 opportunità
Uno dei casi più evidenti arriva dal Nord Africa.
La piattaforma ufficiale Invest in Egypt, gestita dalla General Authority for Investment and Free Zones, censisce attualmente 1.258 opportunità di investimento, delle quali 1.161 classificate nell’area degli investimenti con il settore pubblico.
La banca dati copre un ventaglio estremamente ampio di attività: industria, agricoltura, trasformazione alimentare, turismo, sanità, telecomunicazioni, trasporti e logistica, infrastrutture e sviluppo urbano.
Tra le categorie presenti figurano anche opportunità nei settori della logistica e dei trasporti, dell’Information Technology e delle comunicazioni, della petrolchimica e dello sviluppo territoriale. La piattaforma consente inoltre di distinguere tra opportunità con il settore pubblico e quelle con il settore privato.
Il dato è significativo perché mostra un modello diverso dalla semplice attrazione di un singolo grande investimento: l’Egitto sta costruendo una vera e propria vetrina permanente di progetti destinati al capitale.
Il portale governativo era aggiornato anche nei primi giorni di ottobre, con nuove attività istituzionali dedicate alla facilitazione degli investimenti e ai rapporti con imprese e istituzioni internazionali.
Kenya, dai grandi corridoi ai partenariati pubblico-privati
Nell’Africa orientale la formula più evidente è quella dei PPP, i partenariati pubblico-privati.
Il portale ufficiale InvestKenya indica attualmente 38 progetti PPP disponibili, con oltre 1 miliardo di dollari di capitale privato mobilitato e più di 100 milioni di dollari mobilitati nell’ultimo esercizio finanziario.
Il ventaglio dei progetti è particolarmente indicativo.
Tra le opportunità figurano la diga Ndarugu 2 per l’approvvigionamento idrico, il Kisumu Convention Centre e il Life Sciences Park di Konza, destinato a svilupparsi su 200 acri attraverso un modello PPP.
Ma il catalogo keniano comprende anche progetti infrastrutturali di dimensioni molto maggiori: l’espansione della rete autostradale, asset portuali, impianti di desalinizzazione, linee di trasmissione elettrica, dighe, geotermia e sistemi idrici.
Il Kenya mostra quindi una delle caratteristiche più importanti della nuova fase africana: lo Stato non cerca soltanto finanziamento pubblico, ma costruisce strutture attraverso le quali il capitale privato può entrare direttamente nella realizzazione delle infrastrutture.
Lobito, quando energia e minerali diventano la stessa partita
Nel cuore dell’Africa australe il caso più geopoliticamente rilevante è quello del Lobito Corridor.
Il 22 settembre la U.S. Trade and Development Agency ha annunciato un accordo con Anzana Electric Group per finanziare uno studio di fattibilità destinato ad aumentare la capacità idroelettrica e migliorare le reti di distribuzione elettrica nella Repubblica Democratica del Congo e in Zambia.
Il progetto riguarda le aree minerarie del Lualaba, nella RDC, e le province Copperbelt e North-Western dello Zambia.
L’obiettivo è migliorare l’affidabilità dell’alimentazione elettrica per le attività minerarie e industriali, in particolare quelle legate a rame e cobalto, oltre a rafforzare l’accesso all’elettricità per oltre tre milioni di persone.
La gara per lo studio di fattibilità è attualmente aperta e la scadenza è fissata al 26 ottobre 2026. Il finanziamento USTDA ammonta a 3 milioni di dollari.
Ma qui è importante distinguere il livello del progetto: non si tratta ancora di una gara per costruire l’intero sistema elettrico. È una fase di preparazione destinata a definire piani di elettrificazione, analisi economico-finanziarie, documentazione per le gare EPC e altri elementi necessari alla successiva realizzazione.
È proprio questo il punto.
Il capitale entra prima ancora della grande infrastruttura.
E il Lobito Corridor dimostra come energia, logistica e materie prime critiche siano ormai parte della stessa equazione geopolitica.
Nigeria, il digitale entra nella pipeline infrastrutturale
La stessa dinamica si manifesta in un settore completamente diverso: quello dei data center.
In Nigeria è aperta fino al 13 ottobre 2026 una procedura USTDA per lo studio di fattibilità di due data center negli Stati di Lagos e Delta, con una capacità complessiva iniziale di 60-70 MW, espandibile fino a 100 MW.
Il progetto è promosso da Infragora Global Capital, società di investimento infrastrutturale con sede in Sudafrica, e rappresenta la prima fase della piattaforma AFRIDATA, concepita per sviluppare una serie di data center open access in diversi Paesi africani.
La Nigeria è quindi il primo mercato di una strategia che prevede potenzialmente strutture anche in Angola, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Ghana, Kenya e Sudafrica.
Anche qui la procedura attuale riguarda uno studio di fattibilità, non la costruzione definitiva dell’infrastruttura. La USTDA ha messo a disposizione un grant da 1,87 milioni di dollari e la gara è rivolta a imprese statunitensi qualificate.
Ma la dimensione del progetto è indicativa della direzione che sta prendendo il mercato.
Il digitale viene trattato sempre più come infrastruttura strategica, al pari di energia, strade e porti.
Madagascar, la parola chiave è PPP
Un altro segnale arriva da un Paese apparentemente molto lontano dai grandi centri finanziari globali: il Madagascar.
Il 30 settembre la Banca africana di sviluppo ha pubblicato il procurement plan del progetto PREPIP, dedicato al rafforzamento dell’ambiente per i partenariati pubblico-privati e alla promozione degli investimenti privati.
Qui non viene proposto semplicemente un singolo asset da acquistare o una gara per costruire un’infrastruttura.
Il progetto interviene sulla struttura stessa che deve permettere al capitale privato di entrare nell’economia.
È una distinzione importante: in molti Paesi africani la competizione per attirare investimenti non passa soltanto dalla disponibilità di risorse naturali o dalla dimensione del mercato, ma dalla capacità di costruire regole, procedure e strumenti finanziari in grado di trasformare un progetto pubblico in un’opportunità per investitori privati.
Tunisia, Benin, São Tomé: la pipeline si allarga
La stessa fotografia emerge dai più recenti procurement plan della Banca africana di sviluppo.
Tra il 30 settembre e il 5 ottobre sono entrati nella piattaforma nuovi progetti riguardanti Tunisia, Kenya, Madagascar, São Tomé e Príncipe, Sud Sudan, Guinea, Gabon, Costa d’Avorio, Benin e Repubblica Democratica del Congo.
In Tunisia sono state pubblicate le fasi di un programma di modernizzazione delle infrastrutture stradali, mentre in Kenya è entrato nel sistema il Thwake Multipurpose Water Development Program – Phase I.
A São Tomé e Príncipe è stato inserito un progetto dedicato al rapporto tra acqua, energia, resilienza climatica e agricoltura.
Il 5 ottobre sono comparsi inoltre nuovi procurement plan per la RDC, con la seconda fase del progetto prioritario sulla sicurezza aerea, e per il Benin, con il programma di risanamento delle acque piovane della città di Cotonou.
Pochi giorni prima erano comparsi anche nuovi progetti per la ricostruzione della strada Coyah-Farmoréah, verso la frontiera con la Sierra Leone, e per lo sviluppo dell’allevamento in Costa d’Avorio.
Non sono tutti “investimenti” nel senso tradizionale del termine. Alcuni sono gare per consulenze, studi, lavori o forniture; altri rappresentano fasi preparatorie di progetti più ampi.
Ma proprio questa distinzione permette di leggere meglio il fenomeno.
Non solo grandi capitali: l’Africa sta costruendo una pipeline
Il dato più interessante non è quindi il valore di una singola operazione.
È la densità della pipeline.
Da una parte ci sono piattaforme nazionali che mettono direttamente in vetrina centinaia o migliaia di opportunità, come nel caso egiziano.
Dall’altra ci sono sistemi di PPP, come quello del Kenya, attraverso i quali i governi cercano capitale privato per infrastrutture e servizi.
E poi ci sono le grandi istituzioni finanziarie multilaterali, che alimentano una sequenza di studi, gare, consulenze e opere necessarie a trasformare i progetti in asset finanziabili.
Infine ci sono gli strumenti geopolitici dei singoli Paesi.
La USTDA, con Nigeria e Lobito, mostra per esempio come Washington stia utilizzando la preparazione dei progetti per creare opportunità per le proprie imprese e, contemporaneamente, rafforzare la presenza americana nei settori considerati strategici: AI, infrastrutture digitali, energia e minerali critici.
La nuova geografia della domanda di capitale
Guardando insieme questi segnali, la geografia diventa evidente.
Nel Nord Africa, Egitto e Tunisia stanno lavorando su infrastrutture, industria, logistica e nuovi settori tecnologici.
Nell’Africa occidentale, acqua, strade, energia, agricoltura, industria e servizi finanziari stanno generando una serie di nuovi progetti.
Nell’Africa orientale, Kenya e gli altri mercati regionali combinano PPP, energia, acqua, infrastrutture e digitale.
Nell’Africa centrale e australe, il binomio energia-minerali critici acquista un peso crescente, soprattutto lungo i corridoi destinati a collegare le aree minerarie ai mercati internazionali.
E sopra questa geografia si sovrappone la competizione tra capitali e potenze: Stati Uniti, Europa, Paesi del Golfo, Cina, istituzioni multilaterali e investitori africani cercano posizioni nei diversi segmenti della trasformazione continentale.
Dalla ricerca di investimenti alla costruzione di mercati
La novità, dunque, non è soltanto che l’Africa abbia bisogno di capitali.
Questo è noto da tempo.
La novità è che sempre più Paesi stanno cercando di strutturare l’offerta, trasformando bisogni infrastrutturali e obiettivi di sviluppo in progetti, PPP, gare, studi di fattibilità e piattaforme per gli investitori.
È un passaggio fondamentale.
L’Africa non appare più soltanto come una destinazione del capitale internazionale, ma come un continente che sta progressivamente costruendo una propria pipeline di opportunità.
Dai data center nigeriani alle infrastrutture idriche del Kenya, dalle piattaforme PPP del Madagascar alle opportunità industriali egiziane, fino all’energia necessaria a sostenere il corridoio minerario del Lobito, le occasioni sono diverse per dimensione, settore e grado di maturazione.
Ma il movimento è comune.
Il continente sta mettendo sul mercato infrastrutture, risorse e progetti. E la competizione non è più soltanto per investire in Africa: è per entrare nella nuova architettura economica che l’Africa sta costruendo.
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